I pranzi della domenica nelle case repubblicane d’America devono essere sicuramente accesi. Dalla presidenza di Donald Trump al ruolo del governo per l’uguaglianza razziale, alla definizione di genere, ai cambiamenti climatici, la generazione Z, i ragazzi nati dopo il 2000, ha posizioni molto simili a quelle dei Millennials (i nati dal 1980 al 1995 circa) su questioni sociali e politiche fondamentali, e fra i giovanissimi che si dicono Repubblicani la vicinanza alle posizioni democratiche e quindi la divergenza rispetto ai repubblicani più anziani è qualcosa di mai visto. Solo il 59% degli adolescenti repubblicani approva in toto il lavoro di Donald Trump, contro il 65% dei Millennials, il 76% della generazione X (i nati fra il 1966 e il 1980), l’85% dei Baby Boomers (i nati dal 1950 al 1965) e il 90% dei repubblicani che oggi hanno più di 70 anni.
Queste stesse divisioni generazionali non sono così evidenti tra gli adolescenti democratici.
Analfabeti funzionali e social network: come siamo messi in Italia?
Che un programma politico serio debba ripartire dalla formazione anche umanistica di ragazzi e adulti è oggi più che mai necessario. Con l’avvento dei social network, la percentuale di persone che leggono contenuti e che li condividono o li commentano è aumentata incredibilmente, ma purtroppo questa partecipazione non è andata di pari passo con un miglioramento delle capacità di comprensione del testo, nel senso di interpretarlo, di saper leggere fra le righe elaborando delle conclusioni proprie. Lo mostrano chiaramente i risultati dei test Pisa di OCSE, che misurano la competenza di lettura al fine di raggiungere i propri obiettivi, sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità e svolgere un ruolo attivo nella società.
Stando all’ultima analisi, relativa al 2015 (si tratta dei ragazzi che hanno compiuto 18 anni nel 2018), l’Italia non si discosta dalla media OCSE per quanto riguarda la percentuale di studenti che raggiunge bassi livelli di comprensione del testo, ma la forbice aumenta se si sale di livello. Solo lo 0,6% dei quindicenni italiani contro l’1,1% della media OCSE raggiunge il livello più elevato di preparazione.
Il livello “base “ è il 2, che tuttavia non è raggiunto da un quarto dei ragazzi italiani. Il raggiungimento del livello 2 implica saper riconoscere l’idea principale in un testo, comprendere le relazioni, o costruire il significato all’interno di una parte limitata del testo quando l’informazione non è evidente e il lettore deve compiere delle inferenze di livello inferiore.
La provocazione di fondo è quale sia il “livello” richiesto nella società odierna per orientarsi nella complessità delle fonti di informazione presenti online, e saperle confrontare ed elaborare un proprio pensiero.
È sufficiente oggi il livello 2 per usare i social media?
Social media e salute mentale negli adolescenti
Si dà in qualche modo per scontato che l’uso dei social network impatti in maniera alienante sulla vita dei più giovani. Le evidenze confermano questa lettura, che fa dei social – paradossalmente – un mezzo per creare monadi impazzite invece che nodi della rete. Si parla spesso di isolamento, di mancanza di empatia, di valorizzazione dell’indifferenza. Tuttavia, non sono così noti i meccanismi clinici alla base dell’influenza negativa che i social media hanno sugli adolescenti, che pure sono importantissimi, dal momento che la salute mentale è uno dei maggiori problemi del nostro tempo. L’OCSE ha stimato che un europeo su sei soffra di una qualche forma di disagio mentale e che la probabilità che capiti a ognuno di noi una volta nella vita è del 50%.
A questo proposito uno studio pubblicato su The Lancet ha analizzato dati provenienti da Millennium Cohort Study del Regno Unito, che include 10.904 ragazzi di 14 anni, esaminando se l’uso dei social media è associato ai sintomi depressivi e alla prevalenza di molestie online, mancanza di sonno, autostima.
Acalasia esofagea: la storia di Celeste
Inizialmente Celeste non ha fatto caso a quei dolori al petto. “Sarà lo stress”, “prendi troppo a cuore questo compito in classe”, “smetti di abbuffarti così”. Dall’esterno è difficile capire la peculiarità di quei dolori lancinanti, che partono dal torace ma arrivano a tirarti la nuca, le orecchie, a bloccarti i denti, il respiro.
Ci sono voluti vent’anni per capire che quelle fitte, unite alla difficoltà di deglutire e poi via via a sintomi sempre più strani, non erano stress. Si trattava invece di acalasia esofagea. “Ho iniziato davvero a spaventarmi quando una notte mi sono svegliata e mi sono accorta di avere pezzi di cibo masticato nel naso. Ho sentito il naso otturato, ma non mi sono preoccupata finché soffiando mi sono trovata nel fazzoletto pezzi del cibo che avevo mangiato il giorno prima”. A parlare è Celeste Napolitano, 34 anni, napoletana di professione editor, che da 14 anni non solo convive con la malattia, ma con la sua energia partenopea ha portato l’acalasia, per così dire, alla ribalta.
È grazie a Celeste se esiste Amae Onlus, la prima Associazione di Pazienti italiana.