La storia di Federica, con la sindrome di Wolfram

È difficile accettare a 25 anni di essere incontinente, tanto più se l’incontinenza è anche fecale. Anche perché i farmaci in commercio sono pensati per risolvere le emergenze, non le situazioni permanenti. Federica ha oggi 27 anni e mi racconta a bassa voce ma con fermezza, che purtroppo ogni farmaco che ha provato per risolvere questo problema si è rivelato inutile dopo un mese di assunzione. “Oltre ai farmaci c’è la possibilità di sottoporsi a impianto di un neuromodulatore sacrale, che consta di elettrodi posti vicino all’osso sacro che fanno da tramite fra vescica, retto e cervello per contenere gli spasmi. Purtroppo però con me non hanno funzionato anzi, peggioravano le cose, e ho dovuto farli rimuovere.” Resta un’ultima possibilità: le iniezioni di botulino nella vescica, che dovrebbero paralizzarne gli spasmi, con il rischio però che sia poi necessario fare dell’autocateterismo per riuscire ad andare in bagno. “Io però preferisco rimandare questa opzione più che posso perché penso mi renderebbe ancora meno libera di quanto sono oggi”.

Appena preso il diploma, Federica ha un sogno: andare a lavorare nel Regno Unito. Compra il biglietto, fa le valigie, e parte. I sintomi ci sono già, l’incontinenza urinaria la tartassa già da un paio d’anni, e a scuola non è sempre facile nascondersi. Nel frattempo inoltre le era sorto anche il diabete di tipo 1 che ha reso Federica insulino-dipendente. Il viaggio però dura poco: l’incontinenza fecale si fa sentire con tutta la sua violenza e Federica dopo tre giorni deve tornare a casa. Sono passati otto anni, ma sento chiaramente dalla sua voce che la rabbia di quel giorno non se ne è andata.
Da quel momento passano otto mesi e mezzo per avere una risposta sul filo che lega questi strani sintomi, a cui se ne aggiungono altri, come il nervo ottico assottigliato, che nel caso di Federica non le dà particolari problemi, ma che per altri ragazzi può significare cecità.

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Quanto inquinano gli aerei? Il settore produce il 2% circa delle emissioni di CO2

Secondo il primo rapporto mondiale sul traffico aereo di Airports Council International (ACI) – l’associazione commerciale degli aeroporti del mondo – nel 2018 il traffico passeggeri nel mondo sarebbe in crescita del 6% sull’anno precedente: 8,8 miliardi di persone. Come se tutti gli abitanti del pianeta avessero fatto almeno un viaggio nel 2018, compresi anziani e bambini. Un aumento addirittura accelerato rispetto agli anni passati: il decennio 2007-2017 aveva registrato un +4,3% di traffico passeggeri. Le previsioni globali a medio termine di ACI rivelano che la crescita della domanda di servizi aerei tra il 2018 e il 2023 crescerà di quasi il 30%.
Sono chiaramente i grandi poli ad attrarre maggiore traffico. I 20 aeroporti più trafficati del mondo rappresentano il 17% di tutto il traffico passeggeri globale: 1,5 miliardi di persone.

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Farmaci, cresce il consumo di statine e antipertensivi ma pochi seguono bene la terapia

Sebbene numerose evidenze scientifiche abbiano dimostrato che un’adeguata aderenza e persistenza alla terapia con statine sia associata a una riduzione del rischio di eventi cardiovascolari, i farmaci per tenere sotto controllo il colesterolo, sono fra le categorie con la peggiore aderenza terapeutica. Secondo quanto emerge da un sondaggio condotto da AIFA su 191.276 soggetti nuovi utilizzatori di statine con un’età mediana di 65 anni, il 41,6% di chi assume questi farmaci presenta bassa aderenza, cioè presenta una copertura terapeutica, valutata in base alle DDD, inferiore  al 40% del periodo di osservazione. Solo il  20,6% degli utilizzatori segue perfettamente la terapia. Si parla di “alta aderenza” quando la copertura terapeutica è superiore all’80% del periodo di osservazione.

Le donne sono molto meno aderenti rispetto agli uomini: il 46% presenta bassa aderenza, contro il 36% dei maschi, e solo il 15% una perfetta aderenza, contro il 26% degli uomini.

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Nuovi dati sul rischio cardiovascolare

Stimare il rischio cardiovascolare di un individuo che non ha mai presentato eventi acuti, come ictus o infarti, non è così semplice. Come sappiamo, sono molte le variabili che concorrono a comporre il rischio di conseguenze, fatali e non: l’età, il sesso, il peso, le abitudini alimentari, anche in termini di colesterolo, la genetica, il fumo, l’alcol, la mancanza di attività fisica.
Esistono a questo proposito delle carte del rischio (OggiScienza ne aveva parlato qui), che aiutano a schematizzare la nostra situazione sulla base delle nostre abitudini.

Si tratta tuttavia di una categorizzazione molto schematica, che tiene conto di alcuni dati, ma non di tutti. Su The Lancet Global Health è stato pubblicato un ampio studio internazionale che ha analizzato moli maggiori di dati rivisitando i diagrammi di rischio delle malattie cardiovascolari dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, grazie allo sforzo congiunto di OMS, del BHF Centre for Research Excellence dell’Università di Cambridge, dello UK Medical Research Council, e del National Institute for Health Research britannico. Il risultato è molto importante perché per la prima volta consente un’identificazione più accurata delle persone ad alto rischio di malattie cardiovascolari in contesti diversi.

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