«Come si fanno le cose» di Antonio G. Bortoluzzi

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Caro Antonio,
sarà stato il 1998, forse il 1997, me lo ricordo come fosse ieri, anche perché era la prima volta (e fu l’ultima) che le maestre ci portavano a vedere come funzionava un lavoro. Che probabilmente la maggior parte di noi avrebbe svolto in futuro, vivendo in un luogo così segnato dalla Zona Industriale, con le lettere maiuscole. La destinazione era tre chilometri più in giù, a Fortogna: il Cotonificio. Non ricordo più il nome, era lungo, lo avevo imparato a memoria, ma sempre vent’anni sono passati.
La gita però la ricordo distintamente: la fabbrica era deserta, non c’erano lavoratori, tutto era immobile, tranne noi bambini con qualcuno che ci faceva da guida tra le macchine enormi. Ricordo benissimo che ero a bocca aperta davanti alle rocche di filo che erano giganti rispetto al rocchetto che usava mia nonna per imbastire con la macchina da cucire. Ricordo l’esatto momento in cui ho imparato la parola ‘rocche’: la rocca che fissavo era verde bottiglia. Mi sono immaginata lì “sot paron’ mentre facevo girare tutto questo filo tornando la sera a casa dai miei figli e nel fine settimana salivo in casera, in un Grisol così simile a Piàie… Mi era piaciuto il Cotonificio. È uno dei ricordi più chiari che conservo di quegli anni.

Te lo dico perché mentre leggevo questo tuo libro “Come si fanno le cose” (Marsilio), io sono tornata lì dentro, nel 1998, vivendo quella mia vecchia proiezione d’infanzia. Ero io che guadavo torva Massimo litigare con Valentino alla Filati Dolomiti. Anche per questo, come ti ho scritto in privato l’altra sera, mi sono commossa. Mi sono ritrovata interamente, ma proprio sangue compreso, nelle intuizioni di Valentino e ho riconosciuto in tanti conoscenti l’amarezza di Massimo. Il tuo libro è una catarsi necessaria, una riflessione che spero tanti operai e tanti impiegati abbiano modo di fare, proprio leggendo il tuo libro. Alienazione e libertà, forse il confine non è solo qualcosa che arriva da fuori di noi, dall’assenza di una campanella. Però è anche vero che ci sono piccole cose, apparentemente insignificanti appunto come una campanella, che possono uccidere lungo un vita.
Forse mi sono commossa proprio perché mi ha riportato alla mente tanti sguardi appesantiti che in questi anni ho incontrato.

Spero lo leggano in tanti, intanto grazie per aver raccontato il nostro piccolo mondo, le tante Vite agre, e il “varco”.
‘Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende …)

35 anni: il cancro, la mastectomia, la ricostruzione

VITE PAZIENTI – Ombretta ha 35 anni quando scopre di avere un tumore al seno. È il 2005, e la diagnosi è dovuta a circostanze fortuite: un ginecologo le suggerisce di fare una mammografia, anche se all’epoca lo screening iniziava solo dopo i 50 anni. Le chiedo subito se aveva qualche familiarità (la mia mente torna alla scelta di Angelina Jolie), se si sentiva qualche strano nodulo al seno che la preoccupava, ma entrambe le risposte che ricevo sono negative. Ombretta si è sottoposta a una mammografia unicamente spinta dal suo ginecologo che, col senno di poi, le ha cambiato la vita. Ammalarsi di cancro al seno a 35 anni è molto raro, specie in assenza di familiarità, anche se non dobbiamo dimenticare che statisticamente una donna su 40 si ammalerà di cancro alla mammella prima dei 40 anni, una su 20 fra i 50 e i 69 anni e una su 25 dopo i 70 anni (dati AIOM 2019). Sono passati 14 anni, e Ombretta sta bene, vive la sua vita di libera professionista e da qualche anno si dedica anche al Crossfit, un misto di sollevamento pesi e fitness agonistico, a Velletri. Eppure poco dopo la diagnosi – di carcinoma duttale infiltrante allo stadio iniziale delle dimensioni di circa 1 cm – si è sottoposta a mastectomia del seno destro, a diversi cicli di chemioterapia e successivamente, dopo un anno, alla ricostruzione del seno con chirurgia estetica.

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Professioni del futuro: mito e realtà dei “green jobs”. Chi sono, quanti sono, chi li vorrà

Il mantra è che le professioni del futuro dovranno essere sempre più green, più “amiche dell’ambiente” e con loro i lavoratori che personificheranno queste posizioni. Secondo l’ultimissimo rapporto GreenItaly di Unioncamere, in Italia nel 2018 il 13% degli occupati, pari a 3,1 milioni di lavoratori, rientrerebbero nell’ambito dei Green jobs (dato proveniente dall’indagine Istat sulle forze di lavoro, sia nel pubblico che nel privato). Secondo le previsioni del sistema Excelsior, che sottopone alle aziende private dei questionari sulle loro intenzioni di assunzione dei prossimi anni, nel 2019, il numero di contratti di attivazione previsto dalle imprese che riguardano questo settore è pari a circa 521.747 unità.

Solo un Green job su cinque tuttavia è collocato nel meridione, un altro quinto nelle regioni del centro, mentre la metà esatta sarà al nord. La polarizzazione è ancora più evidente esaminando le cose a livello regionale e provinciale. Due regioni da sole rappresentano un terzo delle professioni green del Paese: la Lombardia concentra il 21,3% delle posizioni, seguita dal Lazio con un altro 10,3%. L’analisi a livello provinciale accentua la polarizzazione città-provincia. Al primo posto troviamo Milano, con 74 mila contratti relativi a Green jobs previsti nel 2019: il 14,2% dei nuovi contratti del paese. Segue nella lista Roma, dove la richiesta di questi lavoratori raggiungerà quasi 52 mila nuove attivazioni, al terzo posto si colloca Torino, con quasi 25 mila nuovi contratti, e al quarto Napoli con 24 mila.

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«L’oppio del popolo» di Goffredo Fofi

Ho finalmente finito quest’ultimo libro di Goffredo Fofi, L’oppio del popolo (Elèuthera editrice). Come sempre con Fofi mi viene spontaneo mettermi sulla difensiva, perché come chi lo conosce bene sa, Fofi è una cavolo di balestra. Ha la capacità di farmi sentire sempre una stupidotta, ed è per questo che lo cerco, anche se talvolta lo trovo esagerato.
Sarò strana, ma provo un certo piacere quando persone come Fofi mi fanno sentire una stupidotta, non tanto perché condivida ogni suo attacco alla contemporaneità tecnologica, ma perché penso che una revisione periodica delle cose che diamo per scontate anche nel lavoro, un ritirarci in basso, faccia bene al pensiero e all’azione.

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Il libro è un attacco all’industria della cultura, e più nel dettaglio all’industria della comunicazione della cultura, che è l’alveo entro cui talvolta anche io mi muovo, e in cui vi muovete anche voi che siete nella mia bolla. Vogliamo arrivare a più persone possibile, che in tanti (un tanti più delle volte non quantificato, quindi non misurabile, quindi insoddisfacibile per natura) amino un quadro, un libro, una fotografia.
La tesi di Fofi è che alla comunicazione manchi il “noi”, che essa produca solo tante monadi, tanti io. I-o, i-o. Non c’è democrazia vera e propria nelle riviste letterarie, dice, nelle università e nel Sistema che produce scrittori di successo, e mica è colpa degli scrittori, spesso bravi. Il problema è che c’è tanto tanto tanto, e il tanto rende automi. Dice. Su questo per me ha ragione.

Non mi piacciono molto le generalizzazioni né le tesi a priori, e Fofi ne fa molte. “E se la cultura, in tutte le sue forme non radicali che non guardano all’origine dei mali e non ne cercano il rimedio, non fosse altro, oggi, che lo strumento privilegiato del demonio, lo strumento di cui il potere si serve per asservirci, per farci accettare l’inaccettabile?” (p.17). Il “contro” di Fofi è una cultura, una comunicazione, un’arte, che platonicamente si fondino sul perturbante invece che sull’intrattenere e sul dilettare.
Sul “dominio del potere” come vessillo impersonale sono sempre cauta. Ma la domanda che mi fa sentire una stupidotta è sempre questa: perché siamo così ossessionati dal comunicare la cultura? Io personalmente me lo chiedo spesso mentre lo faccio. Fofi, lucidamente e onestamente ci fa osservare che non c’è altra possibile prospettiva lucida e onesta sul nostro oggi che non sia nichilista. Abbiamo pisciato troppo fuori dal vaso, quel che è fatto è fatto. Non si torna indietro pacificamente. “Dalla tentazione del nichilismo ci si difende solo con un atto di sfida” scrive, e di ritorno alla cultura come politica pratica (da polis, bla bla). Quella per lui è radicalizzazione: non i dettami da agenzie internazionali, non le soluzioni pret a porter individuali. Certo, la prospettiva di Fofi non è evidence-based, bisogna dirlo. Non è una scienza sociale, la sua.
Ecco, per quanto l’abbia trovato un po’ stucchevole in diversi passaggi, una pit stop con Fofi è sempre un’ottima occasione per noi comunicatori per chiederci, ma in maniera costruttiva mentre progettiamo un piano editoriale: ma che caz stiamo a comunicà?

(Ditemi se l’espressione di Dora non riassume perfettamente il mio sbrodolo)