Istruzione: l’Italia migliora ma l’Europa è lontana

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Un mese fa sono stati assegnati i Premi Nobel e anche se quest’anno non abbiamo portato a casa nessuna medaglia, è altrettanto vero che l’Italia è al settimo posto nel mondo con 20 premi da quando il premio è stato istituito.
Nobel a parte, fra i 3.200 ricercatori più citati del mondo, 55 sono italiani.
Per non parlare per esempio di una realtà come quella del Cern di Ginevra, dove tra un tunnel e l’altro si parla parecchio l’italiano. Fabiola Gianotti è stata appena nominata Direttore generale del Cern.
Il punto è che anche se da un lato assistiamo con orgoglio ai premi vinti dai nostri connazionali – da ultimo il prestigioso Lise Meitner Prize vinto da Paolo Giubellino, responsabile del progetto ALICE proprio al Cern – al tempo stesso nel nostro Paese, specie nelle regioni del sud, ci sono realtà in cui i bambini frequentano la scuola in modo discontinuo, sfuggendo alle maglie dell’istruzione obbligatoria. In altre parole, manca l’omogeneità. E proprio questa disomogeneità è il grande dato che emerge dal recente report annualmente redatto da OCSE. Disomogeneità soprattutto rispetto al resto d’Europa.
La notizia è che il report rileva in realtà un miglioramento della qualità dell’istruzione di base, specie per le donne, e in particolare nelle discipline scientifiche. Secondo dati OCSE infatti, in Italia il 40% delle nuove lauree in ingegneria sarebbe stato conseguito dalle donne, quasi il doppio di Germania (22%) e Regno Unito (23%). Non solo oggi si va a scuola di più, ma pare che addirittura chi ottiene un titolo di studio oggi sia più preparato rispetto ai coetanei di 10 anni fa. Ma, l’avversativo sembra d’obbligo dal momento che se è vero che rispetto all’anno 2000 nei test PISA e PIAAC gli italiani sono migliorati, è anche parallelamente vero che rispetto agli altri paesi europei siamo ancora uno dei fanalini di coda, insieme Spagna e Turchia. Per non parlare della fetta dei cosiddetti NEET (i giovani non occupati e che non studiano) ambito in cui siamo ancora una volta tra i peggiori d’Europa. In altri termini: buone notizie rispetto agli anni passati, ma c’è ancora molto da lavorare per raggiungere gli standard europei, sia come risultati, che come finanziamenti.

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Asili e bonus da 80 euro, per le neo-mamme il problema è il lavoro

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Fare figli nell’età della grande depressione è una scelta non scontata. Ci sono i costi da affrontare in termini di asili nido, pannolini ed eventuale latte in polvere. Poi ci sono i costi possibili in termini di vita professionale per le neo mamme, il 22% delle quali nel 2012 ha lasciato il lavoro a due anni dalla nascita del proprio figlio. Nelle regioni del Sud questa fetta copre un terzo del totale. Nel 2005, prima della crisi, la media nazionale era del 18%.   In questo contesto il bonus di 80 euro mensile alle neomamme proposto dal Governo per il 2015 difficilmente produrrà effetti in termini di aumento delle nascite – e meno che mai in termini di partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Più significativo dovrebbe rivelarsi invece l’impegno del “1000×1000”, preso lo scorso settembre del Premier Renzi: istituire 1000 asili nido in 1000 giorni. Se quanto a coperture statali per le scuole materne l’Italia è ai primi posti in Europa, finiamo infatti al limite della classifica per quanto riguarda i servizi dedicati alla primissima infanzia.   Quel che emerge oggi dalle rilevazioni Istat è sì che le neomamme potranno comprare qualche pacco di pannolini in più, ma se non fossero costrette a rimanere a casa perché gli asili nido costano troppo o perché l’azienda non può per varie ragioni concedere loro un part-time, forse quegli 80 euro al mese potrebbero spenderli comunque e le risorse risparmiate potrebbero essere disponibili per gli asili.

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