IA: Come cambia lo sviluppo di farmaci

Reblogged from Forward – Recenti Progressi in Medicina

Il drug discovery con il machine learning: una strada percorribile o una scatola nera?

L’idea alla base dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale in farmacologia è di semplificare la complessità e far emergere potenziali linee di ricerca che altrimenti “a occhio nudo” i ricercatori difficilmente sarebbero in grado di individuare. Come se l’universo di proteine nascondesse messaggi scritti con inchiostro simpatico, invisibili ai più, e che richiedono degli occhiali nuovi per essere interpretati.

Il primo bias nello sviluppo di un farmaco È proprio l’avvio della ricerca, l’idea di provare a lavorare su una certa proteina e non su un’altra. L’intuizione, seppure evidence based. Una volta selezionata la proteina da cui partire, si innesca quel noto processo a imbuto che, sfortunatamente solo in pochi casi, può tradursi in un medicinale vero e proprio. Un processo però lungo, anche fino a dieci anni, e che lascia dietro di sé numerose “vittime”, molecole cioè candidate a diventare un farmaco ma che per diverse ragioni si rivelano non adatte e quindi vengono scartate. Per citare una statistica nota, in media solo il 14 per cento delle molecole che supera la prima fase di test è adatta a diventare un farmaco.

Anche ai non addetti ai lavori risulta evidente che l’intero processo è condizionato dal limite umano nel gestire e setacciare grandi moli di dati. Nella fattispecie, capire fra miliardi di proteine esistenti qual è la candidata più adatta per bersagliare la malattia che vorremmo colpire. Il risultato è che siamo obbligati a utilizzare un processo top-down, quando invece a rigor di logica dovremmo procedere bottom-up.

Nel 2017 Jean Louis Reymond dell’Università di Berna ha pubblicato una “mappa” delle molecole note: un database di 166 miliardi di composti organici chimicamente realizzabili fino a 17 atomi che ha chiamato Gdb-17. È lapalissiano che la mente umana non riesca a confrontare nei tempi dettati dalla ricerca scientifica una mole così imponente di composti per individuare i migliori candidati sui quali puntare e investire a partire dalle caratteristiche del bersaglio terapeutico.

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Quanto dista la città più vicina? Su Nature la prima mappa globale

Reblogged from Rivista Micron

“Quanto tempo impieghi per raggiungere la città più vicina? Che cosa succede se vivi lontano anche dalla prima strada? La risposta a queste domande determinerà la facilità con cui puoi accedere ai servizi di una grande città, compresi quelli sanitari. Ora gira la domanda: se hai intenzione di costruire una nuova struttura medica in una nazione in via di sviluppo, dove dovresti costruirla per raggiungere meglio le popolazioni sottoservite?” A parlare – o meglio a scrivere è Matt Hancher, Co-fondatore e Manager di Google Earth Engine in un suo articolo pubblicato su Medium dell’11 gennaio scorso, che racconta i risultati di uno studio condotto dall’Università di Oxford, con il contributo di esperti del JRC, della Commissione europea e delll’Università di Twente, che ha creato una mappa dell’accessibilità alle città di tutto il mondo, pubblicata nientemeno che su Nature.
Il risultato è che otre l’80% delle persone nel mondo – cioè 5,8 miliardi di individui – risiede a un’ora o meno di distanza da una città. Si tratta però di una media poco significativa, dal momento che mentre nei paesi ad alto reddito a vivere a un’ora di distanza da una città è il 90%, in particolare in Europa e Nord America, nei paesi a basso reddito concentrati nell’Africa sub-sahariana, la percentuale è del 50,9%. Se per noi europei si parla in ogni caso di pochissime ore, ci sono intere aree del Pianeta – per esempio grossa parte del continente Asiatico al di fuori delle megalopoli dell’estremo Oriente – dove le persone ci impiegano molte ore se non giornate intere a raggiungere la città più vicina.

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5 app oltre le frontiere

Reblogged from eColloquia

Quello di “frontiera” è senza dubbio uno dei concetti chiave del nostro tempo. La frontiera fisica di chi desidera migrare e non gli è consentito, o la frontiera di chi si sente limitato dalla malattia. In ogni caso si tratta di una frontiera che impone, una frontiera da varcare. Dr Geek ha selezionato qui 5 app che si pongono l’obiettivo di varcare una frontiera: 3 di queste riguardano servizi offerti alle persone migranti che arrivano nel nostro paese, un’altra una malattia molto limitante come la Sclerosi Multipla e l’ultima il mondo del volontariato, che è sempre in prima linea nell’apertura di qualsivoglia frontiera.


MyGrants

La gamification per aiutare i migranti. È questa l’idea alla base di MyGrants, una app ideata da Chris Richmond Nzi, un ragazzo 32 enne originario della Costa d’Avorio, e online da aprile 2017, nata per offrire ai migranti e ai rifugiati in arrivo nel nostro paese delle possibilità occupazionali, grazie anche a un supporto legale, in relazione a quello che queste persone sanno davvero fare. L’idea alla base di Mygrants è che il primo passo per godere dei propri diritti è conoscerli. Oggi circa il 65% dei migranti ottiene il diniego di restare in Italia perché non a conoscenza delle informazioni utili prima di chiedere lo status di protezione. Si tratta nel concreto di una serie di quiz tematici in tre lingue (Inglese, Francese, Italiano) basati su tre macro-temi principali (diritto e asilo, grandi sfide sociali e imprenditoria) e 3 livelli difficoltà. Mygrants è uno strumento per tirar fuori il potenziale e individuare il “talento” di queste persone, “geolocalizzarle” e far incontrare così domanda e offerta.

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Le storie non significano nulla

Reblogged from Scienza in Rete

In un suo recente articolo apparso su PNAS, il giornalista M. Mitchell Waldrop usa proprio questa frase così provocatoria e che ricorda un celebre monologo Shakesperiano, per riassumere uno dei problemi del mondo dell’informazione odierno: gli sforzi per la produzione di contenuti seri e verificati da soli possono fare poco contro la mis/dis/mal infomazione, se non si accompagnano ad altrettanti sforzi da parte di big come Facebook e Google, di lavorare sulla logica degli algoritmi che presentano i contenuti agli utenti.

Anche se suddetti big hanno dichiarato di voler investire in questa direzione – spiega Waldrop – la verità è che al momento strategie chiare ce ne sono poche. Facebook per esempio sta stringendo legami con aziende per finanziare la formazione di giornalisti, ma chiaramente non basta.

Incoronarsi controllori?

Il problema per i social media è essenzialmente come riuscire a dirimere fra assicurare la libertà di parola a tutti e il decidere che cosa è accettabile e che cosa no. Secondo Ethan Zuckerman, giornalista che dirige il Center for Civic Media al MIT, una forma di censura non è possibile, e anche solo provare condurrebbe al disastro perché fomenterebbe nei produttori di fake news ancora di più il desiderio di continuare a fare disinformazione.

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