Le storie non significano nulla

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In un suo recente articolo apparso su PNAS, il giornalista M. Mitchell Waldrop usa proprio questa frase così provocatoria e che ricorda un celebre monologo Shakesperiano, per riassumere uno dei problemi del mondo dell’informazione odierno: gli sforzi per la produzione di contenuti seri e verificati da soli possono fare poco contro la mis/dis/mal infomazione, se non si accompagnano ad altrettanti sforzi da parte di big come Facebook e Google, di lavorare sulla logica degli algoritmi che presentano i contenuti agli utenti.

Anche se suddetti big hanno dichiarato di voler investire in questa direzione – spiega Waldrop – la verità è che al momento strategie chiare ce ne sono poche. Facebook per esempio sta stringendo legami con aziende per finanziare la formazione di giornalisti, ma chiaramente non basta.

Incoronarsi controllori?

Il problema per i social media è essenzialmente come riuscire a dirimere fra assicurare la libertà di parola a tutti e il decidere che cosa è accettabile e che cosa no. Secondo Ethan Zuckerman, giornalista che dirige il Center for Civic Media al MIT, una forma di censura non è possibile, e anche solo provare condurrebbe al disastro perché fomenterebbe nei produttori di fake news ancora di più il desiderio di continuare a fare disinformazione.

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Cervello e bellezza. Intervista a Semir Zeki

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Nel 1909 ne Lo spirituale nell’arte Kandinskij scrive che «Il colore è un mezzo per esercitare un influsso diretto sull’Anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’Anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che con questo o quel tasto porta l’anima a vibrare.» Non a caso molte delle opere della fase più matura dell’artista sono titolate Composizione o – ancor più esplicitamente – Ouverture musicale. Negli stessi anni – siamo nel 1907 – Picasso dipinge Les Demoiselles d’Avignon, dove afferma il valore della scomposizione come esperienza artistica: la nostra mente sa ricomporre spontaneamente il segno, elaborare un’immagine di ciò che gli occhi vedono, anche se le angolazioni, la visuale, proposte dall’artista sono molteplici e in apparente contraddizione. Qualche anno dopo, nel 1929, Paul Klee dipinge Strada principale e strade secondarie, dove i protagonisti sono la linea e il colore, scelti come strumenti per innescare la libertà associativa di chi osserva.

Da sempre l’arte si è interrogata con diversi esiti su se stessa, sul suo ruolo, sulla sua origine e sui suoi fondamenti, con un’ “accelerazione” a partire dalla fine dell’Ottocento, come conseguenza di quella tensione avanguardistica che ha pervaso tutti i campi del sapere, da quello scientifico a quello filosofico e letterario. Ma sebbene alcuni abbiano teorizzato il contrario, il Novecento è stato anche il secolo che ha cercato di fare sintesi fra le diverse branche del sapere, proponendo di indagare la mente e la percezione anche con il metodo scientifico. Uno di questi tentativi – non sempre accolti di buon grado da tutti gli studiosi dell’esperienza estetica – è rappresentato dalla neuroestetica, disciplina fondata nel 1994 dal neurobiologo Semir Zeki, docente all’University College London, che indaga i meccanismi coinvolti nell’esperienza estetica attraverso lo studio delle scienze cognitive, cioè cercando di capire che cosa si mette in moto nel nostro cervello durante tutta quella serie di risonanze che siamo soliti chiamare “bellezza” (o “bruttezza”).

Nei giorni scorsi Semir Zeki è stato ospite al Welcome Day della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste. Per l’occasione Scienza in Rete lo ha intervistato.

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Fake news? Meglio information disorder

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Non più “fake news” ma “information disorder”, in modo da descrivere tutte le sfaccettature di questo prisma complesso che è la comunicazione oggi. Questo è il passaggio che propongono Claire Wardle e Hossein Derakhshan in un rapporto pubblicato dal Consiglio d’Europa dal titolo – appunto – Information Disorder Toward an interdisciplinary framework for research and policymaking.

Il problema secondo gli autori è che il tema della “lotta” contro le fake news sia mal posto sin dalla sua definizione lessicale. Il termine fake news, tanto usato sia dai giornali sia dai poteri forti globali, è dal punto di vista degli autori – e come dar loro torto – un ombrello che abbraccia molti aspetti del comunicare umano (e non umano). Un articolo pubblicato ad agosto di quest’anno ha studiato 34 articoli accademici pubblicati dal 2003 al 2017 sul tema fake news, facendo emergere una moltitudine di significati e di contesti diversi: ci sono la satira e la parodia, i contenuti diffusi in maniera imprecisa per leggerezza o per fretta, ci sono poi i veri e propri impostori, che fabbricano contenuti appositamente falsi per screditare taluno o talaltro. E ancora, va ricordato che il termine fake news comprende non solo i fatti falsi, ma anche le correlazioni errate, non basate su prove sufficienti. Siamo davanti a un inquinamento dell’informazione, per usare l’espressione degli autori.

Mis-information, dis-information, mal-information

La proposta è di spostare l’attenzione dal dilagare delle notizie errate al problema della mancanza di fiducia nel giornalismo e della qualità delle fonti. “Ci si fida oggi più dei propri familiari e amici che degli esperti del New York Times” spiegano gli autori. Secondo i dati pubblicati a settembre 2017 al BBC World all’interno di una survey condotta su 18 paesi, il 79% dei rispondenti si sarebbe detto preoccupato di leggere notizie false.

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Chi sta al top delle bioscienze secondo Semantic Scholar

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In questi giorni Science ha pubblicato un articolo con la lista dei 10 ricercatori più influenti in campo biomedico, elaborata da Semantic Scholar, un motore di ricerca per la ricerca facilitata di paper accademici, lanciato nel 2015 e sviluppato dall’Istituto Allen per l’intelligenza artificiale (AI2), un ente no profit con sede a Seattle fondato nel 2014 dal co-fondatore di Microsoft Paul Allen. Eccoli:

  1. Eric Lander, Massachusetts Institute of Technology (biology)
  2. Karl Friston, University College London (neuroscience)
  3. Raymond Dolan, University College London (neuroscience)
  4. Shizuo Akira, Osaka University (immunology)
  5. David Botstein, Calico (biology)
  6. Dennis Smith, Pfizer (pharmacokinetics)
  7. Eugene Koonin, National Center for Biotechnology Information (biology)
  8. Walter Willett, Harvard School of Public Health (epidemiology)
  9. Rudolf Jaenisch, Massachusetts Institute of Technology (genetics)
  10. Bert Vogelstein, Johns Hopkins Medical School (oncology)

Secondo l’algoritmo di Semantic Scholar, lo scienziato più influente al mondo in ambito biomedico sarebbe Eric Lander, in effetti un personaggio molto influente nella genomica che, con una formazione da matematico è approdato a studi di genomica e bioinformatica fino a diventare direttore e fondatore del prestigioso Broad Institute, nato da una generosa offerta dei coniugi Broad che hanno messo insieme in questo istituto il meglio dei cervelli di Harvard e del MIT. Per intenderci, dall’esempio del “Broad” ha preso il via l’accidentata vicenda del progetto Human Technopole di Milano. A seguire, altri 9 ricercatori (tutti uomini), di cui 7 americani fra Harvard, il MIT, la Johns Hopkins Medical School, e il National Center for Biotechnology Information, e due inglesi di stanza allo University College. Due di questi 10 inoltre vengono da colossi dell’industria biotecnologica e farmaceutica quali Calico e Pfizer.

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