Non tutte le periferie sono uguali

Non tutte le periferie sono uguali. Ce ne sono di più o meno “funzionali” a seconda della presenza e assenza di servizi di diverso tipo: commerciali, sociali e sanitari, infrastrutture, di riqualificazione urbana, turistici e culturali. Si parla di “effetto città”, e di periferia “funzionale” quando in una certa zona sono presenti tutte queste variabili.

La cattiva notizia è che in Italia siamo ancora ben lontani dall’avere periferie davvero funzionali. Man mano che ci allontaniamo dal centro l’effetto città è sempre più rarefatto. In molti casi la periferia di una grande città è ancora un luogo sbilanciato, monofunzionale, spesso solo commerciale.

I dati li ha raccolti l’Atlante delle Periferie Funzionali del MiBACT, con dati aggiornati alla fine del 2016, che ha esaminato nove città metropolitane (esclusa Roma) – Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Torino, e Venezia – sezione per sezione, comparto per comparto, per capire come si articola questa rarefazione dell’effetto città. Nel complesso per tutte le città si osserva un gradiente impietoso, sia che si parli di cultura, che di servizi per il tempo libero, che di progetti di riqualificazione urbana.

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Quanto, dove e come lavorano i nuovi dottori di ricerca

Secondo la recente indagine condotta dall’Istat su coloro che hanno conseguito il dottorato nel 2012 e nel 2014, a quattro e a sei anni, il 93,7 per cento dei dottori lavora, e oltre sette occupati su dieci hanno iniziato l’attività lavorativa osservata nel 2018.  Il 36,3% lavora a tempo indeterminato il 25,4 % a termine, il 20,7% svolge un’attività finanziata da una borsa di studio o da un assegno di ricerca, il 9,2% ha un’attività autonoma mentre l’8,5%  lavora come collaboratore o prestatore d’opera occasionale. Uno su quattro dei neo dottori è occupato in ambito universitario, il 24,1%, il 17% nell’istruzione non universitaria, il 13,6% in istituti di ricerca pubblici o privati, mentre un occupato su dieci con PhD lavora nel settore dell’agricoltura e dell’industria.

Tassi occupazionali più bassi riguardano i dottori dell’area delle scienze politiche e sociali

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Letture estive 2019, i consigli di OggiScienza

Come ogni estate arrivano i consigli di lettura di OggiScienza (qui le puntate 2016, 2017 e 2018). con qualche spunto di lettura tra i libri pubblicati negli ultimi mesi, dall’astronomia al comportamento animale, dalla salute alla storia della scienza. Quali sono i libri da leggere nell’estate 2019?

Iniziamo con qualcosa di particolare. Il primo libro che vi proponiamo è edito da Raffaello Cortina Editore: Erotismo e aggressività nei disturbi gravi di personalità di Otto Kernberg, uno tra i più autorevoli psicoanalisti contemporanei. Si tratta di una serie di scritti dove l’autore analizza la complessa relazione tra teoria delle relazioni oggettuali e neurobiologia, con un approccio psicoanalitico nella lettura dei fenomeni della personalità. Che non è certamente l’unica chiave di lettura possibile, ma è uno sguardo interessante da considerare.

Passando alla fisica, è di questi mesi l’ultimo libro dello scienziato e divulgatore scientifico Amedeo Balbi, dal titolo L’ultimo orizzonte. Cosa sappiamo dell’universo, edito da UTET. La domanda è la seguente: possiamo dire di sapere finalmente tutto dell’universo? Certo che no. Il libro di Balbi si colloca in questa terra di frontiera su cui si svolge la ricerca attuale, dalle conferme della teoria inflazionaria fino alla ricerca della materia oscura, passando per la spiegazione dell’accelerazione dell’espansione dell’universo.

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Chi sono gli insoddisfatti dalla democrazia? Una nazione su due

La metà degli intervistati in 27 paesi esaminati da un recente sondaggio di Pew Research, non è soddisfatta di come la democrazia sta funzionando nel loro paese. Un malcontento legato alle preoccupazioni per l’economia, i diritti individuali e i galoppanti privilegi delle elite, che ha fatto emergere leader, partiti e movimenti anti-establishment sia a destra che a sinistra che hanno sfidato le norme fondamentali e le istituzioni della democrazia liberale.

Sono passati più di dieci anni da quando il sociologo Colin Crouch parlò di Post Democrazia riferendosi al fatto che i nostri sistemi politici pur essendo basati su norme e istituzioni democratiche, di fatto seguano i dettami del mercato globale delle grandi lobby e dai sistemi di comunicazione. Una grande Connectography – per citare un altrettanto importante libro più recente dell’analista Parag Khanna – che svuoterebbe il nucleo della democrazia, lasciando agli elettori solo la carcassa vuota di un liberalismo passivo.

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