Ecco come si legge l’oscuro documento sui 21 indicatori regionali del Covid 

Lunedì 9 novembre il Ministero della Salute ha pubblicato un documento dal titolo “Monitoraggio Fase 2 Report settimanale (periodo 26 ottobre-1 novembre”), con i dati dei 21 indicatori regione per regione. Un numerino per ogni casella, talvolta una valutazione espressa in frasi. È un primo passo importante, ma certamente non semplice da comprendere. Chi scrive, che certo non è un genio ma si occupa di dati sanitari da un po’ di anni, ci ha messo una mattinata di massima concentrazione a capirci qualcosa.

Proveremo qui a capire quali sono gli indicatori che hanno inciso di più sulle decisioni del governo di attribuire le zone rosse, arancioni o gialle. Nelle tabelle i dati considerati gravi sono colorati in rosso, il che aiuta a livello visivo i non daltonici.

Come è fatto il documento in Pdf

Il documento, in .pdf, riporta una prima tabella di sintesi, che pero spiegheremo alla fine di questo articolo perché riteniamo che risulti più comprensibile solo dopo aver esaminato le altre. Passiamo quindi oltre, ai tre ulteriori paragrafi, ognuno dei quali descrive una “dimensione” del monitoraggio.

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Come funziona un reparto di terapia intensiva

“La vera cura dei pazienti COVID-19 in terapia intensiva è la ventilazione: il nostro lavoro è tenerli in vita affinché possano, quando possono, guarire da soli. Al momento l’unico farmaco che dà risultati è il cortisone, a cui si aggiunge l’eparina a basso peso molecolare per evitare embolie e trombosi.” Sono le parole di Maria Luisa Radice, responsabile di struttura di un piccolo ospedale della provincia di Genova, che in queste settimane si ritrova a dover riconvertire la propria terapia intensiva di 7-8 posti – perché questi sono i posti letto di una terapia intensiva di un ospedale di provincia – in reparto COVID, spostando i pazienti non COVID-19 in altre strutture.

È importante valutare la dimensione di un ospedale: abituati a sentir parlare dei grandi centri delle metropoli, fatichiamo a inquadrare l’impatto di questa pandemia sul resto del territorio.

A inizio novembre, contiamo oltre 2000 pazienti COVID-19 in terapia intensiva, l’equivalente di 200 reparti di un ospedale medio solo per pazienti positivi a COVID-19. Da più parti si levano le voci di chi sostiene che l’impatto del nuovo coronavirus sia irrisorio. Non è così: i flussi in terapia intensiva sono stati enormi, la mortalità complessiva in questi reparti è aumentata – almeno stando alle testimonianze dei nostri intervistati – e di fatto si tratta di polmoniti sempre gravissime.

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Quanto costano i tamponi e perché intasano il sistema sanitario pubblico

Mentre scriviamo questo articolo, abbiamo avviato la Passione Secondo Giovanni di J.S. Bach . Almeno in Lombardia, se sei asintomatico o sintomatico ma non grave, il sistema sanitario pubblico non riesce più ad assicurarti il tampone. Puoi farlo privatamente ma il costo è alto: una media di 100 euro a test, e in ogni caso di fronte a una positività rintracciata in questo modo, il sistema fatica a far partire il tracciamento contatti.
A Infodata, quando ci troviamo di fronte a dati opachi solitamente ci fermiamo. Preferiamo raccontare dati che consideriamo solidi, raccolti con una metodologia che abbiamo valutato essere indicativa. Talvolta però le domande sono talmente grandi che osiamo inoltrarci nella Selva Oscura e mostrare al cittadino perché non è possibile raccogliere certi dati, che invece giustamente il cittadino chiede.

Un altro esempio di dato opaco sono i numeri dei contagi in cinema e teatri. In questi giorni sta girando online l’immagine di alcuni numeri secondo cui in tutta Italia ci sarebbe stato solo un contagio in teatri o cinema. Purtroppo questo dato non può rispecchiare la realtà, è appunto opaco: la verità è che non vengono raccolte in modo omogeneo le informazioni sul luogo di contagio per il semplice fatto che è difficile risalire a dove è avvenuto il contagio.Tornando ai tamponi, l’impressione è che la maggior parte delle regioni sia allo stato brado, che non ci sia nessuno che tiene le redini.

L’indagine di Altroconsumo 

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Lockdown: più vitamine e benzodiazepine, ma meno farmaci per la disfunzione erettile

Durante i mesi di lockdown abbiamo acquistato più ansiolitici e antidepressivi, in particolare più benzodiazepine, più antiepiretici (come il paraceramolo), più acido ascorbico (vitamina C) anche grazie al diffondersi di informazioni scientifiche non validate, più liolipemizzanti per ridurre il colesterolo, ma meno farmaci contro la disfunzione erettile (inibitori della fosfodiesterasi). Riguardo a questi ultimi non si sa se le vendite sono calate perché siamo stati meglio o perché siamo stati peggio.

Lo riporta un rapporto di AIFA  uscito il 29 luglio scorso dal titolo Rapporto sull’uso dei farmaci durante l’epidemia COVID‐19 Anno 2020, che analizza il numero di confezioni di medicinali per 10.000 abitanti per giorno, erogati tramite le farmacie territoriali pubbliche e private, sia in regime di farmaceutica convenzionata sia attraverso la distribuzione per conto, a carico del SSN.

Iniziamo con la buona notizia: fra marzo e maggio, nonostante la chiusura, gli italiani non hanno dovuto rinunciare alle cure farmacologiche che già seguivano. A livello nazionale nel periodo pre e post COVID-19, non si evidenziano infatti differenze significative nei consumi per tutte le categorie di farmaci per malattie croniche esaminate. Segno che complessivamente le strategie poste in atto per favorire la continuità assistenziale dei malati cronici e fragili hanno retto.

In generale abbiamo comprato più farmaci del solito, in particolare come si diceva, benzodiazepine, vitamine, paracetamolo e idrossiclorochina, un antireumatico utilizzato contro malaria, artrite reumatoide e lupus eritematoso sistemico, che ha visto un’impennata importante negli ospedali nella fase acuta della pandemia, come abbiamo raccontato nella scorsa puntata.
Sono queste le categorie o i principi attivi per cui le farmacie pubbliche o private si sono approvvigionate maggiormente in modo significativo, in vista di erogazioni dirette ai pazienti. Da questa analisi emerge che a marzo gli acquisti da parte delle farmacie sono stati ben superiori rispetto ai mesi precedenti e ad aprile 2020 l’incremento in termini di confezioni comprate è stato di più del doppio rispetto alla media dei tre mesi pre COVID-19. Dal momento che anche a maggio 2020 l’aumento si è confermato, ci fa supporre che gli approvvigionamenti siano stati realmente erogati ai cittadini fra marzo e aprile.

È bene precisare che le categorie elencate comprendono farmaci di classe C (cioè a carico del cittadino ma con obbligo di ricetta) a cui si aggiunge la idrossiclorochina che, pur essendo un farmaco in classe A, può essere erogata direttamente al paziente a proprio carico.

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