Gli indicatori socioeconomici influenzano l’incidenza della demenza?

SALUTE – Si potrebbe pensare che la possibilità di sviluppare una delle forme di demenza sia casuale e non prevenibile, ma pare che non sia così. Chi è più ricco ha un rischio minore di soffrire di demenza mentre, contrariamente alle aspettative, un livello di istruzione più alto conta poco.

Lo mostra uno studio longitudinale condotto nel Regno Unito e pubblicato sulla rivista JAMA Psychiatrics, che ha previsto un follow-up di 12 anni e si è concentrato proprio sull’invecchiamento. I ricercatori hanno esplorato l’associazione fra i fattori socio-economici individuali e l’incidenza della demenza sulla popolazione.

Sono state coinvolte 6220 persone di età pari o superiore a 65 anni, per la metà donne. Di queste, 463 (il 7,4%) hanno riscontrato nuovi casi di demenza nei 12 anni tra il 2002-2003 e il 2014-2015. Il rischio di sviluppare la demenza era 1,68 volte più alto per quelli nel quintile di reddito più basso – chi guadagnava meno di 700 sterline al mese – rispetto agli appartenenti al quintile più alto. Un risultato indipendente dall’istruzione, dall’indice di deprivazione multipla – che misura il disagio socio-economico di una popolazione – e dagli indicatori di salute.

Lo studio ha due elementi di novità: è il primo studio longitudinale che esamina vari aspetti delle caratteristiche dello status socio economico sia a livello individuale che di gruppo in associazione con l’incidenza della demenza all’interno di un contesto di coorte di età. Inoltre, la valutazione della ricchezza è più dettagliata di quella disponibile nella maggior parte degli studi condotti fino ad oggi, essendo stata calcolata sulla base di accurate informazioni su più componenti individuali piuttosto che su un’ampia categorizzazione di attività.

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Scoperto come eliminare gli effetti collaterali della terapia CAR-T

SALUTE – L’immunoterapia è stata definita come un cavallo di Troia per il trattamento di alcuni tumori: l’idea è quella di non attaccare le cellule tumorali dall’esterno, con radiazioni (radioterapia), o con farmaci (chemioterapia), ma “educare” il sistema immunitario del paziente a riconoscere ed eliminare le cellule malate. Agire quindi dall’interno.

In questi anni sono stati sviluppati diversi approcci che cadono sotto il termine ombrello di immunoterapia, uno dei quali è definito CAR-T. L’idea di fondo della terapia CAR-T è di ingegnerizzare i linfociti T del malato (un sottogruppo di globuli bianchi) per esprimere nuovi recettori in grado di riconoscere le cellule tumorali. In questo modo i linfociti T riprogrammati con recettori per l’antigene CAR-T vengono reinfusi nel paziente in modo che il sistema immunitario di quest’ultimo possa riconoscere le cellule tumorali e di attaccarle.

Uno degli ambiti più promettenti di questo approccio sono i tumori del sangue, come i linfomi e le leucemie. C’è però un problema a monte di questa strategia: il rischio di gravi tossicità per l’organismo: da una parte la frequente sindrome da rilascio di citochine (CRS), molecole ad alto potenziale infiammatorio, e dall’altro – più rara ma talvolta mortale – neurotossicità.

Oggi, un team di ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele è riuscito a descrivere il meccanismo molecolare all’origine di queste tossicità nei tumori del sangue, dimostrando la potenziale efficacia di un farmaco già in uso per l’artrite, nel prevenirle e curarle. Una scoperta che permette di aggirare il principale ostacolo all’utilizzo clinico della tecnologia dei linfociti CAR-T, e che non a caso è valsa agli autori la pubblicazione su Nature Medicine.

“Le tossicità dei linfociti CAR-T, derivanti dal rilascio di citochine, sono di due tipi – spiega a OggiScienza Attilio Bondanza, che ha condotto lo studio come ricercatore dell’Università Vita-Salute San Raffaele – la CRS, che si manifesta in genere entro pochi giorni dall’infusione ed è solitamente controllabile grazie all’impiego di tocilizumab, un farmaco che interferisce con la citochina IL-6; e poi la più pericolosa neurotossicità, che si ha quando le citochine superano la barriera emato-encefalica entrando nel cervello.

Finora si pensava che la citochina IL- 6 fosse responsabile di entrambe le tossicità, anche se si osservava uno scarso funzionamento nella neurotossicità. I ricercatori hanno così provato a utilizzare la citochina IL-1, la prima citochina a essere rilasciata e che questa in seguito innesca una reazione a catena portando al rilascio di IL-6 e quindi all’insorgere della CRS. Il risultato è stato quello sperato: utilizzando farmaci contro la IL-1 si bloccava anche la neurotossicità, e quindi il peggiore fra gli effetti collaterali della terapia CAR-T.

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La cura degli anziani? Esiste una questione Meridionale

Secondo recenti dati Istat  al 31 dicembre 2015 in Italia si contavano 288 mila persone con più di 65 anni ospiti di strutture residenziali socio- assistenziali, di cui 218 mila non autosufficienti. Più della metà – cioè circa 100 mila persone – hanno più di 85 anni e solo il 12% di loro ha meno di 75 anni.

Ciò significa che circa 21 anziani su 1000 sono ospiti delle strutture residenziali socio-assistenziali e sociosanitarie e circa 16 ogni 1000 di loro sono in condizione di non autosufficienza. Mediamente su 1000 donne residenti, 28 vivono nei presidi, contro i 13 uomini per 1000 residenti.

Il punto è che il divario fra nord e sud è immenso. Al nord ci sono in media 30 anziani ospitati ogni 1000 abitanti, di cui 25 su 1000 per non autosufficienti, mentre al sud, isole escluse, ce ne sono 9 per 1000 abitanti, e nelle regioni del centro 15 per 1000.

Dati che riflettono le differenze in termini di posti letto: si passa dai 4200 posti letto per over 65 in Trentino Alto Adige e agli oltre 3000 di Valle D’Aosta, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Veneto ed Emilia Romagna, ai 540 della Campania e ai 930 della Calabria. In generale – come si evince dal grafico sottostante – la divisione fra nord e sud è netta.

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Antibiotico-resistenza: un problema anche climatico

I batteri sviluppano resistenza agli antibiotici in gran parte a causa dell’esposizione ripetuta dovuta a una prescrizione eccessiva. Ma potrebbero esserci in gioco anche pressioni ambientali molto più grandi?
Cercando di comprendere meglio la distribuzione della resistenza agli antibiotici in tutti gli Stati Uniti, un team multidisciplinare di epidemiologi del Boston Children’s Hospital e dell’Università di Toronto ha scoperto che temperature locali e densità di popolazione più elevate sono correlate a un più alto grado di resistenza agli antibiotici nei più comuni ceppi batterici. I risultati sono stati pubblicati su Nature Climate Change
“Gli effetti del clima sono sempre più riconosciuti in una varietà di malattie infettive, ma per quanto sappiamo questa è la prima volta che i cambiamenti climatici sono implicati nella distribuzione della resistenza agli antibiotici sulle aree geografiche”, spiega Derek MacFadden, primo autore dello studio, “Abbiamo addirittura trovato un segnale del fatto che le associazioni tra resistenza agli antibiotici e la temperatura potrebbero aumentare nel tempo”.
Il team ha assemblato un ampio database di informazioni sulla resistenza agli antibiotici negli Stati Uniti relative a Escherichiacoli, Klebsiella pneumoniaee Staphylococcus aureus, utilizzando dati sulla sorveglianza ospedaliera, dati di laboratorio, raccolti tra il 2013 e il 2015. Complessivamente, il loro database comprendeva oltre 1,6 milioni di patogeni batterici da 602 record unici in 223 stabilimenti e in 41 stati.
Confrontando il database con le coordinate di latitudine e con le temperature medie locali, i ricercatori hanno scoperto che temperature locali minime più elevate erano maggiormente correlate con una più alta resistenza agli antibiotici. In particolare, un aumento della temperatura minima media di 10 gradi Celsius era associato ad aumenti rispettivamente del 4,2% 2,2% e 3,6% dei ceppi resistenti agli antibiotici di Escherichiacoli, Klebsiella pneumoniaee Staphylococcus aureus.Un dato ancora più inquietante emerge osservando il legame fra farmaco-resistenza e la densità della popolazione: un aumento di 10.000 persone per miglio quadrato era associato a un aumento della resistenza del 3% per l’Escherichia coli e del 6% per la Klebsiella pneumoniae, che sono entrambe specie Gram-negative.

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