Perché in tanti scappano dal Sudan

APPROFONDIMENTO – Una cartina di tornasole del benessere di un popolo è la sua libertà di stampa ed espressione. Il Sudan è il terzo paese di partenza dei migranti che sono arrivati in Italiadal 1 gennaio a oggi (1595 persone) e da questo punto di vista non se la passa per niente bene.

Nel 2018 il Sudan è stato classificato al 174mo posto nel mondo su 180 paesi per la libertà di stampa. Basta leggere la cronaca locale o seguire l’account Twitter del network dei giornalisti sudanesi, il Sudanese Journalists Network, che riporta continue censure da parte del governo di Omar al Bashir su giornali e giornalisti. A maggio scorso una direttiva spedita ai direttori dei giornali da parte dei Servizi di Sicurezza Nazionale (NISS) – riporta Nigrizia – proibiva la diffusione di notizie relative alla crisi del carburante, comprese quelle sulle proteste organizzate contro il governo nelle zone interessate dalla scarsità di combustibile.

Secondo Amnesty International, nella seconda metà del 2017 le autorità hanno confiscato le tirature di sei giornali in 26 episodi. E non si tratta solo di confische, ma di violenza come quella che ha dovuto subire Hanadi Alsiddig, caporedattrice del quotidiano Akhbar Alwatan, fermata e percossa da agenti del Niss per aver pubblicato notizie riguardanti dispute sulla terra.

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Convivere con la distonia: la storia di Flavia

VITE PAZIENTI – “Era il 2009 quando mi hanno operato per un tumore benigno al cervello. Io, donna sana di poco più di quarant’anni, una vita piena e attiva, ero stata tutto sommato fortunata: il tumore era benigno e l’intervento era andato per il verso giusto. Eppure dopo il primo periodo io non stavo bene.”

Cominciano i primi spasmi muscolari nella zona del collo e della testa, ma nessuno ci dà troppo peso. La postura, chissà. E invece era distonia, ma per Flavia ci vogliono anni prima di dare un nome alla sua nuova condizione. E solo con un nome, un’identificazione, si può essere riconosciuti e quindi trattati.

La distonia è una malattia difficile da diagnosticare e che può colpire chiunque, perché nella maggior parte dei casi non ci sono correlazioni di tipo genetico. Nel caso di Flavia probabilmente si è trattato di una conseguenza dell’intervento che ha subito al cervello che le ha, fra le altre cose, paralizzato la parte destra del viso.

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L’HIV in Africa, 30 anni dopo

APPROFONDIMENTO – Giampietro Pellizzer è un medico infettivologo, prestato in più occasioni a Medici con l’Africa Cuamm, uno di quelli che l’AIDS l’ha visto “nascere”, dalla fine degli anni Ottanta, e mettere in ginocchio un continente.

Due decenni di studio, progetti, strategie e negoziazioni con le realtà locali lo hanno convinto di una cosa: la principale sfida che dobbiamo affrontare per sconfiggere definitivamente l’HIV è ancora oggi strutturare delle strategie per portare i servizi alle persone, non solo aspettare le persone nei centri sanitari.

È il punto di partenza per porre le basi di una strategia di controllo concreta della malattia: convincere le persone a fare il test per l’HIV. Il primo degli obiettivi della strategia 90-90-90 delle Nazioni Unite per sconfiggere l’AIDS è fare in modo che entro il 2020 almeno il 90% della persone con HIV abbia fatto lo screening.

Ma siamo ben lontani da questo obiettivo. “In Tanzania il 5% della popolazione è sieropositivo ma solo il 70-80% dei sieropositivi conosce il proprio stato perché si è sottoposto al test” racconta Pellizzer a OggiScienza.

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Le due Italie su donne, aborto e contraccezione

APPROFONDIMENTO – Sulla salute riproduttiva delle donne e in particolare su come gestire l’aborto ci sono ancora oggi due Italie. C’è un’Italia che parla delle donne e alle donne, cercando di portare la discussione oltre la Legge 194, per garantire non solo la possibilità di aborto, ma un aborto sicuro per tutte; e c’è un’Italia che parla sulle donne, stabilendo quali siano i doveri del corpo della Donna per lo Stato. L’ultimo esempio viene da Verona, dove nei giorni scorsi è stata approvata da parte del consiglio comunale una mozione della Lega Nord, ma sottoscritta anche da esponenti del Partito Democratico, che dà il via libera al finanziamento pubblico ad associazioni cattoliche che portano avanti iniziative contro le interruzioni volontarie di gravidanza.

A Roma negli stessi giorni c’era l’altra Italia, che oltre al pane si spinge a chiedere anche le rose. Il 28 settembre, nella Giornata internazionale per l’aborto libero e sicuro, la Rete Nazionale Molto+di194 ha organizzato alla Camera dei Deputati la conferenza “Non tornare indietro: molto più di 194!” (il video è disponibile qui), che chiede a gran voce una presa di posizione netta da parte delle Istituzioni Sanitarie Nazionali su aborto e contraccezione gratuita. Il Ministero però stando a quanto si apprende è stato in silenzio, sia riguardo alle oltre 63.000 firme raccolte dal Comitato per la Contraccezione Gratuita e Responsabile tra dicembre e febbraio scorsi, sia sulla richiesta di interlocuzione formulata dalla Rete sulla possibilità di deospedalizzare l’aborto farmacologico e di estendere il limite del ricorso a 63 giorni, come prescrive l’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), contro i 49 giorni fissato dalle linee guida nazionali. L’aspetto paradossale è infatti che nel bugiardino del farmaco approvato da AIFA sono indicati 63 giorni di riferimento, e non 49.

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