Resistenza agli antibiotici: Italia primo paese per numero di infezioni (e di morti)

Questa settimana l’Organizzazione Mondiale della Sanità celebra la Settimana Mondiale della consapevolezza sull’Antibiotico Resistenza, anche se come è noto c’è poco da celebrare. Si tratta infatti di un problema enorme per la sanità pubblica a livello mondiale. Nessuno si salva: né i paesi più poveri né quelli più ricchi.

Solo in Europa, stando agli ultimi dati pubblicati in questi giorni su The Lancet Infectious Diseases  dall’ECDC, sarebbero 33 mila le persone morte nel 2015 per forme virali resistenti alle cure. Per fare un paragone, è lo stesso numero dei morti per influenza, tubercolosi e HIV/AIDS messi insieme. 671.689 sono state le infezioni riscontrate (dato mediano) e 170 i DALY, cioè gli anni persi in salute, su 100 mila persone.
Il 39% delle morti è causato da infezioni batteriche resistenti a antibiotici di ultima generazione come carbapenemi e colistina, cioè ai farmaci più recenti e dunque più potenti che possediamo perché calibrati sui ceppi più resistenti. Quando questi non saranno più efficaci sarà estremamente difficile o, in molti casi, impossibile curare le infezioni.
Inoltre, dallo studio emerge anche che tre infezioni su quattro sono dovute a infezioni ospedaliere, fatto che suggerisce che bisogna lavorare ancora molto sulla sicurezza del paziente.

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Essere adolescente con la sindrome di Down

VITE PAZIENTI – La premessa doverosa è che la sindrome di Down non è una malattia. È una condizione, che per alcuni può significare dover affrontare anche delle patologie, per esempio cardiache. Ne parliamo perché Vite Pazienti vuole raccontare anche che cosa significa vivere con una fragilità, specie quando il sentire comune è ancora molto ancorato a vecchi stereotipi, come accade per la sindrome di Down, molto lontani da quello che è oggi vivere con questa condizione.

Sarà che quando Martina Fuga – milanese, impegnata da anni come advocate sul tema – ti parla della sindrome di Down di sua figlia Emma ti fai l’idea chiara che Emma non è tutta lì. “Noi diciamo sempre che questi ragazzi assomigliano di più alle loro famiglie che ad altri ragazzi con sindrome di Down”. Credo sia il modo giusto per provare a entrare nella quotidianità di famiglie come quella di Emma e dei suoi due fratelli.

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Una malattia professionale costa 200 mila euro l’anno. Prevenirla molto meno

Secondo recenti stime del Centro Studi della Fondazione Ergo, mediamente fra costi assicurativi e previdenziali una malattia professionale costa all’Italia oltre 200 mila euro, un costo che complessivamente rappresenta circa lo 0,5% del PIL.
Una notizia forse positiva per l’Italia che riguarda il 2017 viene dai dati Inail, secondo i quali si sarebbe registrata nell’ultimo anno un’inversione di tendenza, cioè una diminuzione del numero di denunce pari al 3,5%, un calo dovuto prevalentemente alle minori denunce in Agricoltura: -10,2%. L’aspetto interessante, secondo gli esperti di Ergo, è che le denunce sono calate nonostante l’occupazione sia aumentata, cosa mai accaduta negli ultimi anni, forse per una maggiore sensibilità delle aziende ad attuare misure di prevenzione.

La maggior parte delle denunce del settore industria e servizi, il 44%, riguarda il sistema muscolo-scheletrico: 20 mila protocollate solo nel 2017, il 20% in più rispetto al 2011, anche se leggermente in calo rispetto al 2016. Il resto delle denunce, ulteriori 26 mila, sono cresciute del 18% rispetto al 2011. Dal 2011 al 2017 l’Inail si è visto pervenire 132 mila denunce per malattie dell’apparato muscolo-scheletrico e oltre 170 mila per altre malattie.

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Screening preventivi, in Italia si fanno ancora troppo poco

SALUTE – Dal 2009 a oggi, in Italia, non ci sono stati passi in avanti importanti sulla prevenzione dei tumori attraverso i programmi di screening. Eppure è a tutti gli effetti la prima forma di cura. Va comunicato di più e va comunicato meglio, ma come riuscirci?

Oggi fra le donne il tumore alla mammella è al primo posto per mortalità in ambito oncologico, in tutte le fasce di età. Un terzo delle donne morte di cancro sotto i 50 anni deve dare la colpa a questo tumore, così come un quarto di quelle dai 50 ai 69 anni. Il cancro al colon-retto è invece al terzo posto fra le under 70 e al secondo fra le più anziane, mentre il tumore all’utero è al quarto posto come mortalità fra le donne più giovani.

Considerando l’intera popolazione, ed escludendo i carcinomi della cute, le sedi tumorali più frequenti sono appunto la mammella e il colon-retto (entrambi con il 14% dei tumori, cioè una diagnosi su sette).

Al tempo stesso l’87% delle donne è viva a cinque anni dalla diagnosi di tumore mammario, e il 70% a 5 anni da una diagnosi di tumore alla cervice uterina o al colon-retto. Complessivamente le donne hanno una sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi per qualsiasi tipo di tumore del 63%, migliore rispetto a quella degli uomini (54%), e in gran parte questa differenza è legata al fatto che nelle donne il tumore più frequente è quello appunto della mammella, caratterizzato, se preso per tempo, da una buona possibilità di totale guarigione.

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