Migranti e salute mentale: quando al clinico si affianca l’antropologo

Molto viene detto e scritto sulle condizioni di salute mentale delle persone migranti che arrivano nel nostro paese, il più delle volte banalizzando questioni complesse. Riconducendo i problemi di salute fisica o mentale solo al fatto di aver subito tortura o violenze. “Siamo abituati ad approcciare il problema tramite il nostro sguardo clinico occidentale che considera una certa serie di cause per la malattia mentale e ne lascia fuori altre. Spesso invece i problemi fisici o mentali che le persone migranti si trovano ad affrontare sono legati a fatti o fenomeni appartenuti al contesto di origine, che solo un approccio etnografico può indagare” racconta a OggiScienza Maria Concetta Segneri, antropologa presso l’INMP di Roma, l’unico centro italiano che prevede il supporto antropologico a fianco di quello clinico nell’aiuto alle persone migranti. L’Istituto offre uno sportello dedicato ai richiedenti asilo.

La presa d’atto che la comprensione di un’altra cultura inizia assumendo il punto di vista di chi la vive è stato un processo lento, iniziato a metà del XIX secolo con personaggi come Edward Tylor, che inizia a parlare di etnocentrismo dell’evoluzione culturale, di James Frazer che introduce un primo metodo comparativo nell’analisi di alcune culture primitive, o Bronislaw Malinovski che comincia a parlare di funzionalismo, cioè di come i bisogni biologici orientino la cultura delle popolazioni. Ci vorrà però oltre un secolo per arrivare a elaborare un approccio alle altre culture davvero svincolato dalla nostra visione del mondo.

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Come stanno davvero di salute i migranti irregolari?

Come stanno davvero di salute i migranti irregolari? Anche un recente rapporto sulle persone che vivono in Lombardia a cura dell’Associazione di volontariato NAGA ha mostrato che non dobbiamo avere paura di chissà quale contagio: la vulnerabilità reale non riguarda noi ma loro, che vivono in condizioni di sempre maggiore indigenza. Nel complesso il rapporto ha rilevato l’estrema rarità di malattie infettive: appena 29 casi su oltre 2000 persone: 21 casi di scabbia, 6 di epatite, 1 caso di morbillo e 1 caso di sifilide.
Nel 2017, 62 individui (il 3% del campione) sono stati inviati all’ospedale per sospetta tubercolosi ma soltanto 3 di questi, su oltre 200 persone, sono risultati positivi alle successive analisi.
Le diagnosi più comuni sono quelle relative alle malattie del sistema muscoloscheletrico (12,1%), in particolare dolori articolari e lombosciatalgia; seguite da quelle del sistema respiratorio (11,4%), come farigite e sindrome influenzale; della cute e del tessuto sottocutaneo (10,8%) e infine dell’apparato genitale, comprese contraccezione e gravidanza (10%). Il 7,4% delle donne e il 5,8% degli uomini ha mostrato invece disturbi psichici e comportamentali, come d’ansia e disturbo post-traumatico da stress, con percentuali più elevate fra i maschi provenienti dall’Africa Sub-Sahariana.
Il rapporto ha analizzato quasi 8000 persone che si sono recate al Naga in tre anni, 2044 solo nel 2017. Si tratta della più vasta banca dati sulle condizioni mediche dei cittadini stranieri irregolari non ospedalizzati in Italia. In questo caso inoltre Tutti i nuovi utenti del Naga vengono sottoposti ad uno screening per la possibile presenza di tubercolosi, che verrà poi ripetuto annualmente.

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G-START, un nuovo modello per promuovere la salute tra le persone migranti

L’impressione netta che si ha parlando con chi si occupa di salute pubblica e migrazioni è che l’approccio del Decreto Sicurezza sia perdente, in questo ambito più che mai. Perdente per le persone richiedenti asilo, che arrivano da paesi come Sudan ed Eritrea, e perdente anche per noi nativi.

La ragione è persino banale per chi mastica almeno un po’ di politiche di promozione della salute e di prevenzione: solo migliorando l’accessibilità ai servizi, cioè mantenendo le persone vulnerabili dentro il sistema a livello territoriale e coordinando le forze tra ASL, scuola, comuni e prefetture si ottengono reali risultati in termini di output sanitari. Senza sprecare risorse.

Il progetto G-START

A settembre la ASL 5 di Roma ha avviato un progetto innovativo e lungimirante in questa direzione: il progetto G-START – acronimo di Governance, Salute, Territorio, Accoglienza per Richiedenti asilo e Titolari di protezione. Si tratta della sperimentazione di un modello diverso di promozione della salute nei contesti di vulnerabilità, che mette in campo oltre alla ASL 5 anche l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) e l’Istituto superiore di sanità (ISS) e che è realizzato nell’ambito del Fondo Europeo FAMI – asilo, migrazione e integrazione 2014-2020.

Il progetto durerà due anni e prevede un approccio incentrato sulla vulnerabilità e sulle modalità di identificazione e di presa in carico, in un’ottica di partecipazione attiva della cittadinanza, persone richiedenti asilo comprese.

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Oggi tre abitanti della Terra su 10 sono cristiani. La geografia religiosa nel 2050

Secondo le stime del noto centro statistico statunitense Pew Research, oggi tre abitanti della Terra su 10 sono cristiani, 2,5 sono musulmani, 1,6 non sono religiosi (perciò nemmeno battezzati) e 1,5 sono indù. 0,7 su 10 sono i buddisti e 0,02 su 10, cioè 2 persone su 1.000 nel mondo, sono ebree. In numero assoluto si contano oggi 2,3 miliardi di cristiani, 1,8 miliardi di musulmani, 1,2 miliardi di persone non religiose e 1,1 miliardi di induisti. Tuttavia, considerando la bilancia fra nati e morti, si prevede che fra trent’anni, nel 2050, la geografia religiosa sarà diversa. Il numero di musulmani sarà quasi uguale al numero di cristiani in tutto il mondo, e in Europa si prevede che essi costituiranno il 10% della popolazione complessiva, contro 8l’8,4% del 2010.

I cristiani saranno comunque ancora di più dei musulmani (rispettivamente 2,9 miliardi e 2,7 miliardi di persone), anche se questi ultimi passeranno dal rappresentare il 23% degli abitanti dei pianeta al 29% in quarant’anni. È interessante osservare invece che la fetta dei non religiosi andrà assottigliandosi, passando dal costituire l’1,6% dei terrestri nel 2015 all’1,3% nel 2050.

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