Suicidi, la buona notizia è che la mortalità cala dal 1990 ma non ovunque

La buona notizia che emerge dal Global Burden of Disease raccontato su BMJ è che a livello globale i tassi standardizzati di suicidi sono diminuiti costantemente di quasi un terzo dal 1990 a oggi, in linea con la riduzione del tasso generico di mortalità (-30,6%). L’Organizzazione mondiale della sanità segnala ogni anno circa 800.000 suicidi a livello globale – 817.000 nel 2016 – cioè l’1,49% di tutti i decessi di quell’anno. Si tratta di 11 suicidi riusciti ogni 100 mila persone nel 2016 a partire dai 16,6 per 100 mila del 1990.
Ci sono tuttavia anche due notizie meno buone: la prima è che il gap di genere è ancora elevatissimo. Gli uomini si suicidano molto più delle donne, e in ventisei anni fra i maschi i suicidi sono diminuiti della metà rispetto a quanto è avvenuto fra le donne: un -23% dal 1990 contro un -49%. La seconda che questa diminuzione dei suicidi non è avvenuta dappertutto. Sono molti i paesi, e si tratta di paesi poveri, dove il tasso di suicidi è cresciuto.

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Le “giovani” partite Iva calano. Crescono i liberi professionisti over 50

Non ci sono state grandi sorprese nemmeno nel 2018: il numero di nuove partite IVA è sostanzialmente lo stesso dell’anno precedente (+0,54%). L’osservatorio delle partite IVA del Ministero delle Finanze ha contato per il 2018 512 mila nuove posizioni, di cui 152 mila “persone non fisiche” e 359 mila nuovi liberi professionisti: 221 mila uomini e 138 mila donne. Circa il 43% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 22,1% al Centro e il 34,6% al Sud ed Isole. Il confronto con l’anno precedente evidenzia che i maggiori incrementi di avviamenti si sono registrati in Lombardia (+2,1%), in provincia di Bolzano (+2%) e in Calabria (+1,8%). Le flessioni più significative riguardano, invece, la Basilicata (-6,8%), l’Umbria (-6,7%) e le Marche (-6,6%).

A crescere però sono le aperture da parte di persone con più di 50 anni, mentre il numero dei giovani neo liberi professionisti è in calo. Le nuove attività di persone dai 51 ai 64 anni sono passate dalle 52 mila del 2009 alle 59 mila del 2018, quelle degli over 65 dalle 12 mila in più del 2010 alle 14 mila del 2018. La metà di queste ultime aperture riguarda attività agricole, il 13% attività tecniche e scientifiche e un 9% nuove imprese commerciali.
I nuovi imprenditori con un’età compresa fra i 36 e i 50 anni erano invece 135 mila nel 2009 e sono 117 mila oggi, mentre fra gli under 35 si è passati dalle 210 mila nuove aperture di dieci anni fa alle 168 mila del 2018.

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Il 16,4% delle famiglie con pensionati è oggi rischio di povertà

I più recenti dati Istat lo confermano: in media i pensionati attenuano il rischio di disagio economico nelle famiglie e assicurano – sempre in media – un’importante rete di protezione sociale. Sebbene il reddito mediano delle famiglie italiane dove sono presenti pensionati sia più basso rispetto a quello del resto delle famiglie (la categoria di “famiglie” comprende anche i nuclei di soli pensionati) le prime sono meno a rischio di povertà e grave deprivazione materiale. Nel complesso il 16,4% delle famiglie con pensionati è oggi rischio di povertà, circa 8 punti percentuali di meno di quello dei nuclei familiari senza pensionati.
Addirittura la presenza di un pensionato all’interno di nuclei definiti “vulnerabili”, come per esempio quelli dei genitori soli, dimezza il rischio di povertà (da 33,4% a 16,1%) e il cumulo di pensioni e redditi nello stesso nucleo abbassa il rischio di povertà dal 18,4% al 3,8%. Nelle famiglie con figli avere o meno nel proprio nucleo un pensionato significa un rischio di povertà rispettivamente del 12,7% e del 20,8%.
La povertà però non è tutta uguale, e se andiamo a

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Pensione, il 18% delle donne non la riceve. Il nodo dell’autonomia di genere

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2017 i pensionati sono in calo rispetto al 2016: un totale di circa 16 milioni di persone di cui 7,6 milioni uomini e 8,4 milioni donne, includendo sia le pensioni da lavoro che quelle assistenziali. Questo perché i nuovi pensionati sono meno numerosi dei pensionati cessati, quelli cioè che nello stesso periodo hanno smesso di percepire trattamenti pensionistici.
Il gap di genere risulta forte e svantaggioso per tutti, con buona pace di chi ancora sostiene che il modello tradizionale di famiglia dove l’uomo lavora e la donna si occupa della famiglia sia il solido pilastro economico del nostro paese. La donna che non era autonoma ieri, non lo è neanche oggi, ed è un costo per tutti e per tutte. Le pensionate che ricevono integrazioni al minimo sono 2,5 milioni, l’82,1% del totale dei destinatari di tali integrazioni. l’INPS riconosce infatti a chi ha una pensione al di sotto del cosiddetto minimo vitale, pari a 507,42 euro mensili, un integrazione di tale pensione fino a quest’importo. Dal 2019, in previsione del reddito di cittadinanza, l’ammontare minimo è pari a 780 euro al mese.

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