Che cosa devi sapere prima di paragonare dati sanitari fra paesi 

È ormai noto che Sistemi Sanitari caratterizzati da un’assistenza sanitaria di base (quelle che si chiamano Cure Primarie) forte e ben strutturata presentano migliori risultati in termini di salute della popolazione che assistono: aumentata efficienza, migliore qualità dell’assistenza, nonché crescita soddisfazione da parte delle persone assistite. Tuttavia, paragonare i dati sanitari fra contesti diversi è sempre un problema. Lo è fra regioni italiane, le quali sono strutturate in modo differente, ma soprattutto fra paesi diversi, la cui gestione del comparto sanitario può variare anche di molto da stato a stato. Quante volte abbiamo accostato dati senza peritarci di andare a capire in che termini i sistemi che li avevano prodotti erano diversi!

Recentemente Agenas ha pubblicato un lungo lavoro di analisi su come funzionano le Cure primarie e che risultati producono in alcuni paesi vicini a noi: Germania, Svezia, Francia, Gran Bretagna, Spagna. Il rapporto è frutto dell’esame della letteratura scientifica e della normativa, nonché di interviste a esperti di ciascun Paese.

In questa prima puntata vediamo come differiscono le cure primarie in questi paesi, iniziando dalla forza lavoro e dagli investimenti in Primari Care, aiutandoci con la tabella sopra, che noi di Infodataabbiamo creato a partire dalle informazioni contenute nel rapporto. Nella prossima parleremo di quanto sono digitalizzate le cure primarie in questi paesi. Emergono differenze sostanziali nei modelli di gestione della salute territoriale che stanno alla base del gap di posti letto e MMG per paziente: in primis la scarsa tendenza ancora a lavorare in equipe costituendo Unità Assistenziali pubbliche multiservizio, superando la frammentazione dell’offerta sanitaria.

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Quei 50 mila ragazzi fra i 20 e i 24 anni senza licenza media 

(mio) Ecco la seconda puntata (la prima in commento, uscita ieri), con il titolo di studio dei 20-24 enni nel 2020, per provincia.

Un ventenne su quattro al sud non è diplomato, ma soprattutto:

10,6 mila ragazzi fra i 20 e i 24 anni oggi sono analfabeti, mentre altri 15,8 mila sono alfabetizzati ma non hanno mai finito le scuole elementari, e altri 23,3 mila non hanno mai finito le scuole medie.

Ci tengo a precisare che questo lavoro non ha lo scopo di dire “guarda quanti non hanno voluto studiare”, assolutamente. Lo sguardo è di comunità; la domanda riguarda il futuro dello “sviluppo” delle aree periferiche, la loro capacità di far fronte a un mondo sempre più complesso entro cui destreggiarsi, per fare impresa, per partecipare a bandi internazionali, ma non solo: anche per costruire associazionismo, volontariato, e via dicendo. Lo studio non è finalizzato a trovare un lavoro “migliore”, ognuno poi farà ciò che sente come vocazione. La formazione è cittadinanza attiva.

Inoltre, questo dato mappa anche dove c’è bisogno di intercettare la vulnerabilità sociale e fa emergere dove sono mancate di più le istituzioni, che non hanno investito in attività per supportare i giovani più a rischio. Credo che dobbiamo essere onesti e dircele queste cose.

[Sì, ci siamo posti la domanda se può darsi che una parte di essi abbia una qualche disabilità grave da impedirne l’alfabetizzazione. I numeri sono talmente elevati che pare improbabile si tratti solo di questo, e comunque esiste l’inclusione sociale in classe anche per i ragazzi con disabilità, quindi comunque comparirebbero in statistica fra chi ha ottenuto un qualche titolo, almeno delle scuole elementari.]

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In 10 anni il numero di ragazzi fra i 20 e i 24 anni senza il diploma è sceso al 17% 

Al mio paese eravamo, siamo, 32 bambini nati nel 1988 che frequentavano la quinta elementare. Siamo andati tutti alle scuole medie, ma circa la metà non si è mai diplomata. All’università, se ho fatto bene i conti, siamo andati in 10.

Negli anni, andando all’università, parlando con amici da altri luoghi d’Italia, ho realizzato che non era così per tutti, che alla mia età si andava in media tutti alle superiori. Mi è sempre rimasta la curiosità di mappare realmente il fenomeno e di capire se qualcosa è cambiato, specie nelle periferie.

Il punto è che di dati a livello comunale non ne abbiamo. O meglio, li ha Istat, ma li pubblica in modo aggregato (per provincia, per regione, e accorpando classi di età).

Questa è la prima di due puntate per privare a mappare come è cambiato il livello di istruzione dei giovani di 20-24 anni, fra chi ha finito le medie intorno al 2002 e chi le ha finite intorno al 2012. I dati ce li ha forniti Istat “privatamente” su nostra richiesta, con dettaglio provinciale e specificamente per i 20-24 enni. Li ho puliti con calma, ci ho fatto dei conti e… beh chi vorrà leggere vedrà.

Anticipo che stiamo lavorando anche per avere il dato comunale con la mappa *reale* del gap province-città, che non è provinciale ma strettamente geografico e che dipende – questa è l’ipotesi e vedremo se i dati la confermano o no – dalle infrastrutture ferroviarie e stradali, e dal sostrato socio-economico locale.

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2021: la metà delle neomamme italiane non lavora 

Nel 2021 la metà delle donne con almeno un figlio di meno di sei anni fra i 25 e i 49 anni non risulta occupata. Fra coloro che non hanno figli è il 27% a non essere occupata, ma va detto che nel computo sono comprese anche le studentesse universitarie. La situazione di maggior difficoltà rimane comunque nel Mezzogiorno, dove lavora solo il 35,3% delle donne con figli piccoli, quasi la metà rispetto al Centro (62,7%) e al Nord (64,3%). Lo racconta l’ultimo rapporto BES di Istat presentato il 21 aprile 2022.

L’ampliamento dello smart working in questi due anni di pandemia non ha modificato granché le cose. Non basta la possibilità di “lavorare da casa” anche perché non è una possibilità concreta per tutte le lavoratrici, in particolare per operaie, commesse, donne delle pulizie e via dicendo. È vero che fra il 2020 e il 2021 la quota di occupate che tele-lavora è aumentata più di quella degli uomini (+1,5 e +0,8 punti rispettivamente) e ha raggiunto quota 17,3% (4,3 punti percentuali in più degli uomini), ma nel complesso non vi sono state grandi rivoluzioni. Il lavoro da casa è più diffuso nel Centro, dove si osserva anche il maggior incremento rispetto al 2020 (la percentuale cresce di 2,3 punti e passa al 17,7%), e nel Nord (15,9%) rispetto al Mezzogiorno (10,5%).

Nel complesso, la ripresa del 2021 rispetto al 2020 risulta più forte per le donne, ma solo perché erano state le più colpite dagli effetti della pandemia. Nonostante, infatti, il tasso di occupazione femminile sia salito al 53,2%, con un aumento di +1,1 punti sul 2020 (l’aumento si è fermato a 0,6 punti per gli uomini), il recupero rispetto al 2019 è stato simile per uomini e donne.

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