OCSE: ancora troppe disuguaglianze nella sanità italiana

Reblogged from Scienza in Rete Secondo quello che raccontano i dati, gli italiani non stanno male rispetto all’Europa, è il sistema sanitario a soffrire il peso di una spaccatura: quella regionale, che nella maggior parte dei casi ricalca l’asse nord-sud. Lo avevamo già annunciato lo scorso novembre, quando era uscito il Libro Bianco sulle disuguaglianze di salute in Italia redatto da un gruppo di epidemiologi guidati da Giuseppe Costa dell’università di Torino, che aveva dipinto basandosi anche sui dati Istat un’Italia che viaggia a diverse velocità, con un Sud che arranca sempre di più. Oggi, uno scenario simile lo tratteggia l’OCSE in un report pubblicato nei giorni scorsi proprio sulla qualità dell’assistenza sanitaria in Italia nel 2014, confermando ciò che da più parti era emerso in precedenza: la sanità italiana nel suo complesso non pecca di qualità, ma allo stesso tempo il federalismo sanitario evidenzia delle enormi falle.

TRA I PIÙ SANI D’EUROPA

Il primo aspetto è dunque positivo e l’OCSE lo afferma esplicitamente: “the health status of the Italian population is amongst the best across OECD countries and performance indicators display favourable results.” Gli italiani mostrano in media uno stato di salute migliore rispetto ai colleghi stranieri, a partire dall’aspettativa di vita: con i nostri 82,7 anni di aspettativa nel 2011, contro una media OCSE di 80,1 anni, siamo infatti terzi in classifica. Un risultato abbastanza rassicurante, ma che rivela subito una sua zona d’ombra se consideriamo che l’invecchiamento della popolazione porta con sé importanti conseguenze per il sistema sanitario nazionale. Anche su questo punto i numeri OCSE sono chiari: da qui al 2050 la percentuale di italiani con più di 80 anni passerà dal 6% del 2010 al 14% , portandoci al quinto posto in classifica fra i paesi OCSE più “vecchi”. Read More

Je suis charlie – Numero speciale di Expost Magazine

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LA REDAZIONE DI CHARLIE HEBDO, magazine satirico di Parigi, è stata attaccata alle 11.20 del 7 gennaio 2015. Due uomini con il passamontagna nero, in tenuta da guerra, e armati di Kalashnikov AK-47 e fucile a pompa, sono entrati nel palazzo del giornale. Una postina ha assistito alla scena: “Ero nel palazzo, in un fondo al corridoio. Ho visto due uomini mascherati e armati che cercavano la redazione, e si sono messi a sparare in aria per spaventarci. Volevano sapere dove fosse l’ingresso, ma sono riuscita a scappare”. I terroristi hanno costretto un addetto alla manutenzione, Fréderic Boisseau,a dirgli che la redazione si trovava al secondo piano e a quel punto l’uomo non serviva più, e lo uccidono. E’ la prima vittima del massacro alla redazione di Charlie Hebdo.

I due uomini armati da quel momento sanno dovesi trova la redazione e salgono al secondo piano, dove trovanola disegnatrice Corinne Rey, la firma “Coco”, che era appena andata a cercre la figlia all’asilo. “Ero andata a prendere miafiglia al Kindergarten e, arrivata con lei davanti alla porta del palazzo del giornale, due uomini incappucciati ed armati cihanno brutalmente minacciate. Volevano entrare, salire. Ho aperto la porta con il codice numerico” – ha raccontato la vignettista di Charlie Hebdo. A quell’ora si teneva la riunionedi redazione del settimanale. Non era quindi un orario a caso.

Attorno al tavolo, per la riunione di redazione, c’erano il direttore Stephane Charbonnier, Charb, la sua guardia del corpo Franck Brinsolaro, che lo proteggeva dal 2006, e le firme: Georges Wolinski, Jean Cabut alias Cabu, Bernard Verlhac alias Tignous, Philippe Honoré, l’economista e editorialista Bernard Maris, il correttore di bozze Moustapha Ourrad. E c’erano anche Elsa Cayat, psicologa e giornalista, e Michel Renaud, ex consigliere del sindaco di Clermont.

All’interno della redazione, il primo a morire è stato l’agente di scorta del direttore. Lo hanno ucciso con più colpi, senza lasciargli il tempo di reagire. Subito dopo è toccato a Charb, l’obiettivo principale del commando. I terroristi avrebbero chiesto ai giornalisti di dire il loro nome, per sparare a colpo sicuro: avevano dei bersagli.

“Hanno sparato su Wolinski e Cabu. È durato cinque minuti, mi ero rifugiata sotto la scrivania. Parlavano perfettamente francese: hanno rivendicato di essere di Al Qaeda“ – prosegue il racconto della disegnatrice Coco. Raggiunto il loro obiettivo, i terroristi sono tornati in strada e si sono diretti verso una Citroën nera dove c’era un terzo uomo ad aspettarli per la fuga.

Nello stesso edificio finito sotto attacco c‘è la sede della Agenzia Premieres Lignes, e i giornalisti che si erano rifugiati sul tetto hanno filmato con gli smartphone gli attentatori in strada che sparavano colpi di kalashnikov al grido di “Allah Akbar“.

I terroristi sono fuggiti in auto verso il vicino Boulevard Richard Lenoir, passando da Alléè Verte, dove hanno incontrato un‘auto della polizia. Gli assalitori avrebbero aperto il fuoco e gli agenti hanno risposto. Gli attentatori, per sfuggire al blocco, hanno fatto un‘inversione di marcia ma dopo poche centinaia di metri sono incappati in un‘altra pattuglia, con cui hanno ingaggiano un‘altra sparatoria.

“Allah Akbar!”, gridavano, e sembravano sul punto di rientrare in auto quando hanno visto avvicinarsi un agente di polizia in bicicletta, lungo il boulevard Richard Lenoir. Gli sparano e il poliziotto cade a terra.

Uno dei due assassini cammina deciso verso di lui. Il ferito sembra immobile, si volta leggermente e alza un braccio, per proteggersi o implorare pietà. E viene finito con un colpo alla testa. Si chiamava Ahmed Merabet, 42 anni, lavorava al commissariato centrale dell’XI arrondissement di Parigi.

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