Autore: Cristina Da Rold
Come ti rovino l’industria del falso con un pezzo di silicio
Reblogged from StartupItalia
Come mandare in rovina l’industria del falso? Con un chip. Questa almeno è l’idea di Srini Devadas, docente di Ingegneria Elettrica e computer science che sulle sue ricerche sta costruendo un vero e proprio business. Che si tratti di un passaporto, di un badge o di una borsetta, l’eclettico ingegnere è convinto di farcela e non esclude altre applicazioni.
L’idea di Devadas è semplice e soprattutto low cost: costruire dei minuscoli chip che abbiano la stessa peculiarità dell’impronta digitale umana: essere cioè unici. Come? Introducendo delle variazioni quasi impercettibili all’interno degli stessi chip in fase di fabbricazione, che li rendano l’uno diverso dall’altro. Differenze che devono essere piccolissime e soprattutto impossibili da prevedere. Questi chip anti contraffazione sono inoltre fatti di silicio, che li rende una tecnologia assolutamente a basso costo, facilmente utilizzabile all’interno di etichette con identificazione a radio frequenza.
L’azienda che sta trasfomando l’idea di Srini in realtà si chiamaVerayo ed è un’azienda nata nel 2005 in seno al MIT, proprio grazie a lui. Da anni l’azienda lavora nella direzione di mettere a punto nuove tecnologie per combattere la piaga della contraffazione basandosi sulla cosiddetta PUF technology, inventata proprio da Devadas durante il suo lavoro al MIT. La PUF technology non è altro che un insieme di circuiti elettrici estremamente sensibili a variazioni minime, che possono essere incorporati nel chip per renderlo unico, come un’impronta digitale umana. Questi semiconduttori sfruttano quindi questa sorta di “biometria del silicio”, e dato che le variazioni prodotte sono imprevedibili, permanenti e impossibili da replicare, ogni chip diventa non clonabile e i parametri utilizzati diventano segreti dal punto di vista della sicurezza.
Fibrosi cistica, approvato farmaco che agisce sulle cause
Mobilità sostenibile, il Sud è maglia nera
Reblogged from WIRED ITALIA
Sono Viterbo, Sassari e Ragusa i tre capoluoghi di provincia italiani con meno km di piste ciclabili rispetto alla superficie comunale, mentre Carbonia, Imperia e Barletta chiudono la fila per quanto riguarda la presenza di trasporti pubblici.
Certo, non ha molto senso paragonare metropoli come Milano e Napoli alle piccola città, e inoltre la presenza di un servizio non implica che quest’ultimo sia efficiente, così come un servizio poco esteso può essere potenzialmente molto ben organizzato. Tuttavia qualcosa questi dati ce lo raccontano ugualmente: al sud mancano infrastrutture, specie nei piccoli centri.
Ancora una volta a raccontarci questi dati è il rapporto Urbes di Istat, pubblicato di recente, sulla base del quale abbiamo già raccontato (mettere link) nella scorsa puntata il meglio dell’Italia per quanto riguarda piste ciclabili, servizi alla mobilità sostenibile e aree pedonali.