Cervello e bellezza. Intervista a Semir Zeki

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Nel 1909 ne Lo spirituale nell’arte Kandinskij scrive che «Il colore è un mezzo per esercitare un influsso diretto sull’Anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’Anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che con questo o quel tasto porta l’anima a vibrare.» Non a caso molte delle opere della fase più matura dell’artista sono titolate Composizione o – ancor più esplicitamente – Ouverture musicale. Negli stessi anni – siamo nel 1907 – Picasso dipinge Les Demoiselles d’Avignon, dove afferma il valore della scomposizione come esperienza artistica: la nostra mente sa ricomporre spontaneamente il segno, elaborare un’immagine di ciò che gli occhi vedono, anche se le angolazioni, la visuale, proposte dall’artista sono molteplici e in apparente contraddizione. Qualche anno dopo, nel 1929, Paul Klee dipinge Strada principale e strade secondarie, dove i protagonisti sono la linea e il colore, scelti come strumenti per innescare la libertà associativa di chi osserva.

Da sempre l’arte si è interrogata con diversi esiti su se stessa, sul suo ruolo, sulla sua origine e sui suoi fondamenti, con un’ “accelerazione” a partire dalla fine dell’Ottocento, come conseguenza di quella tensione avanguardistica che ha pervaso tutti i campi del sapere, da quello scientifico a quello filosofico e letterario. Ma sebbene alcuni abbiano teorizzato il contrario, il Novecento è stato anche il secolo che ha cercato di fare sintesi fra le diverse branche del sapere, proponendo di indagare la mente e la percezione anche con il metodo scientifico. Uno di questi tentativi – non sempre accolti di buon grado da tutti gli studiosi dell’esperienza estetica – è rappresentato dalla neuroestetica, disciplina fondata nel 1994 dal neurobiologo Semir Zeki, docente all’University College London, che indaga i meccanismi coinvolti nell’esperienza estetica attraverso lo studio delle scienze cognitive, cioè cercando di capire che cosa si mette in moto nel nostro cervello durante tutta quella serie di risonanze che siamo soliti chiamare “bellezza” (o “bruttezza”).

Nei giorni scorsi Semir Zeki è stato ospite al Welcome Day della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste. Per l’occasione Scienza in Rete lo ha intervistato.

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Fake news? Meglio information disorder

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Non più “fake news” ma “information disorder”, in modo da descrivere tutte le sfaccettature di questo prisma complesso che è la comunicazione oggi. Questo è il passaggio che propongono Claire Wardle e Hossein Derakhshan in un rapporto pubblicato dal Consiglio d’Europa dal titolo – appunto – Information Disorder Toward an interdisciplinary framework for research and policymaking.

Il problema secondo gli autori è che il tema della “lotta” contro le fake news sia mal posto sin dalla sua definizione lessicale. Il termine fake news, tanto usato sia dai giornali sia dai poteri forti globali, è dal punto di vista degli autori – e come dar loro torto – un ombrello che abbraccia molti aspetti del comunicare umano (e non umano). Un articolo pubblicato ad agosto di quest’anno ha studiato 34 articoli accademici pubblicati dal 2003 al 2017 sul tema fake news, facendo emergere una moltitudine di significati e di contesti diversi: ci sono la satira e la parodia, i contenuti diffusi in maniera imprecisa per leggerezza o per fretta, ci sono poi i veri e propri impostori, che fabbricano contenuti appositamente falsi per screditare taluno o talaltro. E ancora, va ricordato che il termine fake news comprende non solo i fatti falsi, ma anche le correlazioni errate, non basate su prove sufficienti. Siamo davanti a un inquinamento dell’informazione, per usare l’espressione degli autori.

Mis-information, dis-information, mal-information

La proposta è di spostare l’attenzione dal dilagare delle notizie errate al problema della mancanza di fiducia nel giornalismo e della qualità delle fonti. “Ci si fida oggi più dei propri familiari e amici che degli esperti del New York Times” spiegano gli autori. Secondo i dati pubblicati a settembre 2017 al BBC World all’interno di una survey condotta su 18 paesi, il 79% dei rispondenti si sarebbe detto preoccupato di leggere notizie false.

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Basta dire che i migranti minano la nostra salute: sono vaccinati, più degli italiani

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Mentre stiamo affacciati alle salde porte d’Europa con lo sguardo verso il Mediterraneo, sulla questione migranti e salute pubblica siamo soliti usare due pesi e due misure. Noi, gli autoctoni, in troppi casi, e contro le evidenze della medicina, ci sentiamo giustificati a sentirci esitanti di fronte all’opportunità di vaccinarci, a sollevare delle obiezioni, ma al tempo stesso siamo inflessibili con loro, gli immigrati, rei di riportare in Italia malattie che il nostro paese avrebbe debellato. Come se la responsabilità della stabilità della salute pubblica di un paese fosse oggi sbilanciata sullo straniero che arriva e non sulla comunità che lo accoglie.

Fortunatamente, i dati e i fatti dicono decisamente il contrario: i migranti non stanno minando in alcun modo la nostra salute.

Tutto origina da un preconcetto che ci portiamo dietro da decenni di migrazioni: quello secondo cui chi proviene da paesi più poveri di noi non sarebbe mai stato vaccinato contro le più comuni malattie: morbillo, tetano, rosolia, polio, tubercolosi. In realtà, i dati mostrano chiaramente che oggi le cose sono cambiate. I paesi del bacino del Mediterraneo, compresi quelli che fungono da transito nelle rotte migratorie verso l’Europa, offrono in media coperture vaccinali molto elevate alla propria popolazione, anche più alte di quelle italiane ( qui i dati ) e nella maggior parte dei casi offrono gratuitamente ai migranti in partenza o in transito verso l’Europa la maggior parte dei vaccini in commercio. Ai bambini, ma anche agli adolescenti e agli adulti.

Lo mette nero su bianco un rapporto pubblicato qualche settimana fa dall’Istituto Superiore di Sanità che raccoglie i risultati del progetto ProVacMed (“Programmes for Vaccination in the Mediterranean area”) che per la prima volta ha mappato l’offerta vaccinale in 15 paesi del Mediterraneo non appartenenti all’Unione Europea, sia nei confronti dei cittadini residenti, che dei migranti in entrata, che il più delle volte transitano per questi paesi con l’obiettivo di varcare le porte d’Europa. Tuttavia i paesi vicini dell’UE stanno diventando con maggior frequenza sempre più destinazioni a lungo termine o addirittura finali per un numero crescente di migranti misti.

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