«Tempo di rododendri» di Vincenzo Agostini

“Il resto sono quisquilie, le eccezioni procedurali sono sempre quisquilie”.

imagesPremetto che ci sono dei libri per i quali sono sempre in difficoltà a dire se sono romanzi, racconti o cos’altro. Dirò che “Tempo di Rododendri” di Vincenzo Agostini è una storia, che non si connota dunque per quanto è lunga, e neanche per dove è ambientata. C’è la montagna, l’autore bellunese per poter parlare del passato è dovuto necessariamente partire dal proprio, ma potrebbe essere ambientata ovunque.

La premessa – in breve – è la seguente: siamo nel 2492, e una terribile glaciazione ha isolato una comunità che vive in alta montagna dal resto del mondo. Che sia un reale isolamento oppure la convinzione dello stesso, imposta da quel leader auto nominato chiamato Pietro il Primo, non si sa, ma il fatto è che sotto l’egida di Pietro il Primo la comunità stessa ritiene che l’unico modo per andare avanti, affrontare il futuro incerto post glaciazione, sia quello di ricoprire con la coltre bianca anche qualsiasi retaggio di comunità precedente e ripartire da zero, con nuove regole, più razionali, efficienti e – diremmo oggi – cost-effective. E così tutti si danno da fare senza lamentarsi, senza un cenno di rivoluzione, per costruire una comunità nuova, anonima e quadrata, come un mazzo di carte. Come accade – per chi l’ha letto – nel bellissimo libro “L’Enigma del Solitario” di Jostein Gaarder, che ha scritto cose secondo me più interessanti de Il Mondo di Sofia.
Questa nuova comunità inizia con una regolamentazione ferrea della vita amorosa e familiare: il Comando seleziona chi deve sposarsi con chi, quanti figli bisogna fare e di quale sesso, per assicurare la continuità della comunità.
Così Gaist e Martha, a cui i figli non sono mai arrivati, si trovano l’11 dicembre del 2494 di fronte al tribunale presieduto da Pietro il Primo a doversi difendere dall’accusa di sterilità, pena la morte.
Unico modo per evitare la condanna: riuscire a dimostrare di poter portare un contributo tangibile per la sopravvivenza della comunità.

Non spoilero oltre perché è piacevole non sapere fino alla fine come andrà a finire per Gaist e Martha, ma quello che ci tengo a dire è che la riflessione di Vincenzo è poliedrica, nonostante il filo rosso sia chiaro e distinto. Intorno al nocciolo dell’importanza delle radici affinché i rami siano forti e vigorosi, ci sono altri aspetti, altri cassetti di critica al potere, a come prende piede, a come sia sordo alle “eccezioni procedurali” che sono sempre “quisquilie. Un potere però fondamentalmente ignorante e pavido.

A un certo punto – e Vincenzo, così come chi avrà letto il libro e leggerà poi le mie righe, capirà – mi sono tornati in mente i noti versi dell’Adelchi manzoniano: «Il forte si mesce col vinto nemico, | col nuovo signore rimane l’antico; | l’un popolo e l’altro sul collo vi sta. | Dividono i servi, dividon gli armenti; | si posano insieme sui campi cruenti | d’un volgo disperso che nome non ha».

Mi scuserai Vincenzo, se dico che è un libro in qualche modo di disillusione. Ma lo dico nell’accezione più calda possibile, e concordando appieno, perché la disillusione su argomenti come questi è un dovere morale. La parola dunque non salva il mondo, nella migliore delle ipotesi porta in salvo, fa gettare il piede oltre l’ostacolo.
Salva davvero solo chi ha il cuore disposto ad ascoltare e la tempra per assorbire. Salva gli zeri.
Non a caso Fabrizio De André ha intitolato quello che è stato purtroppo il suo ultimo disco “Anime salve” proprio nel senso di “spiriti solitari”.
Un po’ come Gaist e Martha, che alla fine sono gli unici a salvarsi davvero.


Dal testo:

Martha e Gaist fiatarono come un’unica creatura che per un santo giorno, forse, chissà, sarebbe stata tutta un’altra cosa.

Allo stesso modo nessuno potrà mai sostituire le parole, l’immagine e l’oggetto che Gaist e io oggi abbiamo scelto per sopravvivere. […] Queste tre parole – riflettè Martha – questa immagine e questo oggetto, sono figli nostri, generati da noi durante una silenziosa notte di luna piena, corpo su corpo, bocca sulla bocca, e carne nella carne, figli che hanno avuto un’infanzia come tutti gli altri e che, se avranno fortuna, diventeranno anche grandi come tutti gli altri.

L’incresedum è la nostalgia del tempo quando se ne andrà, quando si ha la consapevolezza che non succederà più.

“Ricordati, che la fortuna si fa altrui incontro col viso lieto e col grembo aperto”. Boccaccio – Decameron

Ecco, della libertà del grembo vorrei parlarvi.

Gaist, per tutta risposta, rifletté ancora sulla distinzione fra l’amore e il bene, concludendo che non avrebbe mai potuto accettarla.

Che se c’è un luogo dove il nuovo si mescola con l’antico e dove il giovane si amalgama col vecchio dando luogo al futuro, questo è attorno al fuoco.

Ecco il ciont prescelto, ecco il ciont predestinato! [..] ecco perché il ciont doveva salite sul pulpito […] si sarebbe infilato nel cunicolo dove una volta i preti si piegavano in obbligo di umiltà prima di predicare, e sarebbe salito sul pulpito.

I mosca sono una nuvola dove stanno ammassate le irrealtà prima che vengano chiamate alla realtà.

Perché non aveva tenuto conto che l’immaginare riguarda il mondo degli altri mentre è il desiderare che riguarda quasi sempre soltanto se stessi?

In una moltiplicazione i numeri non sono tutti uguali! Chi vale più e chi meno, chi riporta le decine, chi le centinaia, chi le migliaia e chi viene dopo la virgola. Poi ci sono gli zeri, che solo apparentemente valgono zero perché gli altri numeri, con gli zeri, cambiano il peso, mutano di significato, diversificano il prodotto.

Qui il video di presentazione del libro a “Incontro con” (TeleBelluno).

Come dobbiamo parlare di povertà infantile

APPROFONDIMENTO – Nei giorni scorsi è apparso sul New York Times un interessante articolo a firma di Mark Rank, sociologo della Brown School alla Washington University di St. Louis, e studioso di disuguaglianze sociali e social welfare, dal titolo molto chiaro: “The Cost of Keeping Children Poor”, quanto ci costa non combattere adeguatamente la povertà infantile.

La tesi di fondo è che al capitalismo stesso ridurre la povertà infantile conviene.

Abbattere la povertà infantile è fondamentalmente una scelta politica – chiosa Rank – e se vogliamo iniziare a cambiare davvero la direzione delle cose dobbiamo discutere la questione in termini di benefici economici. Dobbiamo iniziare a pensare a questo come a un dovere giustificato non solo da una prospettiva di giustizia sociale, ma anche dal punto dei vista del rapporto costi-benefici. Altrimenti detto: un capitalismo senza bisogno della povertà è non solo possibile ma addirittura sostenibile.

Il concetto di fondo non è nuovo, ed è quello secondo cui “un grammo di prevenzione vale un chilo di cura”. Rank e colleghi, in uno studio pubblicato lo scorso marzo su Social Work Research, hanno calcolato che per ogni dollaro speso per ridurre la povertà in età evolutiva, un sistema paese come gli Stati Uniti risparmierebbe 7 dollari di spesa per affrontare le conseguenze della povertà sociale.
Certo – viene da aggiungere – per rendere il circolo davvero virtuoso è necessario che poi questi 7 dollari risparmiati vengano a loro volta spesi in prevenzione e in servizi per tutti.

Certo, tutto questo senza dimenticare di insistere parallelamente sul valore morale di combattere la povertà infantile, come commenta su Twitter Sir Michael Marmot.

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Povertà, lavoro, istruzione: Italia lontana dagli obiettivi delle Nazioni Unite per il 2030

Stando ai dati Eurostat, dal punto di vista del raggiungimento degli Obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite l’Italia non ne esce benissimo rispetto al resto dell’Unione Europea. Per lo meno analizzando gli obiettivi che riguardano la povertà, il mondo del lavoro, le disuguaglianze sociali ingiuste e la salute della popolazione.

La popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale è maggiore in proporzione in Italia rispetto alla media europea (30% contro 23,5% medio), e soprattutto dal 2010 a questa parte le cose sono andate peggiorando: 8 anni era a rischio povertà un italiano su 4, oggi uno su 3. Come conseguenza, la percentuale di popolazione che vive in condizioni di grave deprivazione materiale è quasi doppia rispetto alla media UE: il 12,1% contro il 7%. Nel 2010 era il 7,4% degli italiani a vivere in queste condizioni.
Un esempio concreto: abbiamo il doppio di cittadini che nel 2016 non avevano abbastanza risorse per riscaldare la propria casa adeguatamente: il 16% della popolazione. E se in media nell’Unione Europea si è riusciti in 6 anni a ridurre questa fetta di persone, in Italia siamo riusciti ad allargarla. Un quinto degli italiani vive i case che sono definite povere, o fatiscenti.

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Depressione e infarto: un legame importante da considerare

SALUTE – La depressione, anche se non è diagnosticata, può avere molti effetti negativi su persone che soffrono di malattie cardiovascolari, tra cui una pessima percezione dell’esperienza sanitaria, che si può tradurre in una peggiore aderenza terapeutica, un maggiore utilizzo delle risorse sanitarie e quindi costi sanitari più elevati. Lo affermano alcuni risultati preliminari che sono stati presentati in occasione della American Heart Association’s Quality of Care and Outcomes Research Scientific Sessions 2018.

Circa un quinto dei pazienti con malattie cardiovascolari soffre di depressione, anche se spesso non si sa bene quale delle due condizioni abbia preceduto l’altra.

“Anche se non sappiamo se sia la malattia cardiovascolare ad aver originato la depressione, oppure se quest’ultima preesistesse nel soggetto, quello che pare certo è che la depressione è un marker di rischio per le malattie cardiovascolari, nel senso che se hai una malattia cardiovascolare, c’è una maggiore probabilità che tu possa anche soffrire di depressione, rispetto alla popolazione generale” ha affermato Victor Okunrintemi, ricercatore presso la Baptist Health South Florida a Coral Gables, in Florida, e autore principale di un paio di studi significativi sull’argomento.

In uno studio, Okunrintemi e colleghi hanno valutato da una parte l’esperienza del paziente, dall’altra la spesa sanitaria e l’uso delle risorse, all’interno di un’ampia popolazione di pazienti adulti con malattie cardiovascolari. Il campione è stato diviso in due gruppi: quelli a cui era stata diagnosticata la depressione e coloro i quali non avevano avuto una diagnosi di questo tipo. Sulla base delle risposte fornite all’interno di un questionario, gli individui appartenenti al secondo gruppo erano divisi in pazienti ad alto rischio e a basso rischio di depressione.

Ebbene, confrontando questi due gruppi di persone senza diagnosi per la depressione ma con malattia cardiaca, i ricercatori hanno osservato che quelli ad alto rischio di depressione spendono in genere di più per spese sanitarie complessive e out-of-pocket ogni anno rispetto ai pazienti nel gruppo a basso rischio. I pazienti ad alto rischio per la depressione avevano addirittura più del doppio della probabilità di essere ospedalizzati rispetto agli altri, oltre cinque volte la probabilità di avere uno stato di salute auto-percepito povero, e quasi quattro volte la probabilità di essere insoddisfatti della loro assistenza sanitaria.
Ma c’è di più: i non diagnosticati ufficialmente ma considerati ad alto rischio di depressione presentavano in realtà una gestione peggiore della malattia cardiaca rispetto a chi era stato diagnosticato anche per la depressione. I non adeguatamente diagnosticati presentavano peggiori esperienze sanitarie, maggiore uso del pronto soccorso, scarsa percezione del proprio stato di salute e una minore qualità della vita.

In un secondo studio, confrontando l’utilizzo delle risorse sanitarie e le spese tra i pazienti con infarto con e senza depressione, Okunrintemi e colleghi hanno scoperto che i pazienti con infarto miocardico a cui era stata diagnosticata anche una depressione avevano il 54% più probabilità di essere ospedalizzati e il 43% in più di probabilità recarsi al pronto soccorso. E, soprattutto, queste persone hanno speso in media circa 4.381 dollari in più ogni anno per spese sanitarie, rispetto ai non depressi.

Infine, un ulteriore ricerca, condotta da un altro gruppo di ricercatori su oltre 1.600 pazienti che avevano avuto un ictus con lo stesso grado di gravità, analizzandone lo stato funzionale una volta dimessi dall’ospedale a tre e a sei mesi, ha evidenziato che i pazienti con ictus con precedente depressione diagnosticata avevano una maggiore probabilità di riportare un declino funzionale e un peggioramento della qualità della vita anche dopo mesi dall’evento.

“Secondo noi – conclude l’autore – alla luce di questi risultati è bene raccomandare di eseguire maggiori accertamenti sulla presenza o meno di uno stato di depressione all’interno delle visite di follow-up per i pazienti con infarto”.

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