Salute: l’Europa ha resistito meglio alla crisi rispetto agli Stati Uniti

APPROFONDIMENTO – Secondo quanto emerge da un articolo pubblicato su PNAS nell’ambito del Progetto Lifepath, negli anni della crisi la mortalità in Europa ha continuato comunque a diminuire negli ultimi anni, senza interruzioni, cosa che invece non è avvenuta negli Stati Uniti. In altre parole, pare che l’Europa abbia mostrato una maggiore resilienza alla crisi quanto a salute della popolazione, soprattutto perché è migliorata anche la salute degli europei meno istruiti (anche nei paesi dell’Europa orientale) diversamente da quello che è accaduto negli Stati Uniti.

A partire dai primi anni Duemila infatti, negli Stati Uniti sono aumentate le cosiddette “morti per disperazione” fra gli americani bianchi di mezza età e con un basso livello di istruzione, in parte dovute all’abuso di antidolorifici oppiacei. Il risultato è stato un aumento dei tassi di suicidio e di intossicazione.

In Europa questo fenomeno non si è verificato, anzi. Un team di ricercatori guidati da Johan Mackenbach, professore di salute pubblica all’Erasmus University Medical Center di Rotterdam, ha esaminato i dati sulla mortalità in 17 paesi dal 1980 al 2014 (per un totale di 9,8 milioni di morti) e sulla morbilità – cioè una condizione di malattia, disabilità o in generale di scarsa salute – riportata da 350.000 persone provenienti da 27 paesi, dal 2002 al 2014.

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L’ (im)mobilità sociale della scuola italiana: chi parte svantaggiato, ci resta

Di mobilità sociale si parla sempre, da decenni, ma il risultato è che in Italia le condizioni di partenza definiscono ancora gran parte dei percorsi di vita dei giovani. Chi proviene da famiglie più svantaggiate, non solo in termini economici, ma anche di titolo di studio dei genitori, di fatto studia di meno e quando anche arriva a iscriversi all’università, sceglie corsi di laurea più brevi. Come ci raccontano i sociologi, la disequità sociale comincia prima della scuola, anzi, ancora prima della nascita. Possiamo comunque dire che inizia ad acuirsi nel momento della scelta della scuola superiore.
In questi giorni Almalaurea ha pubblicato la sua XX indagine , che traccia un profilo del laureati del 2017, che mostrano un gradiente sociale netto: solo l’1,8% dei laureati nel corso dell’anno appena passato ha un diploma di istituto professionale e il 19% proviene da istituti tecnici.Attualmente il 17,5% di chi nel 2016 è iscritto all’università come studente non lavoratore (fonte Almadiploma 2018 ) proviene da istituti professionali.

L’84% dei diplomati, provenienti da famiglie in cui almeno un genitore è laureato, ha deciso di iscriversi all’università (senza aver mai abbandonato gli studi), quota che scende al 65% tra i giovani i cui genitori sono in possesso di un diploma, al 46% tra quanti hanno padre e madre con un titolo di scuola dell’obbligo e al 41% tra i diplomati con genitori con al massimo licenza elementare.
Viene poi da chiedersi se l’introduzione del 3+2 non abbia finito per aumentare la disuguaglianza sociale. Nel passaggio tra i due livelli di studio si registra un’ulteriore selezione socio-economica: proseguono la formazione più assiduamente i laureati che hanno alle spalle famiglie culturalmente avvantaggiate e più attrezzate a sostenere gli studi dei figli.

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Zecche e salute: come evitare conseguenze pericolose

SALUTE- Secondo una ricerca danese pubblicata sul British Medical Journal, aver avuto nel corso della propria vita una diagnosi verificata di neuroborreliosi di Lyme non influisce sull’aspettativa di vita e sulle condizioni di salute future. È però emersa un’altra associazione: un rischio triplicato di sviluppare tumori della pelle ematologici, doppio di sviluppare tumori della pelle non melanoma.

Tra i pazienti dello studio diagnosticati tra il 1986 e il 2016, la mortalità tra quelli con neuroborreliosi di Lyme non era superiore rispetto alla popolazione generale. Nei cinque anni dopo la diagnosi, queste persone non si sono rivolte a un ospedale molto più spesso rispetto alla popolazione generale.

Tuttavia, questo non significa che una diagnosi di neuroborreliosi – e più in generale di malattia di Lyme – non porti con sé il rischio di conseguenze. Che, se non viene trattata correttamente, possono essere anche gravi.

Malattia di Lyme e neuroborreliosi

Il genere Borrelia comprende 37 specie. Tra queste, 12 possono trasmettere la malattia di Lyme o altre borreliosi. Isolata nel 1982 da Burgdorfer e Barbour, la Borrelia è stata riconosciuta come l’agente responsabile della malattia di Lyme, che era già stata identificata come entità patologica nel 1975, nella contea di Old Lyme in Connecticut, dalla quale prende il nome. La principale responsabile è la zecca, che può essere infetta e diventare vettore.

Una volta punti da una zecca infetta si può manifestare 1) nessuna infezione 2) un’infezione subclinica con sieroconversione oppure 3) il noto Eritema Migrante. Questo eritema ha una forma caratteristica che ricorda un “tiro al bersaglio” con un punto rosso al centro e un bordo circolare molto pronunciato; tende a ingrandirsi con il passare dei giorni, sparendo per poi ripresentarsi in altre parti del corpo. A volte è associato a un’infiammazione dei linfonodi anche lontana dall’area interessata.

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Maggiori disturbi mentali nelle società meno eque

A fine giugno uscirà in inglese “The Inner Level. How More Equal Societies Reduce Stress, Restore Sanity and Improve Everyone’s Wellbeing” (come società più eque possono ridurre lo stress e migliorare il benessere di tutti) scritto da due colonne portanti a livello mondiale nella ricerca sulle disuguaglianze sociali nella salute e dei determinanti sociali della salute: Richard Wilnkinson e Kate Pickett.

Perché l’incidenza della malattia mentale nel Regno Unito è doppia rispetto a quella in Germania? Perché gli americani sono tre volte più propensi degli olandesi a sviluppare problemi di gioco? Perché il benessere dei bambini è molto peggiore in Nuova Zelanda rispetto al Giappone?

La tesi di fondo dei due autori è che la misura del benessere mentale di una società non dipende dal PIL o dal PIL medio pro capite, e quindi dal potere d’acquisto medio della popolazione, ma dal livello di disuguaglianza economica e quindi di opportunità che permea una società.2019

Da buoni epidemiologi parlano dati alla mano. Oggi fra i paesi ricchi, le società dove il benessere psicologico è peggiore sono proprio le società più disuguali (nei termini del coefficiente di Gini): Stati Uniti e Regno Unito su tutti. Al contrario, le società più eque come il Giappone o i paesi scandinavi sono quelle che presentano tassi inferiori di disturbi mentali.

Non è un caso – affermano gli autori – che con il passare dei decenni si registri una sempre maggiore prevalenza di disturbi mentali come l’ansia, nonostante le società siano diventate sempre più ricche. Non sono le generazioni a essere diventate via via sempre meno capaci di far fronte alle difficoltà della vita, come viene spesso raccontato, ma è l’ineguaglianza a creare una maggiore competizione sociale, che a sua volta favorisce l’aumento di ansia e stress, e quindi una maggiore incidenza di malattie mentali, insoddisfazione e risentimento. E questo – continuano gli autori -porta all’ampliamento di abuso di droghe, alcol e dipendenze come il gioco d’azzardo – che a loro volta generano ulteriore stress e ansia.

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