Perché la gestione dei figli in estate è un pessimo esempio di equità sociale

La scuola pubblica, che dovrebbe essere il motore dell’uguaglianza e dell’inclusione sociale, d’estate non può più prendersi il lusso di una vacanza. Per le famiglie che – per dirla con gli eufemismi moderni – “lavorano nell’esecutivo” e dove i genitori lavorano entrambi, per le famiglie di giovani con un reddito medio basso o per quelle dove c’è un solo genitore, i costi per la gestione dei figli a partire dalla fine di giugno possono essere un grosso problema.

Se da una parte le scuole anno dopo anno si dicono di guardare al futuro, fra inglese, LIM e progetti di digitalizzazione di diverso tipo, dall’altra il modello che fa da sfondo a tutto questo è lo stesso degli anni Settanta, dove il grosso sottointeso di questo scenario di cartapesta era ed è il lavoro della donna, che nel 39 per cento dei casi è un part-time.

Se ne sono accorti i comuni, la cittadinanza attiva, le associazioni che propongono diverse forme di centri estivi per tutti i gusti. Il problema è che i costi per questa offerta formativa sono (ovviamente) inaccessibili per molti. I dati più recenti in merito li ha raccolti un’indagine dell’Osservatorio sulle Famiglie di Federconsumatori : i costi medi in Italia per i centri estivi sono 624 euro al mese a bambino nelle strutture private e 304,00 Euro in quelle pubbliche. Il costo medio settimanale è risultato infatti pari a 156 euro per un centro estivo in una struttura privata e 95 euro per la mezza giornata, cioè fino alle 14.

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LIBRI – Lupinella. La vita di una lupa nei boschi delle Alpi

LIBRI- La convivenza con il lupo, così come con l’orso, non è facile. Da sempre l’essere umano prova nei confronti del lupo fascino e timore: l’ha reso il cattivo delle fiabe in quanto predatore, ma è importante – spiega Francesca la “Lupologa” – raccontare ai nostri bambini che il lupo è molto di più. Un elemento fondamentale per mantenere l’equilibrio dell’habitat in cui vive.

Il lupo oggi è un valore aggiunto che arricchisce e completa l’ecosistema alpino, ma è anche una presenza con la quale è necessario saper (re)imparare a convivere.

Questo è lo spirito che ha mosso Giuseppe Festa, naturalista, a scrivere la storia di Lupinella e della sua famiglia nel libro”Lupinella. La vita di una lupa nei boschi delle Alpi” (Editoriale Scienza, 64 pagine, 11,90€, dai 7 anni). Per raccontare ai più piccoli come si svolge la vita di questo meraviglioso animale avvalendosi della collaborazione dei ricercatori del Progetto Europeo LIFE WOLFALPS, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito della programmazione LIFE+ 2007-2013 “Natura e biodiversità“. L’obiettivo è realizzare azioni coordinate per la conservazione e la gestione a lungo termine della popolazione alpina del lupo.

Uno snodo importante del progetto era migliorare la convivenza fra il lupo e le comunità locali, favorendo il più possibile la comunicazione su questi temi. Il libro intervalla il racconto delle fasi della vita di Lupinella e della sua famiglia (Bosco e Brina i genitori, Noce, Bacca e Scorza i fratelli maggiori e Mugo, Sasso e Mirtillo i piccoli di casa), con le spiegazioni di Francesca Marucco, “lupologa” del Progetto WOLFALPS.

 

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I rifiuti più comuni sulle spiagge? Mozziconi di sigaretta, e tanta plastica

Si chiama citizen science: una forma di attività scientifica condotta dai cittadini in collaborazione con scienziati o sotto la direzione di scienziati professionisti e istituzioni scientifiche. Un esempio concreto di citizen science è Marine Litter Watch, un’iniziativa dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) che mira a combattere il problema dei rifiuti sulle spiagge europee. Ogni anno si stima per esempio che 8 milioni di tonnellate di plasticafiniscano negli oceani del mondo. Oltre a richiedere costi elevati per la pulizia, e considerando che non tutta finisce per essere riciclata, la plastica danneggia anche l’ambiente marino e influisce negativamente sulla salute degli habitat oceanici.

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La metà degli adulti del Sud non ha il diploma

Ancora oggi 4 italiani su 10 dai 25 ai 64 non posseggono un diploma, al Sud a non avere questo titolo di studio è la metà della popolazione di questa età. Lo stacco rispetto a 14 anni fa è di 10 punti percentuali nel complesso (nel 2007 il 48% degli italiani non era diplomato), ma al sud la crescita è stata ancora una volta più rallentata: +9 punti percentuali dal 2004 al 2016, contro i 13 del nord e i 12 del centro. Vi sono regioni come la Basilicata dove in 14 anni le cose sono migliorate di più (+13% nel numero dei diplomati, allineando la Basilicata alla media nazionale), altre come la Calabria dove si è cresciuti solamente del 6%.

Lo raccontano recenti dati Istat contenuti nel rapporto Bes 2017 – “Misure del benessere equo e sostenibile dei territori”  , pubblicati i giorni scorsi, che racconta le 110 province e città metropolitane italiane.

Oggi la regione con il più basso tasso di diplomati fra i 25 e i 64 anni è la Puglia, dove il 48% dei cittadini adulti ha almeno un titolo di studio superiore.

Andando ancora più nel dettaglio, in fondo alla classifica troviamo le province di Barletta Andria Trani (40% di diplomati), Nuoro (42%), Trapani (43,4%), Foggia (44,3%), Caltanissetta (44%) e Taranto (45,9%). Ma ad avere meno della metà della popolazione adulta diplomata sono anche Olbia, Carbonia e Iglesias, Sassari, Agrigento, Palermo, Ragusa, Crotone, Catania e la provincia di Napoli.

In cima alla classifica invece si collocano le province di Roma (72,1% di adulti diplomati), Trieste (71,6%), Bologna (71,4%) e Milano (69,3%).

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