Come i reati ambientali hanno rovinato l’Italia negli ultimi 10 anni. Tutti i dati

Negli ultimi 10 anni, dal 2007 al 2016, sono state intraprese oltre 53 mila azioni penali per reati connessi alla gestione dei rifiuti in Italia, a cui si aggiungono altri 25 mila procedimenti che sono stati archiviati. Sono invece 12 mila le azioni penali per reati connessi all’inquinamento delle acque reflue, più altri 5 mila procedimenti archiviati. A questi si aggiungono 745 procedimenti penali avviati per trasporto non autorizzato di rifiuti e altrettanti per traffico non autorizzato di rifiuti. Facendo i conti precisi significa un totale di 67.332 azioni penali intraprese e 31.761 procedimenti archiviati dall’entrata in vigore del Testo Unico Ambientale (TUA) nel 2006.

Sono i numeri allarmanti sugli illeciti ambientali contenuti all’interno del rapporto di Istat “I reati contro ambiente e paesaggio: i dati delle procure” pubblicato il 10 luglio scorso.

Solo nel 2016 si sono contate 5943 azioni penali intraprese (di cui 998 riguardanti le acque reflue e 4794 la gestione dei rifiuti) e più 4229 procedimenti archiviati (648 riguardo alle acque reflue e 3398 per gestione rifiuti). Un totale di oltre 10 mila violazioni del Testo Unico Ambientale solo nel 2016, un numero che è raddoppiato rispetto al 2007, quando se ne contavano 4774.

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«Il Nichilismo» di Franco Volpi

Sul tema #stayhuman, concetto usato di questi tempi come stendardo, ma a mio modesto avviso poco approfondito, segnalo questo libretto dal titolo “Il Nichilismo” scritto da Franco Volpi (Laterza, 2009), un’interessante come introduzione per inquadrare il concetto di nichilismo e aiutare il lettore a capire un po’ di più come esso si declina nella nostra attualità.


In particolare, dal capitolo su ‘Tecnica e nichilismo’:

«L’uomo è più che mai un animale precario.
Ma se la sua precarietà e la sua unicità reclamano una speciale vigilanza, volta a preservarlo, vien fatto di chiedersi: a che cosa può ancora attenersi lo spirito oggi in affanno e disorientato? Sussistono risorse di senso o energie simboliche ancora intatte per mantenere l’equilibrio nel vortice del nichilismo che la tecnica induce?
Ancora una volta: non occorre essere heideggeriani per ammettere con il maestro teutonico che è assai difficile, se non impossibile, ridare oggi un senso alla parola «umanismo». Non tanto, come egli asserisce nella Lettera sull’«umanismo», perché quest’ultimo rappresenterebbe un’esperienza dell’uomo non originaria, nata dalla traduzione della philanthropía ellenistica entro l’orizzonte epocale della romanitas. Bensì perché l’umanismo – e a maggior ragione l’«antropologia della
Lichtung» prospettata da Heidegger, in cui l’uomo è semplicemente dichiarato un problema senza soluzione umana – non garantisce nulla.
Nella generale impossibilità di ricette condivisibili, è forse possibile rifugiarsi in un’indicazione fragile, ma praticabile: quella di un atteggiamento senza illusioni che si prefigga di conservare l’uomo senza farne il centro dell’universo, la pratica – diciamo così – di un «umanesimo» non antropocentrico che si apra alla crescita tecnico-scientifica senza nostalgie per l’Immemorabile perduto, ma che non si sottoponga nemmeno docilmente all’imperativo della tecnica all’infuori di ogni regola. Un atteggiamento che pratichi un linguaggio di verità, senza catastrofismi né infondati ottimismi, e si metta alla ricerca di risorse simboliche per risignificare l’abitare dell’uomo sulla terra, radicandolo nella natura e nella storia. Insomma, un umanesimo che, di fronte al carattere asimbolico della tecnica, si sforzi di attivare il senso di responsabilità di cui l’umanità è in linea di principio capace.
Una cosa è certa. Se la tecnica è la magica danza che l’epoca contemporanea esegue, allora l’undicesima Tesi su Feuerbach di Marx non basta più. Non basta più cambiare il mondo, perché esso cambia anche senza il nostro intervento. Si tratta piuttosto di interpretare questo cambiamento, affinché esso non porti a un mondo senza di noi, a un regnum hominis privo del suo sovrano. Guidare tale interpretazione è uno dei compiti più urgenti di una filosofia della tecnica al nominativo.»

Riace: la salute non ha colore

Di questi tempi vivo la sensazione urgente di diffondere il più possibile notizie, fonti, storie che possano se non altro tentare di scalfire la narrazione propagandistica e quindi mendace che viene propugnata sul tema delle migrazioni, in particolare nelle “sveltine dell’informazione”, quei gesti ormai automatici di apertura e scroll dei social network, mordi e fuggi prima di fare la doccia.

Penso che una via per intercettare l’attenzione sia mostrare esempi che evidenzino che sì, è possibile operare in maniera differente, al di là delle parole. L’accoglienza può farsi carne. È quello che accade a Riace, in Calabria, da tempo un modello di accoglienza fruttuoso, dove non solo non si chiudono i porti, ma si aprono case e botteghe. Qui italiani e stranieri migranti vivono insieme, lavorano e creano una comunità, mantenendo ognuno la propria cultura ma al tempo stesso contaminandosi.

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Agricoltura, un mercato europeo a due velocità, e con pochi giovani

Forse la vulgata secondo cui tanti giovani starebbero virando verso l’agricoltura, anche grazie ai sussidi europei, non è poi tanto vera, così come l’idea che i paesi meno abbienti possano puntare sull’agricoltura. Ipaesi che trainano l’economia europea sono gli stessi che dominano il mercato agricolo: Germania, Francia e Regno Unito, mentre i meno ricchi hanno sì molte più aziende agricole, ma sono in media molto piccole e quindi producono poca ricchezza.

Nel 2016 sono 10,3 milioni le persone che lavoravano come manager delle aziende agricole all’interno dell’Unione Europea, ma uno su 3 ha più di 65 anni. Stando ai più recenti dati Eurostat in materia, solo l’11% dei gestori di aziende agricole in Europa ha meno di 40 anni e in Italia siamo ampiamente al di sotto del 10%.I paesi con la percentuale più alta di giovani imprenditori agricolo sono  Austria (il 22,2% ha meno di 40 anni), la Polonia (20,3%) e la Slovacchia (19,0%). A chiudere la classifica invece troviamo Cipro (il 3,3% di giovani imprenditori agricoli), il Portogallo (4,2%) e il Regno Unito (5,3%).

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