Il femminismo è vivo e plurale: viaggio tra le donne in cerca di libertà

Patriarcato. Nel variegato arcipelago tutt’altro che omogeneo dei femminismi italiani, è questa la parola emersa in tutte le conversazioni di questo viaggio. Un percorso in quindici tappe, alla ricerca della “libertà” delle donne. Ma se “libertà da” è terreno comune, riguardo alla “libertà di” gli orientamenti sono diversi. Vi sono differenze sia teoriche sulla definizione di “questione di genere”, che nell’approccio alla lotta.

È comunque unanime l’opinione che oggi il femminismo stia rivivendo una stagione di forte propulsione, ardente da Nord a Sud e anche fra le generazioni più giovani. Case delle Donne, collettivi femministi, reti, da Salerno a Cagliari, da Bari a Ragusa. «O è un po’ visionario, un’utopia concreta, o non è femminismo», sintetizza Sara Fichera del Collettivo RIVOLTApagina catanese.

Per iniziare un viaggio nei femminismi italiani è necessario partire dai diversi luoghi delle donne: case, librerie, gruppi. L’elenco è lunghissimo, come mostra il progetto Rete delle Reti, che ha creato una prima mappa. Ci sono poi le reti che aggregano realtà diverse e danno vigore alla lotta femminista, come Non Una Di Meno, attiva dal 2016, e D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, che comprende ottanta centri antiviolenza italiani. All’interno di questa grande rete non è facile trovare delle direttrici. E in un panorama così eterogeneo la domanda centrale è se tutti i femminismi italiani mettano oggi ancora al centro la donna.

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Disturbo dello spettro fetale alcolico. Il perché sommerso di tante vite difficili

VITE PAZIENTI – Quando Claudio comincia a prendere atto che l’idea che aveva di se stesso e quella che gli altri avevano di lui poteva non essere la verità, era già alla soglia dei trent’anni. Tanti anni di depressione, di psicofarmaci, di diagnosi diverse fino a quella di Disturbo bipolare. Anni di consumo di droghe e alcol e anni spesi solo nel suo appartamento isolato in un piccolo paesino della Toscana a fissare lo schermo della televisione – mi racconta – completamente spento dall’azione sedativa dei farmaci e profondamente convinto che in quanto ‘malato di mente’ nessun’altra alternativa gli spettasse.

“Per tutta la vita, ogni giorno, mi guardavo allo specchio la mattina e non riuscivo a ritrovarmi in quel riflesso. Come se non fossi davvero io, ma vivessi in una bolla ovattata e non fossi in grado di trovare la strada per cominciare a cercare la verità su di me”.

Siamo a Venezia, è il 1979. Il bambino che diventerà presto Claudio Diaz ha 10 giorni e viene adottato da una famiglia dell’alta borghesia cittadina. Da subito ci si accorge di qualche alterazione nel comportamento, ma non ci si fa troppo caso. In quegli anni si pensava ancora che i problemi del bambino si risolvessero automaticamente con l’adozione, che un contesto sereno e agiato avrebbe appianato qualsiasi difficoltà iniziale.

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Pagare le persone per smettere di fumare funziona?

RICERCA – Ci si chiede da anni se una strada per portare alla riduzione dell’abitudine al fumo sul luogo di lavoro possa passare anche attraverso incentivi economici. Per la scienza non è solo una questione etica, ma di valutazione scientifica dell’efficacia di un approccio anche economico nella rieducazione della popolazione. Finora la letteratura ha prodotto solo fumate nere, in tutti i sensi.

Nel 2015 è stata pubblicata addirittura da Cochrane una revisione che aveva concluso che le ricerche svolte fino a quel momento non erano sufficienti per dare una risposta definitiva, né positiva né negativa.

“Questi programmi altamente remunerativi possono essere fattibili solo in culture in cui i programmi di sostegno alla cessazione funzionano già come parte di una politica di salute pubblica” spiegavano gli esperti di Cochrane. “È importante inoltre che la ricerca futura esamini una varietà di possibili programmi di incentivi, con vari meccanismi di ricompensa e in un ventaglio di popolazioni di fumatori”.

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Ozono: la Pianura Padana maglia nera d’Europa

Secondo quanto riporta l’ultimo rapporto Air Quality in Europe 2018dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, la nostra Pianura Padana è la zona con la più alta concentrazione di Ozono troposferico (O3) d’Europa. L’unica area del continente dove nel 2016 si sono toccati vertici di più di 140 μg/m3 di concentrazioni massime di Ozono su una media giornaliera di 8 ore, quando la soglia di sicurezza dell’OMS è di 100 μg/m3.
Siamo il paese europeo in cui l’Ozono ha mietuto più vittime. Le stime parlano di 3.200 morti premature nel 2016 in Italia dovute a questo inquinante, un quinto delle morti di tutta Europa. Certo, siamo lontani dall’impatto di PM10 e PM2,5 in termini di mortalità: rispettivamente 60 mila e 20 mila decessi solo in Italia nel 2016. Sono 53 invece gli anni di vita persi a causa di questo inquinante in Italia su 10 mila abitanti, contro i 900 persi per esposizione a PM10 e i 300 a PM2,5.
Non è un caso che la Pianura Padana sia la maglia nera d’Europa: l’Ozono troposferico è detto “inquinante estivo” perché viene prodotto soprattutto durante i mesi più caldi, quando la radiazione solare è molto elevata. Il calore produce reazioni chimiche nella bassa troposfera, che in condizioni critiche possono portare allo “smog fotochimico”. L’O3 è quindi un inquinante secondario, dovuto a fattori antropici, perché prodotto dalla reazione dell’ossigeno con il biossido di azoto (NO2) e con il contributo dei composti organici volatili (COV).
Il 2016 è stato definito dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale come l’anno più caldo mai registrato a livello mondiale, e in Europa è stato il terzo anno più caldo dopo il 2014 e il 2015.

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