Pensione, il 18% delle donne non la riceve. Il nodo dell’autonomia di genere

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2017 i pensionati sono in calo rispetto al 2016: un totale di circa 16 milioni di persone di cui 7,6 milioni uomini e 8,4 milioni donne, includendo sia le pensioni da lavoro che quelle assistenziali. Questo perché i nuovi pensionati sono meno numerosi dei pensionati cessati, quelli cioè che nello stesso periodo hanno smesso di percepire trattamenti pensionistici.
Il gap di genere risulta forte e svantaggioso per tutti, con buona pace di chi ancora sostiene che il modello tradizionale di famiglia dove l’uomo lavora e la donna si occupa della famiglia sia il solido pilastro economico del nostro paese. La donna che non era autonoma ieri, non lo è neanche oggi, ed è un costo per tutti e per tutte. Le pensionate che ricevono integrazioni al minimo sono 2,5 milioni, l’82,1% del totale dei destinatari di tali integrazioni. l’INPS riconosce infatti a chi ha una pensione al di sotto del cosiddetto minimo vitale, pari a 507,42 euro mensili, un integrazione di tale pensione fino a quest’importo. Dal 2019, in previsione del reddito di cittadinanza, l’ammontare minimo è pari a 780 euro al mese.

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Due dollari a persona per combattere l’antibiotico resistenza

Allarme sempre più rosso. Secondo le stime proposte recentemente da OCSE in dieci anni in Italia la proporzione di infezioni resistenti agli antibiotici è praticamente raddoppiata, crescendo dal 17% del 2005 al 30% del 2015, mentre la media europea è passata dal 14% al 17%. Siamo al primo posto di tutte le tristi classifiche: per tasso di mortalità per antibiotico resistenza, per anni di vita persi in salute, per giorni extra di ospedalizzazione dovuti a questo problema.
Parliamo di 10.780 italiani deceduti ogni anno a causa di un’infezione da uno degli otto batteri antibiotico resistenti e si ritiene che nei prossimi 30 anni moriranno per questo motivo 450 mila persone. Per fare un paragone si tratta di un italiano attualmente vivente su 130.

Nei paesi in via di sviluppo le cose vanno ancora peggio: la resistenza è già elevata e si prospetta crescerà a gran velocità. In Brasile, Indonesia e Russia per esempio fra il 40% e il 60% delle infezioni sono attualmente resistenti ai farmaci. Percentuali ben distanti dal 17% della media OCSE.

Eppure, secondo il modello utilizzato dagli esperti OCSE, tre su quattro di queste morti sarebbero evitabili con soli due dollari investiti a persona all’anno per potenziare le misure di prevenzione basate sull’igiene, su campagne mediatiche di promozione di buone pratiche, su una diagnostica più efficace e – elemento cruciale – su una prescrizione finalmente più prudente degli antibiotici.
L’Europa Meridionale è drammaticamente interessata da questo fenomeno: oltre all’Italia, anche la Grecia e il Portogallo sono in cima alla lista dei paesi OCSE per il tasso di mortalità da AMR.

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Alla carne artificiale manca la ricerca di base

Stando a sentire gli industriali che vi si stanno dedicando – per esempio Mosa Meat, la start-up olandese che produce hamburger in laboratorio – la possibilità di produrre carne artificialmente, in laboratorio, liberando gli animali da questa mannaia, è sempre più concreta. Il parere dei ricercatori è invece più cauto: permangono ancora troppi ostacoli tecnici dovuti alla mancanza di un’adeguata ricerca di base, che è conseguenza di investimenti troppo scarsi da parte del mondo accademico e delle istituzioni. Negli ultimi due anni, le start-up di “clean meat” hanno raccolto decine di milioni di dollari da miliardari come Bill Gates e Richard Branson e dai giganti dell’agricoltura Cargill e Tyson. Eppure, nonostante il crescente interesse commerciale i critici sostengono che l’industria non ha molte delle competenze scientifiche e ingegneristiche necessarie per produrre carne artificiale davvero di qualità a prezzi di mercato. C’è poi l’eterno problema di questi casi: i progressi fatti dalle ditte commerciali sono spesso protetti come segreti commerciali.

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Gender gap o confidence gap? Tutta colpa dell’effetto Hermione Granger

I giorni scorsi il New York Times ha pubblicato un articolo provocatorio dal titolo “Perché le ragazze battono i ragazzi a scuola ma perdono terreno in ufficio ”. L’autrice, Lisa Damour, psicologa, si interroga da tempo sulle ragioni di questo fenomeno, proponendo una possibile risposta: oltre ai motivi che ben conosciamo – scarso supporto alla maternità, gender pay gap – un ruolo lo gioca il cosiddetto “confidence gap”, un gap di fiducia in se stesse. In sostanza secondo l’autrice oggi la scuola è ancora una fabbrica di fiducia per i nostri figli, e una fucina di competenze per le nostre figlie.
Viene automatico andare a vedere che cosa dicono i dati a riguardo. La fonte più utile in Italia è Almadiploma, che in effetti evidenzia un gap di genere, almeno nelle scuole superiori, apparentemente a favore delle ragazze, quanto a risultati scolastici. Il 10% delle femmine è uscito dalla scuola media nel 2018 con un voto pari a 10 o 10 e lode, contro il 7% dei maschi. Il 25% con un voto di 9, contro il 19% dei maschi. Al contrario, il 9% delle ragazze ha ottenuto un voto appena sufficiente (6/10) e il 25% un voto pari a 7/10, contro rispettivamente il 13,7% e il 30% dei ragazzi. Lo stesso trend si riscontra nel voto di diploma. L’8,3% dei maschi ha ottenuto il minimo sindacale, cioè 60/100, il doppio delle ragazze, e il 31,7% un voto inferiore a 70/100, contro il 22% delle ragazze. I centini invece sono per la maggior parte donne: l’8,3% delle diplomate contro il 5,6% dei diplomati.

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