La vita quotidiana dopo un infarto

L’infarto miocardico acuto, comunemente chiamato solo infarto o nel linguaggio comune “attacco di cuore”, coinvolge le arterie che portano sangue al cuore ed è un grave evento cardiovascolare e in Italia – secondo le stime – se ne verificano circa 120.000 ogni anno. Identificati i sintomi (qui una breve guida) arrivare rapidamente in un centro attrezzato è fondamentale: la mortalità per infarto si verifica infatti nella maggior parte dei casi prima che riescano a raggiungere l’ospedale.

Non tutti gli infarti sono uguali, ma quasi tutti gli infartuati una volta tornati a casa si trovano a vivere le stesse paure: potrò tornare a fare ciò che facevo prima? Sollevare la borsa della spesa sarà troppo faticoso? Cosa rischio a mettermi alla guida? E il sesso: rischierei un secondo infarto? La buona notizia è che chi ha avuto un infarto può, dopo qualche settimana di riposo per permettere al corpo di ristabilirsi, riprendere la propria vita, pur modificando le cattive abitudini.

Ne abbiamo parlato con Paolo Ravagnani, dell’Unità Operativa di Cardiologia Invasiva 2 e Responsabile del Poliambulatorio Cardiovascolare del Centro Cardiologico Monzino di Milano.

Dottor Ravagnani, partiamo dalla questione più “spinosa”: il sesso dopo l’infarto.

Paradossalmente è una delle domande che i pazienti ci fanno meno, presumibilmente per ritrosia. Siamo spesso noi medici a dover sollevare la questione. Dopo un infarto, fatte salve le primissime settimane, si può tranquillamente riprendere la propria vita sessuale, dal momento che i livelli di attività fisica coinvolti non sono particolarmente impegnativi. Anche se si sente il proprio cuore battere più velocemente, non significa che si rischia per questo un nuovo infarto. Non è tanto l’attività fisica a danneggiare l’organismo, quanto lo stress correlato a situazioni magari di contorno all’atto sessuale vero e proprio, che possono provocare tensioni, preoccupazioni, ansie.

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Non tutte le periferie sono uguali

Non tutte le periferie sono uguali. Ce ne sono di più o meno “funzionali” a seconda della presenza e assenza di servizi di diverso tipo: commerciali, sociali e sanitari, infrastrutture, di riqualificazione urbana, turistici e culturali. Si parla di “effetto città”, e di periferia “funzionale” quando in una certa zona sono presenti tutte queste variabili.

La cattiva notizia è che in Italia siamo ancora ben lontani dall’avere periferie davvero funzionali. Man mano che ci allontaniamo dal centro l’effetto città è sempre più rarefatto. In molti casi la periferia di una grande città è ancora un luogo sbilanciato, monofunzionale, spesso solo commerciale.

I dati li ha raccolti l’Atlante delle Periferie Funzionali del MiBACT, con dati aggiornati alla fine del 2016, che ha esaminato nove città metropolitane (esclusa Roma) – Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Torino, e Venezia – sezione per sezione, comparto per comparto, per capire come si articola questa rarefazione dell’effetto città. Nel complesso per tutte le città si osserva un gradiente impietoso, sia che si parli di cultura, che di servizi per il tempo libero, che di progetti di riqualificazione urbana.

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Quanto, dove e come lavorano i nuovi dottori di ricerca

Secondo la recente indagine condotta dall’Istat su coloro che hanno conseguito il dottorato nel 2012 e nel 2014, a quattro e a sei anni, il 93,7 per cento dei dottori lavora, e oltre sette occupati su dieci hanno iniziato l’attività lavorativa osservata nel 2018.  Il 36,3% lavora a tempo indeterminato il 25,4 % a termine, il 20,7% svolge un’attività finanziata da una borsa di studio o da un assegno di ricerca, il 9,2% ha un’attività autonoma mentre l’8,5%  lavora come collaboratore o prestatore d’opera occasionale. Uno su quattro dei neo dottori è occupato in ambito universitario, il 24,1%, il 17% nell’istruzione non universitaria, il 13,6% in istituti di ricerca pubblici o privati, mentre un occupato su dieci con PhD lavora nel settore dell’agricoltura e dell’industria.

Tassi occupazionali più bassi riguardano i dottori dell’area delle scienze politiche e sociali

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Garantire la salute della donna per un futuro globale

Ogni giorno 830 donne muoiono in tutto il mondo per le complicazioni legate alla gravidanza o al parto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che nel solo 2015 si siano verificati 303.000 decessi e la maggior parte di questi sarebbe potuta essere prevenuta. Il rischio per una donna di 15 anni di morire per problemi legati alla maternità è di 1 su 4900 nei paesi sviluppati, contro 1 su 180 nei paesi in via di sviluppo. Nei paesi più fragili, il rischio è addirittura di 1 su 54 donne. È stato stimato che 2,7 milioni di bambini siano morti poco dopo la nascita nel 2015, e che altri 2,6 milioni siano nati senza vita.

Il punto è che la maggior parte delle complicazioni che insorgono durante e dopo il parto potrebbero essere evitate o curate. Tre morti su quattro sono dovute a grave sanguinamento dopo il parto, infezioni (di solito dopo il parto), ipertensione arteriosa durante la gravidanza (pre-eclampsia ed eclampsia), complicazioni durante il viaggio verso il luogo dove partorire e aborto pericoloso. Le restanti morti sono dovute o associate a malattie come malaria e AIDS durante la gravidanza. Si stima che per far sì che la maggior parte dei paesi possa raggiungere tutti gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) per la salute, sarebbero necessari fino a 371 miliardi di dollari all’anno, ogni anno da qui al 2030. In questo modo si riuscirebbe a dimezzare la mortalità materna e 400 milioni di nascite non pianificate, oltre a evitare 10,8 milioni di morti per HIV/AIDS.

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