Quota 100, pensione anticipata e opzione donna: chi, dove, quanto

Fra Quota 100, pre-pensionamenti e Opzione Donna sono state circa 240 mila le domande presentate in Italia da gennaio a oggi. I dati aggiornati al 30 giugno parlano di 155 mila domande pervenute per la cosiddetta “Quota 100”, che consente a tutti gli assicurati Inps, senza che siano previste segmentazioni in ragione di situazioni di disagio occupazionale o economico, l’anticipo rispetto al pensionamento ordinario se si hanno almeno 62 anni di età ed almeno 38 anni di contributi. 72 mila sono state le richieste di prepensionamento mentre solo 15 mila donne hanno usufruito di“Opzione donna”. Una Quota 100 decisamente maschile Per quanto riguarda Quota 100, un terzo esatto di queste domande sono state presentate da dipendenti pubblici, la metà al sud, un terzo al nord e il restante 20% nelle regioni del centro. La maggior parte dei richiedenti ha fra i 63 e i 64 anni. Nel complesso, considerando cioè anche il comparto privato, il 40% delle domande è stato presentato nel nord e il 35% a sud, anche se la regione con il maggior numero di pensionati è stata la Sicilia con 10.864 domande, davanti anche alla Lombardia con 9.745 richieste. Seguono l’area metropolitana di Roma, il Veneto e l’Emilia Romagna.

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Stranieri (minorenni) e reati: non c’è nessun “effetto sbarchi”

Nella proporzione di reati compiuti da minorenni stranieri e italiani non si riscontra nessun effetto rilevante dovuto agli sbarchi. Nel 2018, così come nel 2002, tre minorenni su quattro in carico agli Uffici di servizio sociale dell’area penale sono italiani, mentre uno è straniero. Tra le provenienze comunitarie prevalgono la Romania e la Croazia, mentre tra le altre nazionalità si distinguono l’Albania, maggiormente nell’area penale esterna, la Bosnia Erzegovina, la Serbia. Tra le provenienze africane, invece, continuano a prevalere i minorenni e i giovani adulti del Marocco, dell’Egitto, della Tunisia.

Lo mostrano chiaramente gli ultimi dati pubblicati il 13 giugno scorso dal Ministero della Giustizia, sui minorenni e giovani adulti italiani e stranieri dell’area penale in carico ai Servizi della Giustizia Minorile ospitati nelle strutture residenziali, Centri di prima accoglienza (CPA), Istituti penali per i minorenni (IPM) e Comunità.

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Chi sono, quanto guadagnano e dove vivono i “working rich”?

Per la prima volta il rapporto annuale di Inps analizza la composizione dei cosiddetti “working rich” ovvero quei lavoratori, dipendenti e professionisti full time, che guadagnano solo con il loro lavoro, senza contare il patrimonio e le rendite, almeno 5 volte il salario mediano calcolato sul salario del dipendente privato, cioè che superano i 97 mila euro annui. La metà di loro sono dipendenti privati, il 18% è dipendente pubblico, il 22% sono professionisti e il 9,2% è composto da collaboratori.

Se si considera invece l’incidenza nei vari gruppi e fra gruppi di lavoratori che si collocano sopra almeno dieci volte il reddito mediano, ovvero che superano i 194.000 euro annui, su 100 lavoratori con un reddito superiore a questa soglia, il 52,3% proviene dai dipendenti privati; se addirittura il 39,2% dai professionisti, mentre diminuisce l’impronta del settore pubblico (8,5%). Nessun “collaboratore” guadagna queste cifre.

In questo gruppo troviamo i cosiddetti “top earners”, ovvero i dipendenti più ricchi del paese. Ci sono tre dati da tenere a mente. Il primo è il progressivo, costante e importante aumento della concentrazione dei redditi: la soglia per entrare nel top 0,01% è raddoppiata dal 1978 al 2017. Oggi “servono” 553 mila euro annui per sedersi in una delle poche poltrone dello 0,01% dei lavoratori più ricchi. Analizzando i dati si nota chiaramente che la ricchezza è andata polarizzandosi, quanto a distribuzione. Le soglie per entrare nel 10% e nel 5% sono cresciute relativamente poco nel tempo: per entrare nel top 10% occorreva avere un reddito di 31.000 euro nel 1978, salito a 39.000 nel 2017; l’accesso al top 5% richiedeva un reddito di 38.000 nel 1978 contro i 51.000 nel 2017. Ma più si sale più i ricchi sono diventati super ricchi, in particolare durante gli anni Novanta (su che cosa è accaduto negli anni Novanta, si rimanda alla seconda puntata di Infodata): la soglia per entrare nel gruppo dello 0,1% più ricco quasi raddoppia nel tempo, da 122.000 a 217.000 euro.

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Lavoro, in aumento i dipendenti, ma poco il tempo indeterminato

I dati raccolti nell’ultimo Rapporto annuale di Inps evidenziano che sia nell’ultimo triennio che nell’ultimo anno, il saldo occupazionale è positivo. Il numero di occupati assicurati Inps è cresciuto in tutte le regioni italiane, anche se ad aumentare sono stati per la maggior parte i contratti a tempo determinato, sia part time che full time. Sono cresciuti – seppure in maniera meno evidente – gli occupati a tempo indeterminato nel settore privato (+0,5%), mentre sono leggermente calati in quello pubblico (-0,3%).

Crescita dei contratti a termine, ma non nel pubblico

Per quanto riguarda l’insieme dei contratti non a tempo indeterminato, nel settore privato sono cresciuti in maniera consistente sia gli occupati che le giornate lavorate totali e pro capite (rispettivamente +8%, +11,1%, +2,8%). A ben vedere l’aumento maggiore ha riguardato i contratti di apprendistato, (+14,8% gli occupati,+17,7% le giornate lavorate), mentre per i contratti tempo determinato è consistente la crescita degli occupati (+7,4%). Diversa la situazione del settore pubblico, dove il tempo determinato è diminuito sia per numero di occupati (-3,9%) che di quantità di lavoro (-0,4% le giornate lavorate totali).

Quanti passaggi all’indeterminato?

Nel settore pubblico 3 lavoratori su 4 hanno mantenuto lo stesso contratto dal 2017 al 2018 – il 53% sempre nel settore pubblico,  e il 22% è passato al settore privato – mentre il 18% è passato a un contratto a tempo indeterminato. Il settore privato è evidentemente più dinamico: il 62% dei dipendenti a tempo determinato (inclusi stagionali, somministrati e intermittenti) ha mantenuto nel 2018 la stessa posizione del 2017, mentre il 16% che è transitato al tempo indeterminato, il 2% che ha trovato impiego nel settore pubblico (prevalentemente a tempo determinato), il 2,3% passato all’apprendistato. Infine ben il 17,6% non risulta più inclusa tra i dipendenti.

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