Torniamo al 2012?

Mi capita di chiedermi – specie quando per colpa del fago-social mi sveglio male come questa mattina – quando è successo che il mondo ha girato l’angolo. Come siamo arrivati, signora mia, a un mondo dove ti svegli al mattino e devi rispondere a gente normale, non i soliti pazzi o troll a cui non presto attenzione, che ti vuole insegnare a fare il tuo lavoro. Quando e come è successo che abbiamo accettato di ricevere e inviare whatsapp che fissano riunioni sul telefono personale alle dieci di sera. Quando e come è successo che ogni volta che bisogna “sentirsi” siamo costretti alla videochiamata, cioè vincolati all’essere davanti al pc a quell’ora, pettinati (o più o meno), vestiti (o più o meno). Io continuo a rispondere agli inviti “ok, chiamami a questo numero” – così, sottinteso, posso essere anche a fare una passeggiata per i fatti miei e ascoltarti – ma non c’è niente da fare.

Al di là di queste ultime facezie, che so bene che abbiamo sdoganato durante i lockdown degli ultimi due anni, e che in qualche modo possono essere reversibili; l’aspetto serio riguarda la prima domanda, ovvero quando abbiamo permesso al mondo di tenerci in pugno in questa maniera alle sette del mattino. Ebbene, io credo sia successo fra il 2012 e il 2014, definitivamente.

Il 2012 per me è stato un anno cruciale: mi sono laureata alla laurea magistrale a Firenze, e la notte stessa, fra l’11 e il 12 ottobre, come Colomba ho preso l’intercity notte da Campo di Marte per Trieste, dove alle 8 del mattino, senza essermi nemmeno lavata i denti e ancora vestita come alla laurea, ho sostenuto l’esame di ammissione al master in giornalismo scientifico digitale della SISSA, a Trieste. Quello che mi ha cambiato la vita. Premesso che non sono mai stata una all’ultima moda quanto a tecnologia, e tendenzialmente giro le spalle alle avanguardie, all’epoca avevo un cellulare di quelli con i tasti e senza internet (ho cercato in rete e l’ho trovato: il mitico Samsung SGH-E251). Gli smartphone c’erano già, lo so, ma non ero anomala a non averlo. Ho comprato il primo qualche mese dopo, per essere più sul pezzo durante le attività del master, per darmi un tono nel controllare la posta, twittare a sbregabalon (l’alternativa bellunese all’ a spron battuto, bello no?). Il 2013 è stato l’anno del vero debutto di Instagram nelle nostre vite. Ricordo il momento in cui ho detto “ma sì, dai”. Ero in salotto al pc a finire qualche grafico per qualche articolo, in orari in cui oggi non lavoro più, mentre guardavo l’Ispettore Barnaby su La7. Avevo qualche foto dei ciottoli de la Piave, con acqua scrosciante, e postai quelli.

Tuttavia, ancora all’epoca non era cambiato granché, ma eravamo sul fil di lama, un barlume che vacilla,
un teso ghiaccio che s’incrina
. La nostra quotidianità si stava inclinando, le oche avevano iniziato a starnazzare.

Nel 2016 la situazione era già compromessa. L’idolo del tuo pubblico era già assiso sul suo trono, e noi sudditi beoti, come scimmie ammaestrate, a convincerci che la vera rivoluzione della comunicazione era parlare con il tuo pubblico. Conosco persone la cui vita personale ruota intorno ai desideri del pubblico di ricevere un video o di vedere un Reel secondo una frequenza dettata proprio da chi ne è alla fine schiavo! I nostri discendenti nel 2222 scriveranno, probabilmente su tavolette d’argilla, che “era un’epoca di transizione”, che “era l’infanzia della rete, mentre loro pensavano di essere già adolescenti”. Con il fare saccente di noi che oggi parliamo di “secolo breve”. Una ruota che gira.

Nel 2006 l’idea di Internet 2.0 era rivoluzionaria: interagire, non solo leggere. Wow. In effetti lo era. L’apoteosi si è avuta nel periodo intorno al 2012, exploit del live tweeting (io c’ero, ho iniziato a lavorare così). Poi a forza di condividere, i social hanno iniziato a usarli davvero tutti, come speravamo, e il risultato è che il 31 marzo 2022 mi trovo a scrivere un pessimo diario sul blog dopo l’ennesima “conversazione” con gente a caso che non ha idea di chi io sia, del mio percorso professionale, delle riflessioni alla base di quanto scrivo, e che mi dice cose tipo “spero che lei abbia scritto il pezzo consultando varie fonti!”.

In particolare c’è una cosa che mi fa infuriare più di tutte, e non è chi mette in dubbio la mia serietà professionale: l’illazione “tu non difendi tuttə/3/* noi”. Non essere abbastanza “inclusiva”, “femminista”. Praticamente la scena di Mario Brega in Un sacco bello.

Al di là dei piccoli sfoghi, il discorso su a che cosa permettiamo di raggiungerci, va seriamente affrontato. Tendo a ripetermi, lo so, ma oggi è urgente mettere sul tavolo due punti. Anzitutto, lo spazio lavoro/non lavoro, che rientra nel più generale problema ENORME del gestire se e quando vogliamo essere raggiunti da input di vario genere, cioè dalle persone, dato che gli input non ci raggiungono da soli.

Contemporaneamente, credo sia tempo di iniziare a riflettere seriamente sul senso di una comunicazione/marketing impostata sul far contento il proprio pubblico o comunque un qualche interlocutore. Ora, è ben chiaro che se vendiamo scarpe dovremo ascoltare le esigenze del pubblico a cui vogliamo venderle. Non sto parlando di questo. Mi riferisco al fatto che da almeno 10 anni, da che io ricordo, pontifichiamo in master e corsi di quanto sia importante andare incontro al pubblico, farlo parlare con noi, altrimenti se non dialoghi sei fascio come Mario Brega. Ma siamo davvero davvero sicuri? Io ho iniziato per esempio a impostare alcuni tweet senza possibilità di risposta, per provare ad abbassare i toni ed eliminare le perdite di tempo di chi vuol giocare all’aula di tribunale, altro che dialogo. Chi vuole scrivere qualcosa lo può fare in messaggio privato. Mi sono imposta di non usare Slack e di telefonare invece di impostare call. Non rispondo su Facebook se non in casi particolari, e se mi viene richiesto in quanto “parte del lavoro giornalistico” affronto il problema con chi me lo chiede. Comunque non basta. Non sono l’unica, e sicuramente non invento nulla: parecchie persone hanno scelto questa strada, ma nel complesso stiamo pontificando diversamente. Non si tratta solo di gestire meglio l’aggressività delle discussioni, ma di riflettere su come tutto questo sta cambiando la nostra vita quotidiana, anche in termini di umore. Dopo aver scritto l’ultimo post la scorsa settimana, parecchie persone privatamente mi hanno scritto che non ce la fanno più a gestire tutto il bombardamento dei commenti in ogni dove, delle email professionali e dei whatsapp a qualsiasi ora. Il filo rosso era l’impossibilità di non essere raggiungibili. Non so voi, ma io vedo tanta sofferenza su questo aspetto, espressa e non, anche in persone che mai avrei detto. Ma chi ha deciso che è normale? Nessuno, e insieme centomila. Lo decidiamo tutti noi ogni giorno, quando lasciamo fare.

Nel 2012, prima di fare questo lavoro, non avevo nessun social, non avevo l’email nel telefono, non c’era whatsapp. Avevo il cellulare, quindi l’opportunità di parlare o organizzare incontri con chi volevo vedere o sentire, di mandare messaggi a qualsiasi ora, avevo le email nel pc e bastava un wifi o un cavo (ho comprato l’ultimo nel 2011). Un compromesso felice. Oggi quando penso a quegli anni sento una grande spensieratezza e leggerezza umana: non ero bombardata da niente.

È ben evidente che non è possibile tornare al 2012 con un colpo di accetta. Anche perché parallelamente c’è il fatto di aver scoperto la possibilità di fare smartworking (che è per la maggior parte ancora telelavoro, ma è un primo passo), e che richiede gli strumenti del 2022. Inoltre, per iniziare la professione che amo e che mi ha dato tanto, anche io avevo abbandonato il mio Samsung SGH-E251. Ma non basta. Come il “secolo breve” ci ha insegnato, senza una seria riflessione antropologica prima ancora che sociologica, sulla tecnologia e su regole pratiche per non permettere a chiunque di dominarci, non possiamo che essere scimmie infelici, nonché mortali.

2 risposte a "Torniamo al 2012?"

  1. Antonio 31 Mar 2022 / 18:34

    Sono sicuro che lo apprezzerai. È precedente al tuo 2012 ma cercare le radici fa sempre bene 😉

    Dove sei? Ontologia del telefonino https://g.co/kgs/EdMjaQ

    • Cristina Da Rold 2 Apr 2022 / 11:22

      grazie!

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