Il nostro tempo e il lavoro

In questi ultimi anni più che mai, mi capita – e immagino succeda lo stesso a tanti altri come me – di essere invitata a intervenire a molti eventi per portare la mia esperienza professionale. Non certo perché io sia diventata più interessante negli ultimi tempi, ma perché è così semplice organizzare un evento, specie online, e porta così tanti “vantaggi” (dicono…) in termini di “rete e visibilità”, che non si può essere da meno. Il più delle volte si tratta di eventi, non di incontri veri e propri, ma non è su questo che vorrei focalizzarmi.

Proprio in questi giorni ho ricevuto un invito per un evento interessante, ma che ho declinato, accennando al fatto che da qui a giugno avevo già preso un numero congruo di eventi/corsi di formazione a cui partecipare, rispetto al tempo che avevo pianificato di avere libero per fare altre cose. Chiaramente non mi sono messa a spiegare a uno sconosciuto il perché di questa scelta, mi bastava capisse che non ce l’avevo con lui. La persona in questione tuttavia continuava a insistere, come spesso accade. Sembrava una fuga barocca: io che dicevo che nei prossimi mesi il tempo che volevo dedicare a queste cose era già “pieno” e che la mia vita è fatta anche di altro, e come libera professionista devo pormi io dei paletti; e lui che rispondeva in modo completamente dissonante rispetto a quanto dicevo io, usando l’argomento del “ma sei perfetta per questo evento” (cosa che mi fa ridere, peraltro, come se potessi essere davvero essenziale, suvvia!).

Faccio sempre molta fatica a spiegare che il lavoro è una parte della mia vita, una parte soltanto, e non la più importante. Che ho scelto la libera professione proprio per questo motivo: non tanto perché mi posso organizzare il lavoro, ma perché mi posso organizzare il non- lavoro!

“Che cosa ti ha insegnato questa pandemia?” mi si chiede spesso a questi eventi. Ebbene: mi ha rafforzato l’idea, imparata non tanto dalla storia studiata, quanto dalla poesia letta, che il giorno della fine non ti servirà l’inglese… Vivere la vita è un impegno a darsi il tempo di guardare le cose, di pensarle, di essere il più possibile dove si vuole essere e con le persone importanti. Il resto sono bugie. Gli “step” tutto sommato sono bugie. Investire le proprie giornate per progettare la propria immagine sui social per far divertire gli altri… forse qualche ora al mese, ma onestamente non vale di più, anche se ha un buon ritorno dell’investimento. Curioso quanto siamo attaccati ai piccoli ritorni di investimento, ma l’unico Ritorno di Investimento di cui non ci curiamo granché è quello complessivo! Lo so che per lavoro mi occupo di consulenze per strategie di comunicazione, ma preferisco lo scandalo di insegnare a riflettere sul senso di quel che si fa, prima di tutto. Non divulgo a braccia incrociate e in camicia come essere i robottini vestiti meglio. Dico sostanzialmente questo ai corsi universitari dove vengo invitata a intervenire e che accetto sempre volentieri. E i ragazzi mi sembrano sempre attenti e pronti a riflettere su queste cose forse più dei grandi.

Non è mica il lavoro a costituire il problema: a essere problematizzato è il senso. Francesca Mannocchi lavora 15 ore al giorno dal fronte ucraino, facendoci il dono del suo tempo e della sua fatica per farci sapere che cosa sta accadendo in quell’inferno. I tanti cooperanti, i tanti sanitari che nel mondo aiutano a tenere insieme le fragilità, non stanno lavorando, e non a caso quando vengono interpellati hanno tanto, tanto da dire sull’umano, ben oltre il proprio lavoro. E noi? Noi “comunicatori”, che ci facciamo belli di stare 10 ore al giorno a parlare e promuoverci, a girare da un evento all’altro, il più delle volte diciamo cose molto scarse. Me per prima, si intende. Personalmente mi serve il tempo per camminare, per andare in montagna, per leggere, per sistemare il giardino, per ascoltare la musica con altre persone e per farmi trasformare da tutto questo.

Concludo con il momento dolente, consueto, del “eh ma puoi permettertelo!” Sinceramente più che altro me lo permetto. Lavoro sodo quel che devo, ma sodo veramente… ma se nel mio piccolo riesco a distillare qualcosa che vale la pena di dire agli occhi di chi legge, non è perché lavoro sodo, ma grazie a tutto il resto. Ci sono settimane in cui devo lavorare cinque giorni su cinque 8-9 ore al giorno per chiudere un progetto o perché voglio scrivere di qualcosa che penso meriti, altre che rallento. Se lasciassi fare al vortice di eventi, sarei una burattina col sorriso intagliato pronta a ballare per il pubblico che passa, “mi raccomando non più di 20 minuti però!” con i fili tutti attorcigliati…

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