Essere freelance a modo mio

No, questo post non è un lamento. Lo chiarisco subito per evitare fraintendimenti (come se si potessero davvero evitare con una premessa, ma vabbè). Sono delle considerazioni di una persona felice del proprio lavoro e che non cambierebbe la vita da freelance per nulla al mondo. Ma al tempo stesso è un post che racconta gli aspetti meno semplici da gestire di chi lavora per conto proprio svolgendo una professione che non prevede il più classico rapporto a tu per tu con il cliente, che si tratti di un’attività commerciale, di uno studio legale, di ingegneri, di architetti.

In questi sette anni da che ho iniziato a lavorare in questo modo, ho capito che la maggior parte delle persone non si immagina esattamente come si svolge il mio lavoro. Ne vedono il risultato in forma di articoli, di qualche foto (che tendo a evitare, perché nella maggior parte dei casi indosso degli improbabili pile con cappuccio e fantasia a stelle), ma colgo sempre che il come rimane indefinito. Ognuno possiede suo malgrado degli stereotipi per ogni professione, e lo stereotipo del “giornalista” poco si adatta a quello che faccio io e che fanno altri colleghi.

Io sono una giornalista freelance, anche se onestamente non mi ritrovo molto a mio agio sotto il termine ombrello freelance. E una parola che dà l’idea di una palletta impazzita che rimbalza nell’universo mondo, mentre io mi sento tutt’altro che una siffatta paletta, quanto invece una stabile orsa bruna con i piedi ben fissati nel terreno, la mia tazza di the fumante davanti, il Koln Concert di Keith Jarrett che mi fa compagnia nel mio dialogo intimo con l’internèt e con la tastiera.

Perché per me — ma sia chiaro che non vale per tutti — il nocciolo del piacere in questo lavoro è proprio la solitudine, che è anche, credo, l’aspetto che fa sì che talvolta riesca a produrre delle cose che mi soddisfano. Non è un caso che ami vivere in una piccola realtà, assolutamente provinciale, vicino alle montagne. Momento: quando dico “solitudine” non intendo non avere contatti con il mondo. Ho uno scambio quotidiano fondamentale con amici e colleghi, e altrettanto con le mie redazioni di riferimento. Mi sento per esempio parte partecipata del team di Infodata del Sole 24 Ore, con cui lavoro da anni. Luca Tremolada per esempio mi ha promesso di segnalarmi un videogioco sul medioevo giusto ieri, anche se ancora non mi ha fatto sapere nulla… (❤). Con Eleonora Degano (giornalista ambientale e migliore amica) alimentiamo ogni giorno la rubrica #QuantoDisagio, esaminando ogni giorno gli esiti più o meno felici del webbe intorno a noi. Con i ragazzi di Larin Agency con cui ho messo in piedi HealthCom Program quest’anno, ci scaldiamo a colpi di battute e meme. Ecco, spero che tre esempi bastino per convincervi che ci tengo alle mie relazioni umane professionali.

Ma la riflessione, la scrittura, in altre parole la creatività, per me sono profondamente solitarie. L’ho sempre saputo, ma l’ho capito solo in questi ultimi anni. Ed è questo l’ago della bilancia che è difficile tenere saldo per un professionista con un’indole come la mia. Accade spesso che non sia così semplice gestire il tanto, perché talvolta non diciamo i no che dovremmo, perché ci prendiamo poco tempo per chiarire a noi stessi chi siamo. In questi anni ho lavorato con un sacco di realtà di vario tipo, alcune rimaste, altre andate, e sono giunta alla conclusione che la vera difficoltà sia dire di si e di no alle persone giuste, la forma di intelligenza è riconoscere in anteprima chi ti somiglia, chi non ti allontanerà dalle tue Forme Elementari, direbbe Durkheim. Non si tratta — invero — di misurare una collaborazione principalmente in termini di tempo che ti richiede, di prestigio sociale o altre sciocchezze simili (ma siamo uomini o caporali? direbbe Totò). Il punto è capirsi sulle necessità di solitudine o di non solitudine che ognuno di noi ha. Quando imposto la risposta automatica nelle email per avvisare che sono in ferie, inserisco questa bella frase di Enzo Bianchi:

“Usa il tempo delle vacanze o del riposo per pensare alla qualità della
tua vita e domandarti dove vai”.

Ho conosciuto delle persone che avevano la necessità opposta rispetto alla mia: non lasciare spazio al tempo libero. Vuoi per bisogno di affermarsi davanti ad altri, vuoi per aiutarsi a superare momenti difficili della vita privata, vuoi perché la notte comunque non dormono. Io per esempio — e gli amici lo sanno bene — se non dormo almeno 8–9 ore a notte, se non posso andare a rifugiarmi fra gli alberi quando sono tesa, se non ho tempo di pulire casa sono una persona fastidiosa, perché sento che non sto facendo quello che mi fa bene. E di fatto mi arrabbio con me stessa perché non sono riuscita a prevedere un’accumulazione soffocante di cose. Dai, hai 30 anni e non hai ancora capito come giostrarti.

C’è una bella poesia di Wislawa Szimborska, che a passo di danza è diventata la mia poeta preferita (non dico poetessa perché se no pare che sia la preferita fra le femminucce, invece è proprio la preferita fra tutt*), che riassume questa sensazione meglio di me. Per forza, mentre lei vinceva il Nobel per la letteratura io vincevo il festival canoro del bambini di Longarone…. Si intitola “Vita all’istante”:

«Mal preparata all’onore di vivere,
reggo a fatica il ritmo imposto dell’azione.
Improvviso, benché detesti improvvisare.
Inciampo a ogni passo nella mia ignoranza.
Il mio modo di fare sa di provinciale.
I miei istinti hanno del dilettante.
L’agitazione, che mi scusa, tanto più mi umilia.
Sento come crudeli le attenuanti.

Parole e impulsi non revocabili,
stelle non calcolate,
il carattere come un capotto abbandonato in corsa –
ecco gli esiti penosi di tale fulmineità»

Ecco. Penso sia normale sentire questa sensazione, o almeno alcuni cari amici con cui ne ho parlato mi hanno detto che è così. Ma non credo vada liquidata con “vabbè dai, sii contenta che hai un lavoro che funziona”. Questo lo so, e mi sento fortunata. Ma penso che sottovalutiamo quanto questo equilibrio tutto personale sia il nostro timone, quello che ci fa andare nella direzioni giusta. Premesso che non sono nessuno per dare lezioni su come si fa la giornalista freelance, quando mi chiedono “ma come fai a fare tante cose?” la risposta è sempre: “Perché mi occupo di temi che mi premono davvero e perché mi riservo parecchio tempo libero per pensare”.

Personalmente vengo da due mesi lavorativamente pesanti. Due mesi in cui ho accumulato troppe cose, che erano tutte bellissime ed entusiasmanti di per sé, ma che insieme hanno agito come il calderone di Ursula che mi ha quasi tolto la voce. Due mesi in cui mi sono resa conto di non aver avuto spazio per la solitudine necessaria alla creatività che manda avanti un lavoro come il nostro. La sera leggevo il mio libro giallo pro relax ma non lo afferravo, e non ricordavo il contenuto di metà dei messaggi vocali degli amici, perché mentre sentivo la mia testa stava mandando email.

Le email. Ci vuole un paragrafo a parte. Diversi miei amici, e pure mia madre, mi dicono che sono acida, ma io sono persuasa del fatto che manchi completamente il galateo di base della comunicazione con i liberi professionisti. Non a caso ho anche inserito una chiosa su questo nelle mie lezioni del già citato HealthCom Program. Siamo tutti concentrati su quanto i social media influiscano sulla nostra vita privata. Non che non sia vero, ma io personalmente mi sento molto meno invasa da Facebook o da Instagram rispetto a Gmail. E a WhatsApp. In quest’ultimo caso ho provato anche a mettere come bio “Se è per lavoro usa le email, grazie”, con scarso risultato. Avevo anche messo un fiorellino rosa, ma poi l’ho tolto. Ci sono ancora uffici stampa che mi mandano interi comunicati stampa su WhatsApp. Anche le email non scherzano, dicevo. Voi dite: beh te la sei cercata, hai detto tu “usa le email”. Vero, ma ho esperito che il primo step per la sanità mentale del freelance è canalizzare in un unico luogo le comunicazioni di lavoro, e questo luogo, per sua natura, è la posta elettronica. Pur avendo messo la mia email in grande fra i “contatti” del mio sito web, ricevo comunque messaggi Facebook (pure dei vocali talvolta), messaggi Instagram, messaggi LinkedIn (su questi ultimi sono più tollerante perché è la loro funzione, ci sta). Ogni volta rispondo cortesemente di mandare una email e fortunatamente le persone sono carine e mi assecondano. Forse hanno capito che sono un’orsa acida in un pile a stelle. E ora il secondo step: l’invio delle email si può programmare, così come i post sui social. Anche questo l’ho scritto nel mio sito, con ancora una volta scarso risultato. Una persona è al lavoro dalle 9 alle 18 dal lunedì al venerdì, e da ciò consegue che un’email inviata alle 23 del venerdì sera (1) probabilmente verrà vista, perché magari apro la casella per altre cose di carattere personale; (2) essendo vista, se prevede un compito che devo svolgere, probabilmente mi darà un pensiero/ansia che non dovrei avere il venerdì sera. Non facciamo un mestiere dove salviamo delle vite. (3) Personalmente mi dà l’idea di disorganizzazione da parte dell’interlocutore o del progetto, anche se riconosco che una persona è libera di lavorare di notte e di giorno andare al mare se vuole.

Dicevo, sono stati due mesi più pressanti del solito, per quanto ricchi di buoni incontri. Mi ci sono voluti dieci giorni per decomprimere la pressione di giornate piene di email accavallate a telefonate, accavallate a messaggi WhatsApp, accavallate alla necessità di trovare il tempo silenzioso per scrivere. Per riappropriarmi di fatto della mia concentrazione (sempre il buon Luca Tremolada ha capito e pazientato per avere i miei articoli, per la serie colleghi intelligenti con cui dialogo). Mentre scrivo mi rendo conto che tutto questo vale anche per chi non è freelance, per chi lavora in un ufficio (ne conosco tanti!). Ma non è che se vale per tanti allora è meno grave.

Ho pensato un po’ se scrivere questo post. Scrivo raramente riflessioni personali su di me, preferisco farlo sulle cose che accadono, anche perché giustamente mi aiutoobietto: “ma al webbe, che caspita gliene frega di te e di quello che senti?” Alla fine l’ho scritto per due motivi: primo, perché può essere forse utile a chi si trova a collaborare con figure come la nostra, senza conoscere davvero come si svolge il nostro lavoro. Ma soprattutto per chi come me magari talvolta vive queste dinamiche più faticose, ma poi guarda i profili social dei colleghi, tutti sorrisi, badge e fritture di pesce, e pensa di essere l’unico.

Attendo i vostri commenti. Grazie per l’attenzione, e leggete Wislawa.

 

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