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Reblogged from Scienza in Rete

Sono circa 10.160 i giovani che hanno conseguito il titolo di dottore di ricerca nel 2013, ma ben pochi sono quelli destinati a fermarsi definitivamente all’università. A elaborare la triste profezia è l’ADI (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani), che in uno studio pubblicato nel 2014 afferma che il 96,6% degli attuali assegnisti di ricerca italiani rilevato nel 2013, verrà alla fine espulso dal sistema accademico.
In altri termini, solo il 3,4% di loro sarà reclutato come ricercatore a tempo determinato di tipo b (RTDb) per essere destinato a diventare ricercatore universitario (RU). Un trend in peggioramento, dal momento che solo un anno prima, rileva sempre ADI, il tasso di espulsione sfiorava il 93%. Persone che una volta fuori dal mercato accademico si ritroveranno senza alcuna forma di copertura assistenziale.

Il punto è che questi 20894 assegnisti (dato Miur relativo al 2013) sono un numero tutt’altro che esiguo rispetto al totale di chi bazzica le cattedre e i laboratori universitari, e l’unico in crescita dal 2008, quando se ne contavano poco più di 12mila. Al contrario, secondo l’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) i ricercatori a tempo indeterminato sono passati dai 25.569 del 2008 ai 23.746 del 2013.
Come rileva Roars: “Ci aspettiamo un’ulteriore riduzione del numero dei docenti universitari di ruolo nella misura di circa 1.600 unità in meno all’anno (-3,2%) per i prossimi tre anni” si legge. “Viceversa è pressoché impossibile in questo momento avanzare previsioni attendibili sulla ripartizione del personale docente di ruolo nelle tre fasce, fatta salva l’inevitabile riduzione della fascia dei ricercatori di ruolo per effetto della messa a esaurimento”. Insomma: le premesse per chi si accinge a iniziare un dottorato di ricerca con lo scopo di rimanere in ambito accademico, sono sempre meno incoraggianti.
Ben la metà del personale accademico italiano è infatti composto da figure “atipiche” precarie: oggi solo la metà di chi fa ricerca in Italia è di ruolo. Secondo un calcolo ADI, il 13% è costituito da professori ordinari, il 15% da associati e il 22% da ricercatori.
Un quarto del totale è rappresentato dai dottorandi, il 15% dagli assegnisti e il restante 10% dai collaboratori ai programmi di ricerca e dai ricercatori a tempo determinato a e b, quelli cioè introdotti con la legge Gelmini (240/2010) che sono andati a sostituire la vecchia posizione di ricercatore universitario. Se volgiamo lo sguardo al comparto didattica poi, anche i numeri sui docenti a contratto nel 2013 (dati Miur) parlano chiaro.

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