Venezia: mostra al Guggenheim tra Manierismo e Surrealismo

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Apre i battenti a Venezia nella casa museo di Peggy Guggenheim “Solo per i tuoi occhi” parte della collezione privata di Richard e Ulla Dreyfus-Best, tra De Chirico, Magritte e Warhol.

Guggenheim e Venezia sembrano essere ancora una volta sinonimo di raffinata ricercatezza, e scegliere di passare qualche ora al loro interno è ancora oggi, come lo era in passato, un’esperienza museale e artistica non ordinaria, che può ricordare al fortunato lettore di Fruttero&Lucentini le suggestioni in penombra di Mr. Silvera in L’amante senza fissa dimora. A partire dal 24 maggio fino al 31 agosto a Palazzo Venier dei Leoni, il Museo ospiterà «Solo per i tuoi occhi. Una collezione privata, dal Manierismo al Surrealismo», una mostra a cura dello storico dell’arte tedesco Andreas Beyer. 120 opere provenienti dalla collezione privata di Richard e Ulla Dreyfus-Best, a Basilea. Alcune più antiche come Pieter Brueghel il Vecchio, altre più recenti, come Giorgio de Chirico, Arnold Böcklin, Gustave Moreau, René Magritte, Man Ray e Andy Warhol. E Max Ernst, uno dei creatori del movimento surrealista insieme a André Breton e Paul Eluard, ma soprattutto uno dei grandi amori della padrona di casa, Peggy, che Ernst sposerà nel 1941, durante l’esilio di entrambi negli Stati Uniti. Perché il destino di Peggy e la nascita della collezione e della casa museo veneziana sono fortemente intrecciati con la storia di molti degli artisti esposti in questa mostra. Con la fine del secondo conflitto mondiale che l’aveva vista costretta, lei ebrea, a fuggire in America, Peggy decide di tornare in Europa, a Venezia, dove la sua collezione viene esposta per la prima volta alla Biennale del 1948. Qualche mese dopo Peggy acquista palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande, che nel 1949 apre al pubblico comeCollezione Peggy Guggenheim.

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Tina Modotti: a Torino fino al 5 ottobre

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Quando si pensa agli albori della fotografia, spesso la memoria va ai sassosi squarci di vita quotidiana dell’Italia del sud resi immortali da Henri Cartier Bresson, oppure ai baci postbellici parigini firmati da Robert Doisneau.  Lo sviluppo dell’arte della fotografia nella prima metà del secolo scorso però non è solo Europa, e non è solo Francia. È anche i ritratti di intensa ed emblematica rassegnazione di Frida Kalho o gli spaccati di vita levigata delle donne del Centro America raccontati da Tina Modotti (1896-1942), attrice e insieme fotografa e musa italiana, indubbiamente tra le figure femminili più interessanti della prima metà del Novecento.

Per raccontare l’artista si è aperta il 1 maggio e sarà visitabile fino al 5 ottobre 2014 nelle sale di Palazzo Madama a Torino TINA MODOTTI. Perché non muore il fuoco, una retrospettiva dedicata alla storia e alle opere dell’artista udinese naturalizzata messicana. La mostra nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Torino Musei, l’associazione culturale Cinema Zero e la casa editrice Silvana Editoriale.

“Ogni volta che si usano le parole ‘arte’ o ‘artista’ in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e niente altro […] io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni”

scriverà la Modotti di se stessa nello scritto Sulla fotografia. Una percezione molto pratica del proprio lavoro, quasi realista, forse proprio perché fin da giovane la sua vita fu dura, segnata dall’emigrazione, prima in Austria, poi il rientro a Udine, dove ancora dodicenne Tina lavorerà come operaia in una filanda, fino alla definitiva emigrazione in America, per raggiungere il padre a San Francisco. Qui la Modotti si guadagna da vivere lavorando come tessitrice e calcando qualche scena nei teatri della zona, oltre che aiutare lo zio in un piccolo studio fotografico, fino a quando conosce il pittore Roubaix “Robo” de l’Abrie Richey, che la porta con sé a Los Angeles. Tina ha solo 22 anni e scopre il cinema, diventando Jean Ogilvie, la fidanzata messicana di un facoltoso uomo d’affari in The Tiger’s coat, che nel novembre 1920 riempirà le sale hollywoodiane. Ma la bellezza esotica della Modotti non tarderà quindi a colpire il fotografo Edward Weston, di cui Tina diventa presto musa, compagna e collaboratrice.

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Google Street View per andare indietro nel tempo

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Da oggi sarà possibile vedere com’erano le più grandi città del mondo anni o decenni fa. Tutto con un semplice click, grazie alla nuova funzione di Google Maps

Si dice che il colosso Google sia vincente perché sa guardare in avanti, basti pensare ai Google Glass, ma in questo caso sembra che la sa marcia in più derivi dal suo saper guardare all’indietro, e non metaforicamente, ma fisicamente al passato.

L’azienda californiana ha lanciato infatti una nuova funzione di Google Maps che dà la possibilità all’utente diesplorare alcuni luoghi non solamente come sono ora, ma come erano in passato. O come sono con il cambiare delle stagioni. Google ha infatti raccolto le immagini dellemappature passate, che raccontano come le nostre città o le nostre zone verdi si siano rapidamente modificate: dove si trovava quell’alberghetto romantico della nostra luna di miele, l’ufficio dove abbiamo lavorato alcuni mesi, il piccolo negozio di alimentari ora dismesso dove facevamo la spesa gli anni dell’università, il bar del paese che ora non c’è più. Ma la nuova funzione è in realtà meno banale di quello che sembra a prima vista, perché oltre ad alimentare copiosa i nostri più intimiamarcord, si potrebbe rivelare molto utile a chi fa ricerche, e non solo storiche. Basti pensare per esempio aigiornalisti che stanno lavorando a un’inchiesta e si chiedono quale fosse lo stato di avanzamento dei lavori in un certo luogo, un certo mese di un certo anno. Oppure alle forze dell’ordine, agli investigatori, che nel seguire una pista si trovano nella necessità di ricostruire a distanza di tempo una scena del crimine. E ancora chi si occupa di antropologia e studia i fenomeni di urbanizzazione a livello mondiale o locale.

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