Social freezing, la possibilità di preservare la fertilità della donna

Qualche anno fa aveva fatto discutere la scelta di colossi statunitensi come Apple e Facebook di offrire gratuitamente alle giovani dipendenti la possibilità di congelare parte dei propri ovuli, in modo che qualora decidessero di avere un figlio più avanti con l’età, e fosse sopraggiunta una qualche difficoltà, sarebbe stato possibile per loro utilizzare gli ovociti di quando erano più giovani.
Da una parte c’è stato chi ha accolto con entusiasmo l’idea, dall’altra in molti hanno obiettato che si tratta di uno specchietto per le allodole per l’emancipazione femminile, che avalla la procrastinazione della maternità spingendo le donne almeno a un momentaneo aut-aut. Il supporto alla maternità deve passare per l’opportunità di avere dei figli mentre si cerca una carriera, iniziando davvero a modellare i modelli lavorativi e le professioni su misura della giovane.

Forse non tutti sanno che anche in Italia la preservazione della fertilità è possibile da pochi anni per tutte le donne che lo desiderano. Si chiama “social freezing” ed è appunto la pratica di mettere da parte un proprio “tesoretto” di ovociti quando la nostra fertilità è ottimale, solitamente dall’adolescenza fino ai 30-35 anni, per poterli utilizzare – eventualmente – successivamente. Una donna sana di 42 anni che “utilizza” i propri ovociti prelevati quando ne aveva 30 avrà statisticamente le stesse probabilità di una gravidanza regolare di quando lei stessa ne aveva 30. Al netto di eventuali patologie concomitanti insorte con l’età che possono rendere più complessa una gravidanza.

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Corso AVANZATO sulla comunicazione sanitaria online: promo fino al 17 settembre

Cari amici,

La scorsa settimana abbiamo terminato la prima parte di HealthCom Program corso sulla Comunicazione Sanitaria sui Social Media, e siamo pronti per iniziare la parte AVANZATA, che si terrà in 5 lezioni dal 1 ottobre al 10 dicembre!

Le iscrizioni al corso AVANZATO sono ancora aperte, con uno sconto notevole fino al 17 settembre!

Dopo il posizionamento, l’analisi del target, il Funnel, il piano editoriale, l’email marketing base e i primi passi sull’utilizzo dei nuovissimi social, parleremo di email marketing avanzato, di scrittura per l’online, di SEO, di come organizzare eventi vincenti...

Questi primi mesi sono stati stimolanti per me, per noi. 34 persone fra medici ospedalieri, infermieri, dentisti, ortopedici, biologi, comunicatori della scienza, gestori di centri medici, (e sicuramente ho dimenticato qualcuno) motivati a imparare come strutturare una propria strategia di comunicazione sanitaria efficace per tutti, mirata, corretta, onesta.

Vi aspetto!

Se siete curiosi/e potete sbirciare intanto il nostro gruppo Facebook HealthCom Program – Class, aperto a tutti iscritti e non, dove ci confrontiamo su questi temi.

Tutte le info, le recensioni ecc, nel nostro sito: www.healthcomprogram.it

L’aria che tira sui social

Di questi tempi l’aria si è fatta decisamente irrespirabile. Mi riferisco all’aggressività che vedo sui social media, acuitasi in questi ultimissimi mesi di campagna vaccinale e soprattutto di Green pass da una parte o dall’altra (o dall’altra ancora). In quasi dieci anni di vita passati anche sui social media, personalmente non ho mai respirato tanta violenza allo stato brado rivolta a tutti, ovunque. Quasi non vi è un commento che non sia aggressivo, in qualche modo violento, anche laddove non lo è propriamente il contenuto.

Per fortuna c’è qualcuno che mi fa anche delle critiche costruttive come quella qui sotto, arrivata ieri. Quelle migliori, me le salvo.

Sono balzate alla cronaca di recente le chat Telegram dove orde (davvero, le chat le ho lette personalmente) di persone ne aizzavano altre affinché chiunque fosse in possesso di numeri di telefono, indirizzi di abitazioni, di giornalisti, politici, medici, influencers, li condividesse nel gruppo, per organizzare pedinamenti, bombardamenti di telefonate con insulti, “ronde” per fare paura a queste persone sotto casa. Alcune di queste persone sono state denunciate, a quanto leggo dai giornali e si sta indagando per capire chi ci possa essere dietro queste chat, a mettere carbone sul fuoco. Dal punto di vista operativo, la “rivoluzione” presso le stazioni ferroviarie annunciata da qualche profilo (blocco dei treni, ecc) si è rivelata un flop. Non c’era nessuno, segno che come ha scritto qualcuno “i leoni da tastiera fanno rivoluzioni da tastiera”. Quindi, a posto così?

Personalmente trovo questa violenza online non meno reale, e non meno preoccupante, e non solo perché qualcuno come il dottor Matteo Bassetti si è trovato effettivamente minacciato per strada sotto casa sua. Ma perché l’aggressività così diffusa non è mai un buon segno per la comunità. Anche un’aggressività che si esprime ancora in tante piccole gocce, non necessariamente organizzate in un’onda coordinata, non va sottovalutata.

Credo che si facciano due errori di valutazione: il primo è pensare che si tratti di “no vax”. A me pare, dai profili che mi prendo il tempo di guardare, che si tratti di no-x, no qualsiasi cosa che sia istituzione/politica. Come è sempre stato e oso dire: anche indipendentemente dalla parte politica. Sarò curiosa di leggere eventuali analisi scientifiche in merito, ma mi limito a dire che nella mia esigua quotidianità di violenti online, vedo profili di persone molto diverse, sia come livello di istruzione, che come sentimento politico (se esistono ancora i sentimenti politici). Quello che accomuna questa aggressività è il bisogno di urlare quanto l’istituzione e la politica facciano schifo. Urlarlo da un palcoscenico, e non a caso non vedo su Instagram la stessa quantità di aggressività che c’è su Facebook, su Twitter, su Telegram, laddove si commenta con il branco, per il branco. In molti casi si aizzano i followers contro un bersaglio, magari non molto grande, come un giornalista non mainstream.

C’è chi parla di squadrismo, e secondo me è un termine azzeccato, anche se credo sia bene slegarlo dal suo significato storico, in primo luogo perché mi sembra che ci sia molta confusione su che cosa sia stato il Fascismo come movimento e partito storicamente collocato, e su che cosa sia il fascismo come concetto. In un convegno possiamo decidere che cosa intendiamo quando usiamo un certo termine, e quindi discutere “ad armi pari”, un po’ come quando nella comunità scientifica i ricercatori parlano di “rischio” sapendo benissimo a che cosa si stanno riferendo. Ma lì fuori è pericoloso. C’è un librettino di Umberto Eco intitolato Il fascismo eterno (edito da La Nave di Teseo), che estrapola una definizione di Ur-fascismo, che tuttavia non è patrimonio comune (e non dico né sia un bene né sia un male, intendiamoci). Semplicemente penso oggi quello che pensavo all’università quando studiavo filosofia analitica: non ci sono concetti davvero condivisi da tutti, a tutti i livelli e contesti. Le persone colgono parole, ma da qui a cogliere lo stesso concetto, ce ne passa. (E dopo questa sintesi malandata Wittgenstein mi sta guardando sicuramente male).

L’esempio per me più lampante di questo aspetto è il concetto di Pace. L’idea comune fra chi studia la comunicazione oggi, specie sui social media, è di non alimentare le polarizzazioni, le fazioni, l’aggressività. E non posso che essere d’accordo. Se mai ho dialogato con qualcuno con idee diverse dalle mie, e l’ho fatto, anche con amiche no vax, è stato grazie alla gentilezza che ci siamo rivolte e che ci ha permesso di capirci. E non serve essere Buddha.

Ma portare pace significa essere pacifisti? Sono termini sinonimi? Porto sempre con me una considerazione che sentii anni fa, se non ricordo male dello storico Franco Cardini a proposito di Francesco d’Assisi (io la sentii a un concerto di Branduardi). Diceva: Francesco era un uomo di pace, ma non era un pacifista, che sono due cose diverse. Sono effettivamente categorie diverse, anche senza cadere nell’adagio antico che lì deve rimanere Si vis pacem para bellum. Noi 800 anni dopo, che viviamo sui social non meno realmente, che categorie possiamo usare per agire il mondo? Chiaro che l’inferenza antica è una forzatura; non serve farsi la guerra, appunto. Tuttavia, per cercare di portare la pace nel dibattito, nello scontro, per abbassare il livello di aggressività circolante è necessario opporsi con fermezza all’eccesso di aggressività, anche a costo di essere a tratti propriamente divisivi. Denunciare alla polizia postale, segnalare l’incitamento alla violenza, e soprattutto parlarne, parlarne, parlarne. Credo sia un errore derubricare tanto odio in forme di “Presenza” infantile, come se le tante persone che vomitano astio e violenza dalle loro tastiere fossero bambini inconsapevoli che noi guardiamo dall’alto del nostro studio clinico con un sorriso. Eppure, leggo spesso riflessioni di questo tipo: ma sì, sono degli sciocchi, non sono in grado di far nulla…ci sono sempre dei minus habentes nella società umana, tolleriamoli con un sorriso e non consideriamoli come nemici.” Non sono pochi, nella realtà online, e anche nella realtà offline, al di là della capacità di assaltare stazioni ferroviarie.

Ovviamente ho buttato lì concetti che meriterebbero ben altro spazio, e una ben altra analista.

Ma trovo sia un aspetto davvero importante su cui riflettere. Per me, nel mio piccolo, questa aggressività sempre più sdoganata a tutti i livelli è un pericoloso segno dei tempi.

Come sono stati curati a casa i malati COVID-19?

A distanza di un anno e mezzo dall’inizio della pandemia c’è ancora chi sostiene pubblicamente che le cure domiciliari per COVID-19 siano state “sottovalutate”, che i risultati stupefacenti di farmaci salvavita, testimoniati da diversi medici che raccontano la propria pratica clinica domiciliare fuori dai protocolli, siano tenuti in scarsa considerazione.

Non è così.

Le terapie per curare COVID-19 in una fase precoce, evitando il più delle volte l’ospedalizzazione (il 100% non esiste in medicina) ci sono, e vengono usate da molti mesi con successo. Non è stato così all’inizio della pandemia, quando ci siamo trovati davanti a un virus sconosciuto. Ben presto però la letteratura ha iniziato ad arricchirsi di ipotesi che sono state studiate e che sono diventate evidenze, spesso confermando le ipotesi dei tanti medici che sul campo in emergenza provavano a usare ciò che avevano e ciò che conoscevano. A fronte di molte conferme (FANS, cortisone, anticorpi monoclonali, Remdesivir), ci sono anche evidenze che alcune terapie, come l’idrossiclorochina, non hanno dato finora negli studi clinici controllati i risultati miracolosi che tanti speravano.

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