Siamo in un periodo di grandi cambiamenti nell’ambito della struttura dell’assistenza territoriale. Il PNRR, in particolare la Missione 6 (salute), stabilisce l’utilizzo delle risorse disponibili – ben 7 miliardi di euro – per le Reti di prossimità, le strutture e la telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale. A fine aprile il Consiglio dei Ministri ha approvato il ‘DM 71’ «Modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale», un documento che detta gli standard per l’assistenza territoriale all’interno del PNRR, inclusi gli obiettivi da raggiungere per garantire una presenza infermieristica sufficiente al fabbisogno. La Delibera sostitutiva dell’intesa della Conferenza Stato-regioni è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 3 maggio 2022.
Un discorso diverso sulla denatalità
Per la contemporaneità italica la denatalità è un problema. L’aspetto più curioso è che lo è per quasi tutti e tutte, ma il dibattito intorno a questo argomento è oggi incredibilmente piatto. Sono sostanzialmente tre i cavalli di battaglia che si ripuliscono per l’occasione: primo, che le ‘famiglie’ (il più delle volte si parla delle donne, in realtà) non vogliono più avere figli perché i entrambi partner sono troppo impegnati sul lavoro; secondo, per una sorta di mancata lungimiranza rispetto alle magnifiche sorti e progressive della patria; terzo, perché mancano strutture in grado di sostenere la famiglia lavoratrice nella gestione dei figli. Fra le righe si legge spesso il quarto problema – imputato alle donne – essere ‘troppo’ concentrate sulla propria carriera.
Vediamo qualche numero: nel 2020 ci sono stati 15 mila nati in meno rispetto al 2019. Un totale di 1,24 figli per donna. In nessuna provincia d’Italia oggi si raggiungono i 2 figli per donna, anche se a ben vedere è dal 1975 che non si registra un tasso di fecondità superiore a 2. Bisogna considerare infatti che il calo della natalità è iniziato fra il 1976 e il 1995, che significa che oggi ‘mancano all’appello’ le madri potenziali, cioè quelle donne che nel 2020 avrebbero fra i 25 e i 44 anni. Non è un tema solo italiano, ma che riguarda quasi tutti i paesi occidentali europei, con minor vigore per quelli che hanno sistemi di welfare sulla famiglia più forti.
Queste argomentazioni tuttavia poggiano su due presupposti che trattiamo come assiomi pur non essendolo, e che sono fra loro interconnessi: che la natalità dipenda unicamente dalle condizioni economiche delle famiglie, e che un figlio solo non basti ma che ne servano almeno due perché tutti viviamo meglio. Per le statistiche demografiche infatti un figlio per donna è troppo poco: è l’origine del problema, come se fosse ‘meno maternità’ avere un solo bambino. Ne consegue che nella maggior parte dei dibattiti pubblici si finisca per mettere nello stesso paniere le donne che non vogliono figli per varie ragioni con quelle che scelgono la maternità, ma preferiscono averne uno soltanto.
Quante volte ci siamo sentiti dire la frase fatta: «Da zero a uno ti cambia la vita, da uno a due abbastanza, da due a tre ti costa quasi uguale». Il punto è che avere un figlio oggi non significa solo poterlo mantenere, garantirgli il pranzo e la cena, abiti e accessori alla moda, e potergli pagare le attività pomeridiane. Significa darsi il tempo di ascoltarlo, di parlarci, di osservarlo mentre non se ne accorge. Di seguirlo per indirizzarlo in un mondo estremamente complesso. Serve tempo per i genitori, specie dei ragazzini, per capire che cosa il figlio legge, che siti web visita, che idee del mondo si sta facendo, che percezione ha dei rischi, ad esempio della rete. Questo tempo da dedicare raddoppia se i figli sono due, triplica se sono tre. Anche ci piace pensare di essere multitasking, oggi come ieri per queste attività serve tempo. È fuor di dubbio che la mancanza di risorse per la genitorialità, per gestire i figli mentre i partner lavorano, o per aiutare le famiglie a pagare i servizi di cui hanno bisogno, è cruciale. Ma non tutti gli aspetti della gestione dei figli si possono delegare completamente alla scuola o ai doposcuola.
Che cosa devi sapere prima di paragonare dati sanitari fra paesi
È ormai noto che Sistemi Sanitari caratterizzati da un’assistenza sanitaria di base (quelle che si chiamano Cure Primarie) forte e ben strutturata presentano migliori risultati in termini di salute della popolazione che assistono: aumentata efficienza, migliore qualità dell’assistenza, nonché crescita soddisfazione da parte delle persone assistite. Tuttavia, paragonare i dati sanitari fra contesti diversi è sempre un problema. Lo è fra regioni italiane, le quali sono strutturate in modo differente, ma soprattutto fra paesi diversi, la cui gestione del comparto sanitario può variare anche di molto da stato a stato. Quante volte abbiamo accostato dati senza peritarci di andare a capire in che termini i sistemi che li avevano prodotti erano diversi!
Recentemente Agenas ha pubblicato un lungo lavoro di analisi su come funzionano le Cure primarie e che risultati producono in alcuni paesi vicini a noi: Germania, Svezia, Francia, Gran Bretagna, Spagna. Il rapporto è frutto dell’esame della letteratura scientifica e della normativa, nonché di interviste a esperti di ciascun Paese.
In questa prima puntata vediamo come differiscono le cure primarie in questi paesi, iniziando dalla forza lavoro e dagli investimenti in Primari Care, aiutandoci con la tabella sopra, che noi di Infodataabbiamo creato a partire dalle informazioni contenute nel rapporto. Nella prossima parleremo di quanto sono digitalizzate le cure primarie in questi paesi. Emergono differenze sostanziali nei modelli di gestione della salute territoriale che stanno alla base del gap di posti letto e MMG per paziente: in primis la scarsa tendenza ancora a lavorare in equipe costituendo Unità Assistenziali pubbliche multiservizio, superando la frammentazione dell’offerta sanitaria.
Quei 50 mila ragazzi fra i 20 e i 24 anni senza licenza media
(mio) Ecco la seconda puntata (la prima in commento, uscita ieri), con il titolo di studio dei 20-24 enni nel 2020, per provincia.
Un ventenne su quattro al sud non è diplomato, ma soprattutto:
10,6 mila ragazzi fra i 20 e i 24 anni oggi sono analfabeti, mentre altri 15,8 mila sono alfabetizzati ma non hanno mai finito le scuole elementari, e altri 23,3 mila non hanno mai finito le scuole medie.
Ci tengo a precisare che questo lavoro non ha lo scopo di dire “guarda quanti non hanno voluto studiare”, assolutamente. Lo sguardo è di comunità; la domanda riguarda il futuro dello “sviluppo” delle aree periferiche, la loro capacità di far fronte a un mondo sempre più complesso entro cui destreggiarsi, per fare impresa, per partecipare a bandi internazionali, ma non solo: anche per costruire associazionismo, volontariato, e via dicendo. Lo studio non è finalizzato a trovare un lavoro “migliore”, ognuno poi farà ciò che sente come vocazione. La formazione è cittadinanza attiva.
Inoltre, questo dato mappa anche dove c’è bisogno di intercettare la vulnerabilità sociale e fa emergere dove sono mancate di più le istituzioni, che non hanno investito in attività per supportare i giovani più a rischio. Credo che dobbiamo essere onesti e dircele queste cose.
[Sì, ci siamo posti la domanda se può darsi che una parte di essi abbia una qualche disabilità grave da impedirne l’alfabetizzazione. I numeri sono talmente elevati che pare improbabile si tratti solo di questo, e comunque esiste l’inclusione sociale in classe anche per i ragazzi con disabilità, quindi comunque comparirebbero in statistica fra chi ha ottenuto un qualche titolo, almeno delle scuole elementari.]