Immunoterapia per la leucemia: nuovi passi in avanti in Italia

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RICERCA – Attualmente la terapia che si propone a una persona – adulto o bambino – con una diagnosi di leucemia linfoblastica acuta è anzitutto la chemioterapia. Se il paziente non risponde o se si ha una ricaduta, si valuta il trapianto di midollo, che sebbene rappresenti una scelta molto invasiva per la vita del paziente, che per un lungo periodo non potrà riprendere in tutto e per tutto la propria vita, rimane comunque una speranza concreta per molti. Ma non per tutti. In alcune persone la leucemia si ripresenta nuovamente a poca distanza dal trapianto, e a loro fino a oggi la medicina non ha saputo fornire altre possibilità.

Oggi invece una speranza concreta ce l’abbiamo e rientra nell’ambito della terapia genica. Dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma è arrivata una notizia importantissima: un bambino di 4 anni, affetto da leucemia linfoblastica acuta e refrattario alle terapie convenzionali, è stato trattato grazie all’infusione delle cellule riprogrammate in laboratorio e a distanza di un mese dall’infusione il bambino sta bene ed è stato dimesso, poiché nel midollo non vi è più traccia di cellule leucemiche.

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Idrossiantracene: alcuni derivati negli integratori sono genotossici

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SALUTE – In diverse piante i cui estratti vengono usati negli integratori alimentari presenti sul mercato – come aloe, rabarbaro, cassia, senna e frangula – ci sono sostanze chimiche, i derivati dell’idrossiantracene, che vengono spesso presentate come utili lassativi che possono migliorare la funzionalità intestinale.

Già nel 2013 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) aveva concluso che nonostante i derivati dell’idrossiantracene negli alimenti migliorassero effettivamente la regolarità intestinale, assumerli giornalmente per periodi lunghi poneva dei dubbi a livello di sicurezza, in termini di tossicità. Un documento pubblicato dall’ente nei giorni scorsi conferma questa supposizione: i derivati dell’idrossiantracene presenti negli estratti di piante come l’aloe sono genotossici, possono cioè danneggiare il DNA delle cellule del colon e aumentare negli utilizzatori il rischio di sviluppare il cancro.

“La valutazione condotta da EFSA si è concentrata sugli effetti tossici di queste sostanze, che si trovano in specifiche parti delle piante come la radice del rabarbaro o la parte esterna delle foglie di aloe”, precisa a Oggiscienza Camilla Smerald dell’Unità Ingredienti e Imballaggi alimentari di EFSA. “Di norma non fanno parte della dieta, a meno che non si assumano con integratori alimentari che si trovano in farmacia, in erboristeria, ma anche su internet, e ha dimostrato che la loro assunzione ci espone a un rischio di danni al DNA delle cellule, in particolare quelle del tratto intestinale e di sviluppare il cancro al colon.”

Attualmente in Unione Europea il quadro normativo sugli integratori alimentari prevede una lista di sostanze minerali e di vitamine che possono essere usate negli integratori, e un’altra lista che raccoglie gli ingredienti proibiti, soggetti a restrizioni o sotto scrutinio per motivi di sicurezza. “Per tutti quegli ingredienti che non si trovano inseriti nelle liste di cui sopra non esistono al momento regole precise applicabili in tutta l’Unione e i governi possono avere approcci diversi”, prosegue Smeraldi. Per questo motivo, quando la Commissione Europea – l’organo deputato ad autorizzare l’immissione in commercio di queste sostanze – ha dei dubbi sulla sicurezza di alcuni di questi ingredienti negli alimenti, chiede un parere scientifico a EFSA. Alcune di queste sostanze, come nel caso dei derivati dell’idrossiantracene, possono anche essere ingredienti di farmaci erboristici, la cui valutazione è di competenza dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA).

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Proletari del Machine Learning unitevi!

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Qualche giorno fa raccontavamo i dati di OCSE che mostrano che l’Italia è al quinto posto a livello mondiale per numero di articoli scientifici nell’ambito del Machine Learnig: davanti a noi solo Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna e India.  Eppure – si diceva – se guardiamo le classifiche sul numero di brevetti siamo molto lontani dalla vetta. In quanti lavorano nel settore del ML, al di là dell’ambito accademico?

Su questo punto qualche settimana fa Kaggle, un’azienda che opera nell’ambito della Data Science, ha pubblicato i risultati di un sondaggio condotto in molti paesi del mondo, riguardante lo stato dell’arte della forza lavoro in questo settore. Un totale di oltre 16 mila persone coinvolte formate nell’ambito del ML fra attualmente occupati e non, oltre 200 delle quali in Italia.

In media, chi lavora nel Machine Learning ha circa 30 anni, ma questo valore varia da paese a paese. Per esempio, il rispondente medio dall’India era di circa 9 anni più giovane del rispondente medio dall’Australia. In Italia la mediana è di 34 anni nel complesso, e di 29 anni per le donne, sebbene queste ultime siano decisamente sottorappresentate in termini numerici: solo 29 su 238 rispondenti italiani era donna.
La percentuale più alta degli intervistati ha conseguito un master, che corrisponde alla nostra laurea specialistica, ma quelli con i salari più alti (cioè oltre 150.000 dollari annui) in media sono quelli che hanno anche conseguito un dottorato.

A definirsi ricercatore o scienziato, è solo una piccola fetta del campione: circa il 18% degli italiani, e il 13% del totale, ma a ben vedere essi rappresentano il terzo gruppo per tipo di lavoro. La maggioranza di chi lavora nel ML si definisce Data Scientist (un quinto del totale in Italia); ci sono poi gli sviluppatori (14%) e a seguire – appunto – gli scienziati (13%, a cui si aggiunge un 5% di persone che si definiscono ricercatori). A chiudere la classifica i vecchi programmatori (meno del 3% dei 16 mila intervistati) e i data miner, che sono pochissimi: l’1% nel complesso e lo 0,6% degli intervistati italiani.

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Celiachia: sempre più diagnosi, specie fra le donne E la formazione?

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Sono 198.427 gli italiani celiaci nel 2016, tanti quanti gli abitanti dell’intera area metropolitana di Taranto. Erano 182.858 nel 2015 e 172.197 nel 2014. Nel 2016 il numero totale delle nuove diagnosi è stato di 15.569, oltre 5.000 in più rispetto all’anno precedente. E c’è di più: si stima un sommerso, cioè persone celiache non ancora diagnosticate di 407.467 unità. In altre parole per ogni diagnosticato ci sarebbero altre due persone che sono celiache ma che non lo sanno.

Sono i dati  riportati nella relazione al Parlamento depositata dal Ministero della Salute lo scorso gennaio, che raccoglie i dati regione per regione, e  per sesso.

Da qualche mese inoltre la celiachia è passata all’interno dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) dall’elenco delle malattie rare a quello delle malattie croniche invalidanti, per la sua sempre maggiore prevalenza. Che cosa significa questo? Significa che le procedure diagnostiche non sono più in regime di esenzione, ma una volta diagnosticati, i pazienti possono usufruire delle esenzioni fino a un tetto massimo mensile stabilito dalla legge. La relazione stima che nel 2015 il Servizio Sanitario Nazionale abbia speso 270 milioni di euro per garantire ai malati l’accesso in regime di esenzione ad alimenti senza glutine.

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