Albania, Marocco e Romania: da dove arrivano i nuovi italiani

Secondo alcuni dati resi noti da Eurostat , nel 2016 l’Italia è stato il paese europeo che ha rilasciato il maggior numero di nuove cittadinanze. Sono 201.591 i nuovi cittadini italiani, staccando di 50 mila unità quelle Spagna e Regno Unito, per non parlare della Germania, che nel 2016 ne ha concesse la metà di noi.

Un terzo dei nuovi italiani – oltre 65 mila persone – proviene dall’Africa, anche se in realtà più della metà di loro è di origine marocchina. Il secondo paese africano che si trova in classifica è il Senegalcon 5091 nuovi cittadini italiani nel 2016, seguito dalla Tunisia con 4800, dall’Egitto con 3400, dalla Nigeria con 3100 e dalla Costa d’Avorio con 2000 nuove cittadinanze italiane concesse.

Un altro 16 per cento proviene dall’Asia mentre un ulteriore 11 per cento dei nuovi cittadini arriva dalle Americhe, nella quasi totalità dei casi da Brasile, Perù ed Ecuador. A cui si aggiungono 47 nuovi cittadini italiani di origine oceanica. Nel resto dei casi – oltre 79 mila nuove cittadinanze – si tratta di cittadini comunitari o dell’area europea che hanno ottenuto la cittadinanza italiana.

Disparità di reddito e ictus: evidenziate nuove correlazioni

SALUTE – Le condizioni economiche e sociali impattano anche su un evento come l’ictus e sulle sue conseguenze. Secondo quanto emerge da uno studio pubblicato a marzo su The Lancet, il gradiente socioeconomico gioca un ruolo anche nel rischio di ictus ischemico e di emorragia intracerebrale. Chi appartiene a gruppi socioeconomici meno abbienti ha in media un ictus 7 anni prima rispetto a chi proviene da contesti socioeconomici più elevati, e nonostante questi pazienti siano più giovani, mostrano una maggiore prevalenza di invaliditàpre-ictus e una prevalenza più elevata del diabete rispetto alla media.

Anche quanto a tasso di mortalità a un anno dall’ictus il gradiente era evidente: fra i pazienti delle aree più svantaggiate il rischio di decesso era del 26% più elevato nel primo anno dopo l’ictus rispetto ai soggetti provenienti da aree più benestanti.

Riguardo alle condizioni pre-evento, questo studio fornisce inoltre solide evidenze sul fatto che il diabete potrebbe essere un associato a un rischio di ictus più elevato in popolazioni con basso status socioeconomico. I ricercatori hanno individuato infatti un forte gradiente nel rischio di ictus ischemico in pazienti diabetici e in misura minore in persone con ipertensione e fibrillazione atriale. Sembra inoltre che i fattori di rischio vascolare pre-ictus potrebbero spiegare le disparità apparenti nella sopravvivenza fino al primo anno dopo l’evento.

Il campione esaminato comprendeva pazienti inglesi di età pari o superiore a 18 anni ricoverati in ospedale per un primo ictus ischemico acuto o per una prima emorragia intracerebrale fra il 1 ° luglio 2013 e il 31 marzo 2016. Un totale di 145.324 persone ricoverate, di cui 126.640 (cioè l’87%) per ictus ischemico, 17.233 (il 12%) per emorragia intracerebrale e 1.451 persone (l’1%) per un tipo di ictus indeterminato.

Un minor benessere socioeconomico è risultato associato a una maggiore incidenza per l’età e per sesso sia del primo ictus ischemico che della prima emorragia intracerebrale. Rispetto a chi proveniva da aree più economicamente benestanti, le persone che vivevano nelle aree più svantaggiate avevano il doppio del tasso di incidenza di emorragia intracerebrale. Lo stesso è stato osservato nella proporzione di pazienti con preesistenti  condizioni croniche cardiovascolari prima del primo ictus.

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Italiani poco o nulla interessati ai propri dati sanitari

A quanto pare le app di salute e benessere ancora oggi non hanno convinto del tutto il mercato europeo. Secondo quanto emerge dall’ultimo rapporto “Taking the pulse of eHealth in the EU” di Incisive Health International, i tre quarti delle persone intervistate provenienti da sette paesi europei fra cui l’Italia, non utilizza app di salute, anche se più della metà di chi non le usa ora sarebbe disposto a farlo in futuro. Un’altra metà afferma di non utilizzarle per paura di non avere il controllo di dove possono finire i propri dati.

Il nostro paese riserva due curiose sorprese: la prima è che gli italiani sono fra i più digitali tra i sette paesi esaminati: il 35% degli intervistati nel 2017 ha dichiarato di usare app per salute o fitness. Ci supera sono la Francia con il 40% di utilizzatori, mentre la Germania – per fare un paragone – non supera il 18% di persone che usano queste app.

La seconda sorpresa è che a quanto pare siamo i meno preoccupati di tutti sulle questioni che hanno a che vedere con la fine che fanno i nostri dati sanitari, per quanto anonimi: solo il 13% degli italiani si è dichiarato preoccupato per questo. È interessante notare che nonostante si tratti di questioni che interessano tutto il mondo grosso modo in maniera simile, fra i sette paesi c’è un divario molto ampio, del 28%, tra l’Austria e l’Italia. A essere maggiormente pensierosi per ciò che accade ai loro dati una volta raccolti dall’azienda produttrice della app sono Austriaci e Tedeschi (si dichiara tale rispettivamente il 41% e il 39% di loro).

In ogni caso, fra gli utilizzatori la maggior parte, il 71%, si dice addirittura contento di poter “regalare” i propri dati di salute per motivi di ricerca e sviluppo alle aziende.
Nel complesso dei sette paesi esaminati, il 27% dei rispondenti usa app di salute, ma il gap fra giovani e meno giovani si fa sentire. Due terzi degli utilizzatori ha meno di 34 anni, e fra i 16 e i 24 anni addirittura il 40% dei giovani ha scaricato almeno una app di fitness o salute sul proprio smartphone. Come il 35% dei 25-34 enni, il 28% dei 35-44 enni, il 20% dei 45-54 enni e un misero 13% fra gli over 55.

Tuttavia, anche fra chi le utilizza sono pochi a utilizzarle spesso, in pochissimi a farlo settimanalmente. Il 13% degli utenti le utilizza ogni giorno, a cui si aggiunge un altro 27% che le apre una volta alla settimana. Un altro 27% le usa una volta l’anno e l’8% di chi ne ha scaricata almeno una non la usa mai.

Centrale però è il tipo di app che viene scaricata, e qui emergono aspetti interessanti, come il fatto che in quasi tutti i paesi – e in Italia in modo marcato – la fetta più grossa degli utenti scarica app per mantenersi sano, quindi app riguardanti il monitoraggio dell’attività fisica o della dieta.

Il 55% degli italiani usa app per mantenersi sani, il 50% app per controllare il proprio stato di salute, il 30% per conoscersi meglio, il 20% per archiviare i propri dati sanitari, e solo il 15% per monitorare una condizione patologica specifica, e il 5% per contattare un professionista. A differenza di altri paesi emerge che gli italiani usano meno le app per gestire patologie vere e proprie, come per esempio diabete o ipertensione: in Germania e Francia ha risposto affermativamente su questo punto il 25% degli utenti.

Fra gli over 55 (ricordiamo che solo il 13% di loro usa app di salute o benessere), solo il 25% usa app come supporto per mantenersi in forma, e il 30% per tenere traccia del proprio stato di salute allontanandosi molto dalla media delle altre fasce di età. I più anziani svettano invece per utilizzo di app per cercare un professionista da contattare: usa questo genere di app il 15% degli over 55.

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Quando gli antibiotici diventano tossici

SALUTE – Un articolo, pubblicato i giorni scorsi su Nature, riprende la fila sulla querelle intorno ai fluorochinoloni, antibiotici prescritti per infezioni dovute a Escherichia coli, Proteus, Enterobacter, Klebsiella, Citrobacter, Salmonella, Shigella, Yersinia, ma anche Neisseria, Haemophilus, Pseudomonas, anaerobi, Mycobatteri, cioè specialmente per combattere le infezioni delle basse vie urinarie e intestinali.

La questione riguarda la tossicità di questa classe di farmaci, evidenziata da diverse prove ottenute negli ultimi decenni. Diverse persone hanno iniziato a raccontare gli effetti avversi, anche gravi, dopo l’assunzione di antibiotici. Su siti web e gruppi Facebook migliaia di persone – ammalatesi dopo il trattamento con fluorochinoloni – si sono riunite per condividere le loro esperienze. Molti descrivono una condizione devastante e progressiva, che comprende disturbi psichiatrici e sensoriali, problemi muscolare, ai tendini e ai nervi che continuano anche dopo aver smesso di assumere i farmaci. Dagli anni ’80 alla fine del 2015, la Food and Drug Administration statunitense (FDA) ha ricevuto segnalazioni da più di 60.000 pazienti che hanno descritto centinaia di migliaia di “eventi avversi gravi” associati ai cinque fluorochinoloni ancora sul mercato, tra cui 6.575 segnalazioni di decessi.

Le agenzie di regolamentazione sono rimaste a lungo scettiche sulla possibilità che un breve ciclo di antibiotici potesse avere un impatto così devastante a lungo termine. Ma dopo una persistente campagna da parte di gruppi di pazienti, gli atteggiamenti hanno iniziato a cambiare: nel 2008 l’FDA ha annunciato il primo di una serie di forti allarmi sugli effetti collaterali dei fluorochinoloni. Nel 2013 questi comprendevano il rischio di danni irreversibili ai nervi.

Nel novembre 2015, sulla base di 178 casi gravi, la FDA ha votato per riconoscere l’esistenza di una sindrome potenzialmente permanente denominata FQAD (FluoroQuinolones Associated Disability): chi assumeva i fluorochinoloni aveva una percentuale molto più elevata di disabilità rispetto a chi assumeva altri antibiotici. Per questo nel 2016 l’agenzia ha raccomandato che i farmaci fossero prescritti unicamente per infezioni molto gravi. Questa mossa ha innescato altre agenzie di regolamentazione a rivedere gli antibiotici: a inizio 2017 Health Canada ha avvertito i medici di rari casi di effetti collaterali persistenti o disabilitanti e quest’anno anche l’Agenzia europea dei medicinali (EMA) dovrebbe pubblicare i risultati di una revisione di sicurezza in seguito a un’udienza pubblica prevista a giugno, scrive su Nature la giornalista Jo Marchant.

Il punto nodale della faccenda è che i fluorochinoloni non sembrano essere tossici per tutti, ma solo per una minima parte dei pazienti, che rischiano però danni importanti. Da qui il problema di capire chi può essere toccato da problema e chi no. Negli ultimi 30 anni alcuni fluorochinoloni approvati dalla FDA sono stati rapidamente ritirati dal mercato dopo gravi reazioni avverse e diversi decessi. La trovafloxacina, ritirata nel 1999, danneggiava il fegato. Sempre nel 1999 la GlaxoSmithKline ha ritirato la grepafloxacina, dopo che un monitoraggio post-marketing aveva rilevato un certo numero di eventi cardiovascolari gravi.

Oggi i fluorochinoloni sono fra gli antibiotici più frequentemente prescritti. Negli Stati Uniti, nel 2015, i medici hanno distribuito 32 milioni di prescrizioni rendendoli la quarta classe di antibiotici più popolare. Anche in Italia ne facciamo ampio uso. Secondo un recente rapporto ECDC, EFSA ed EMA siamo in pole position per il consumo di una delle categorie più nuove di antibiotici di uso umano (cefalosporine di terza e quarta generazione) e tra i primi proprio per il consumo di fluorochinoloni.

Oggi una delle linee di ricerca riguarda il danno mitocondriale. Beatrice Golomb dell’Università della California di San Diego lavora da un decennio con le persone affette da fluorochinoloni, come David Melvin, un ufficiale di polizia e appassionato ciclista ora in sedia a rotelle dopo aver assunto levofloxacina per sospetta epididimite nel 2007. Le prove accumulate – afferma Golomb – suggeriscono che i fluorochinoloni danneggino i mitocondri, quegli organelli all’interno delle cellule umane che si sono evoluti a partire da miliardi di cellule  simili ai batteri. Questo tipo di danno può colpire dunque ogni cellula del nostro corpo. Si tratta però di un approccio discusso, dal momento che non esiste ancora un biomarcatore affidabile che i ricercatori possano utilizzare per testare il danno mitocondriale negli esseri umani, come invece possiamo fare studiando le linee cellulari.

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