Come abbassare lo zucchero nella tua dieta. Accetta la nostra sfida in 7 giorni

È probabile che tu stia mangiando più zucchero di quanto dovresti, anche se hai l’impressione di non aver abbondato di caramelle, bibite gassate, gelati. Il problema è che lo zucchero aggiunto(cioè esclusi gli zuccheri che si trovano naturalmente in alimenti come frutta o latticini) si nasconde in quasi il 70 percento degli alimenti confezionati: si può trovare nel pane, negli alimenti salutari, negli snack, negli yogurt, nella maggior parte degli alimenti per la colazione e nelle salse.

Si stima che l’americano medio assuma circa 17 cucchiaini di zucchero aggiunto al giorno: il doppio del limite raccomandato per gli uomini (9 cucchiaini) e il triplo di quanto suggerito alle donne (6 cucchiaini). Per i bambini, il limite dovrebbe essere di circa tre cucchiaini di zucchero aggiunto e non più di sei, a seconda dell’età e delle esigenze caloriche.

Tagliare lo zucchero aggiunto non comporta mettersi a dieta o sottoporsi a importanti privazioni. Non si tratta di contare le calorie o ridurre i grassi, né tantomeno rinunciare a dessert. In questi giorni il New York Times ha lanciato ai suoi lettori una sfida della durata di 7 giorni per provare a ridurre la percentuale di zucchero assunto, suggerendo alcune piccole modifiche nel proprio comportamento. Ci è piaciuta l’idea, e abbiamo pensato di rilanciare la sfida anche ai lettori di OggiScienza.

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Frutta, verdura e pesce di stagione: ecco perché e come sceglierli

No, non è un modo di dire: scegliere frutta verdura e pesce di stagione fa bene non solo all’ambiente ma anche alla nostra salute. Gli alimenti raccolti nel momento giusto hanno molti più nutrienti importanti per il nostro organismo, costano meno a noi consumatori e soprattutto richiedono meno energia per produrli, stoccarli e trasportarli.
Ne abbiamo parlato con Lelio Morricone, Responsabile del Servizio di Diabetologia e Malattie Metaboliche all’Istituto Clinico Sant’Ambrogio di Milano e Professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Scienza dell’Alimentazione all’Università degli Studi di Milano.

Partiamo dall’inizio: quanta frutta e verdura dovremmo mangiare?
“Le linee guida, per esempio quelle dell’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandano di consumare almeno 5 porzioni giornaliere di frutta e verdura, che consistono in 400 grammi totali al giorno. Per “porzione” si intende frutto intero (per esempio una mela) o 2-3 piccoli (come le albicocche), oppure un piatto di insalata di almeno 50 grammi, un bicchiere di spremuta o un centrifugato. Insomma, fra colazione, pasti e spuntini si può fare. “I motivi sono numerosi, a partire dal fatto che avremmo bisogno di assumere 30 grammi circa di fibre al giorno, contenute in grandi quantità nei vegetali, e poi perché frutta e verdura possono rifornire il nostro corpo di oligoelementi, vitamine, sali minerali e antiossidanti di cui necessita.”

Perché sono da preferire la frutta e la verdura di stagione?
“È molto semplice: perché contengono maggiori quantità di queste sostanze importanti, dal momento che gli alimenti di stagione vengono colti nel momento giusto, ovvero di massima maturazione, quando hanno avuto il tempo di raccogliere tutte le sostanze utili. Inoltre per coltivarli sono necessari meno fertilizzanti e trattamenti, e un minor dispendio di energia per esempio per riscaldare le serre”.

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L’importanza di comunicare bene in sanità (lettera al direttore di Quotidiano Sanità)

Gentile Direttore,
in questi ultimi anni mi è capitato in più occasioni di essere invitata come relatrice a convegni, workshop, festival, corsi di formazione ECM, per parlare di comunicazione sanitaria, in particolare sui social network. Il più delle volte si è trattato di interventi di un’ora, talvolta di due ore, con l’arduo obiettivo di raccontare perché comunicare la salute sui social media è oggi molto importante in una prospettiva di promozione della salute e prevenzione, e come farlo in maniera efficace.

Ogni volta per me è una bella sfida, dalla quale traggo utili spunti a partire dalle domande che l’uditorio mi pone, che mi aiutano a inquadrare i dubbi, le perplessità. Il risultato è che qualcuno, dopo il mio intervento, mi ferma per chiedermi qualche dritta operativa sull’uso degli strumenti, o la mia email per eventuali consulenze per un progetto in fase di elaborazione. Ma al tempo stesso, ogni volta torno a casa anche con una frustrazione: quella di non essere davvero riuscita a lasciare degli strumenti davvero operativi, su come far sì che l’attività sui social sia realmente efficace. Anche perché il più delle volte i destinatari di questi corsi sono clinici, che non hanno fra i loro compiti la comunicazione, come è ovvio che sia.

Grazie a queste esperienze oggi mi è chiaro che la formazione nell’ambito della comunicazione sanitaria per essere davvero utile a chi ascolta deve fare due cose: darsi tempo, cioè essere pensata non come una giornata di aggiornamento ma come percorso di formazione, e cercare come destinatari anzitutto le persone coinvolte nella progettazione sanitaria.

Sappiamo dalle molte analisi pubblicate (basti pensare ai lavori di E. Santoro e A. Lovari) che le istituzioni sanitarie italiane usano ancora poco gli strumenti di comunicazione digitale. Il punto è che non basta essere presenti sui social, postare dei contenuti o farli diventare virali, per fare prevenzione. La comunicazione se non è integrata (all’intera visione rispetto alla promozione della salute), non è un investimento, ma solo una spesa. Il vero supporto che un consulente può offrire non riguarda come rendere virale un post, ma come esaminarsi, come progettare un’attività di comunicazione. Solo davanti a una serrata progettazione si possono misurare i risultati del proprio investimento, obiettivo per obiettivo, al di là –  mi permetto di dire – del numero di followers o dall’engagement rate.

Nel 2019 ho provato a sottoporre al vaglio dell’esperienza queste due intuizioni. Ho messo in piedi grazie alla collaborazione strutturale di Larin Group (web agency) HealthCom Program, un corso in 10 lezioni di due ore ciascuna, della durata di 6 mesi, specificamente sulla comunicazione sanitaria sui social media, con la particolarità di essere completamente fruibile in webinar, cioè connettendosi in video da remoto. Questo

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Quante ragazze si laureano in Italia nelle materie STEM? La nostra fotografia a partire dai numeri

A giugno 2019 il Politecnico di Milano ha rilasciato una ricerca estremamente interessante. Un vero e proprio Bilancio di Genere (potete leggerlo qui) che andava ad indagare il rapporto tra materie STEM e ragazze. Quante ragazze si laureano ogni anno al Politecnico? che risultati conseguono? Rispetto a 10 anni fa la situazione è cambiata?

Ne abbiamo parlato con la professoressa Donatella Sciuto, Prorettore Vicario del Politecnico di Milano, che ha coordianato questa ricerca e l’ha fortemente voluta: “Spesso mi chiedevano dati sulle iscrizioni delle ragazze al Politecnico, ma non avevamo pensato ancora a qualcosa di organico e strutturato. Quest’anno abbiamo pensato fosse arrivato il momento per affrontare il tema in modo più strutturato.  La ricerca è un punto di partenza. Come Politecnico abbiamo già intrapreso alcune iniziative per incoraggiare le ragazze a scegliere una carriera in ambito scientifico e per andare a minare ogni tipo di bias culturale e discriminazione”.

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