Il cuore della pandemia

Purtroppo in Italia il dibattito pubblico, sui media in particolare, continua ostinato a guardarsi l’ombelico. Gli sforzi di quelle che qualcuno ha definito “le migliori menti del paese” si continuano a concentrare intorno ai grandi concetti di Libertà e Democrazia applicati a una piccola cosa quale è il Green Pass. Sempre le “migliori menti” esultano, oppure no, quando qualche altro paese si accinge a implementare una nuova misura di contenimento, per garantirsi un plauso.

È come trovarsi entro un recinto di cavalli che trottano: un dibattito limitato da rigidi paraocchi. Forse, forse, uno specchietto per le allodole. Dopo quasi due anni, la questione centrale rispetto alla possibilità di uscire dall’emergenza è l’equità nell’accesso ai vaccini. Ogni decisione politica, come introdurre forme di contingentamento simili al nostro Green Pass, dipende direttamente dalla capacità dei paesi più poveri di vaccinare gran parte della popolazione al più presto. Altrimenti la libertà che tanti “van cercando” a gran voce, non potrà che essere limitata ai nostri scarni confini geografici, bene che vada.

La reale questione morale, se vogliamo, è dunque piuttosto quanto sia giusto dirottare le dosi di vaccino ai paesi più ricchi per la dose Booster, come stiamo facendo in Italia, oppure coordinarsi per ridurre la disomogeneità di offerta nel mondo.

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Perché anche i paesi con più vaccinati rischiano un «boom» di contagi 

La complessità dell’epidemiologia si sta mostrando sotto un nuovo aspetto: in quella che è stata battezzata “quarta ondata” di Covid-19, i paesi con i tassi più elevati di persone vaccinate, fra cui l’Italia, non sono quelli che stanno mostrando l’andamento migliore in termini di nuovi casi.

Abbiamo confrontato l’andamento percentuale di nuovi casi e decessi negli ultimi 7 giorni e la percentuale di popolazione completamente vaccinata, per paese. Come si vede dal grafico (qui), non c’è una correlazione diretta fra alte percentuali di vaccinati e decrescita del numero di contagi.Questi dati in realtà mostrano proprio che è importante vaccinarsi, perché ci dicono che non è possibile parlare di immunità di gregge in questo stadio.

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Gli italiani, la scienza e i dinosauri. Come si misura la conoscenza scientifica?

In questo articolo ci siamo occupati di come si misura l’istruzione e la dispersione scolastica. Ci sono altri modi per provare a tracciare il contesto in cui ci troviamo. Uno è misurare le abilità reali dietro la facciata del titolo di studio conseguito. Ci prova per esempio OCSE con i test standardizzati PISA (Programme for International Student Assessment), che provano a misurare le abilità di lettura, conto e lingua straniera fra studenti di diverse età in diversi paesi. Un secondo modo sono i sondaggi (ben costruiti, e non  così frequente che lo siano) dove si chiede agli intervistati di rispondere sulla verità o la falsità di un’affermazione. Ci ha provato un recente rapporto di Eurobarometer dal titolo European citizens’ knowledge and attitudes towards science and technology, costruito su 37.103 interviste in tutto il mondo, di cui 1017 in Italia. Ciò che è emerso sulle conoscenze scientifiche degli europei è poco incoraggiante: una persona su tre pensa che l’uomo abbia convissuto con i dinosauri (Italia in testa!), due su dieci non sa che l’ossigeno che respira viene dalle piante, la metà pensa che gli antibiotici servano anche contro i virus (invece servono solo contro i batteri, motivo per cui non possono “uccidere” SARS-CoV2). Due persone su dieci non sanno che anche le Scienze sociali utilizzano metodi statistici matematici e modellistica.

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Gli italiani, lo studio e la dispersione scolastica. Come si misura l’istruzione?

Un problema tradizionale enorme della comunicazione istituzionale – scientifica e non – è che il più delle volte si rivolge a un pubblico che crede molto più omogeneo di quello che realmente è. In periodi di “pace” non ce ne rendiamo molto conto, ma in momenti caldi come quello che viviamo da 20 mesi, dove non solo si chiede di ragionare in termini probabilistici, ma si chiede alle persone di cambiare le proprie abitudini per fare prevenzione (se non precauzione!), il pasticciaccio emerge con prepotenza.

4 italiani su 10 dai 25 ai 64 non hanno il diploma

Il 4,6% degli italiani residenti con più di 9 anni è analfabeta  , cioè – da definizione Unesco – una persona che non sa né leggere né scrivere, capendolo, un brano semplice in rapporto con la sua vita giornaliera. Con punte del  7% in Calabria e del 6,7% in Basilicata. I laureati – anche solo triennali – sono il 14%, una crescita del 3% rispetto al 2011, mentre i dottori di ricerca hanno visto un incremento del 40% in appena 8 anni. In generale solo il 50% degli italiani con più di 9 anni ha almeno un diploma professionale, cioè l’altra metà ha solamente la terza media. Per essere più precisi, 4 italiani su 10 dai 25 ai 64 non posseggono un diploma.

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