Una persona su sei nel mondo soffre di infertilità. Anche fra i paesi poveri 

Una persona su sei nel mondo soffre di infertilità. Anche fra i paesi poveri.

Si tratta di un tema difficilissimo da quantificare. Questo primo tentativo a livello globale è a mio avviso interessante per inquadrare questo tema della denatalità che sta sulla bocca di tutti ma quasi sempre con premesse errate (cioè false proprio, non basate sui dati – si veda qui).

Poi c’è chi parla di sostituzione etnica, che significa porre una questione delicata a un livello di superficialità e appiattimento dell’intelligenza che non merita nemmeno gran commenti.

In ogni caso il mondo evolve, non è mai fermo. La storia sociale insegna.

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Antibiotico resistenza: due buone notizie, una cattiva e un falso mito 

L’ultimo rapporto dell’ECDC fornisce una misura nuova dell’antibiotico resistenza negli allevamenti, e che ci permette di dire due buone notizie e una meno buona. Le due buone notizie sono che considerando il complesso dei paesi europei si osserva una tendenza di riduzione della percentuale di batteri multiresistenti presenti negli animali da allevamento, e che anche in Italia riscontriamo un trend favorevole sia per la multiresistenza, che per la prevalenza di Escherichia coli contenenti un enzima che li rende resistente ai farmaci di ultima generazione. Per quest’ultimo aspetto si evidenzia per il nostro paese una riduzione del 27% della presenza di batteri con questo enzima, che sale al 50% nei polli da carne.
La notizia meno buona è che parlare di media europea significa appiattire una situazione estremamente eterogenea, con paesi dove il problema è in crescita.

“Il falso mito, oramai luogo comune ma che non ha fondamenta è invece che gli antibiotici utilizzati finiscano nella carne che viene venduta e che mangiamo. In realtà i residui che riscontriamo nelle nostre analisi sono a livelli irrisori” ci spiega Antonia Ricci, Direttrice dell’ Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie – IZSVe. “Questo perché i regolamenti obbligano gli allevamenti ad attendere il tempo necessario fra la somministrazione di un antibiotico a un animale malato e la sua macellazione, affinché l’antibiotico venga metabolizzato ed eliminato dall’organismo dell’animale. Uno dei nostri compiti come Istituto Zooprofilattico è proprio svolgere analisi a campione sui residui di antibiotici nelle carni. Inoltre in Italia esiste un monitoraggio su quanti antibiotici vengono usati da ogni allevamento e quando, ad opera di un sistema nazionale chiamato Classyfarm. ”

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Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust. Sottolineature

La strada di Swann

trad. Natalia Ginzburg

Incipit: Per molto tempo mi sono coricato presto la sera.

Un giorno d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, una tazza di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, cambiai idea. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati Petites Madeleines, che sembrano modellati nella valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un triste domani, mi portai alle labbra un cucchiaino di tè dove avevo lasciato ammorbidire un pezzetto di madeleine. Ma, nello stesso istante in cui quel sorso frammisto alle briciole del dolce toccò il mio palato, trasalii, attento a qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Un piacere delizioso mi aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. Di colpo, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, allo stesso modo in cui agisce l’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, questa essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde mi era potuta venire questa gioia potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? Bevo un secondo sorso, in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo che mi dà un po’ meno del secondo. È tempo che mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. È chiaro, la verità che cerco non è in essa, ma in me. Il tè l’ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con sempre minor forza, quella stessa testimonianza che io non riesco a interpretare e che vorrei almeno potergli chiedere di nuovo e ritrovare intatta, a mia disposizione, fra poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio spirito. È compito suo trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni volta che lo spirito si sente sorpassato da sé medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese oscuro dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare. È di fronte a qualcosa che non esiste ancora e che solo lui può rendere reale, e poi far entrare nel raggio della sua luce. E ricomincio a domandarmi quale potesse essere questa condizione ignota, che non portava alcuna prova logica, ma soltanto l’evidenza della sua felicità, della sua realtà dinanzi alla quale le altre svanivano. Voglio tentare di farla riapparire. Vado indietro col pensiero al momento in cui ho preso il primo cucchiaino di tè. Ritrovo lo stesso stato, senza una nuova luce. Chiedo al mio spirito uno sforzo ulteriore, di richiamare ancora una volta la sensazione che sfugge. E, perché niente spezzi l’impeto con il quale cercherà di riafferrarla, allontano ogni ostacolo, ogni idea estranea, metto al riparo le mie orecchie e la mia attenzione dai rumori della stanza accanto. Ma, sentendo il mio spirito che si affatica senza successo, lo costringo invece a prendersi quella distrazione che gli negavo, a pensare ad altro, a ritemprarsi, prima di un tentativo supremo. Poi, una seconda volta, gli faccio il vuoto attorno, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quel primo sorso, e sento dentro di me trasalire qualcosa che si sposta, che vorrebbe emergere, qualcosa che si 2 direbbe disancorata, a una grande profondità; non so cosa sia, ma sale lentamente; avverto la resistenza, e sento il rumore delle distanze traversate. Certo, ciò che palpita così, nel profondo di me stesso, deve essere l’immagine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, si sforza di seguirlo fino a me. Ma si dibatte troppo lontano, troppo confusamente; a malapena percepisco il riflesso neutro in cui si confonde l’inafferrabile turbinio dei colori rimescolati; ma non riesco a distinguere la forma, a chiederle, come al solo interprete possibile, di tradurmi la testimonianza del suo contemporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, a chiederle di rivelarmi di quale circostanza particolare, di quale epoca del passato si tratti. Giungerà mai alla superficie della mia chiara coscienza quel ricordo, l’istante remoto che l’attrazione di un identico istante è venuta da così lontano a sollecitare, a scuotere, a sollevare nel più profondo di me stesso? Non so. Adesso non sento più nulla, si è fermato, forse è ridisceso; chi sa se risalirà mai dalla sua notte? Dieci volte ho dovuto ricominciare, sporgermi verso di lui. E sempre la viltà che ci distoglie da ogni compito difficile, da ogni impresa importante, mi ha consigliato di lasciar stare, di bere il mio tè pensando semplicemente ai miei fastidi di oggi, ai miei desideri di domani che si lasciano rimuginare senza fatica. E, all’improvviso, il ricordo mi è apparso. Quel sapore era lo stesso del pezzetto di madeleine che, la domenica mattina, a Combray (perché quel giorno non uscivo prima dell’ora della messa), quando andavo a darle il buongiorno nella sua camera, la zia Léonie mi offriva, dopo averlo immerso nel suo infuso di tè o di tiglio. L’aspetto della piccola madeleine non mi aveva ricordato nulla, prima che ne sentissi il sapore; forse perché, avendone spesso viste in seguito, senza mangiarne, sui ripiani dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per legarsi ad altri più recenti; forse perché, di quei ricordi per così lungo tempo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s’era disgregato; le forme – e anche quella della piccola conchiglia di pasticceria, così grassamente sensuale, sotto la sua pieghettatura severa e devota – si erano dileguate, oppure, assopite, avevano perduto la forza d’espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma, quando di un passato lontano non resta più nulla, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore rimangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a sorreggere senza piegare, sulla loro stilla quasi impalpabile, l’immenso edificio del ricordo. E appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di madeleine, inzuppato nel tiglio, che mi dava la zia (benché non sapessi ancora, e dovessi rimandare a molto più tardi la scoperta del motivo per cui quel ricordo mi rendesse tanto felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada, dove era la sua camera, si adattò, come uno scenario di teatro, al piccolo padiglione che dava sul giardino, costruito sul retro per i miei genitori (quel lato tronco che solo avevo rivisto fin allora); e con la casa, la città, da mattina a sera, e con qualsiasi tempo, la piazza dove mi mandavano prima di pranzo, le vie dove andavo a far delle compere, i sentieri in cui ci si inoltrava se il tempo era bello.

Ma nell’età già un po’ disingannata alla quale s’ avvicinava, e in cui ci si sa accontentare d’ essere innamorati senza troppo pretendere una reciprocità, quella vicinanza dei cuori, se non è più come nella prima giovinezza, il fine a cui tende di necessità l’ amore, vi resta legata in cambio di un’ associazione d’ idee così forte, da poterne divenire la causa nascendo prima di esso. In passato, si aveva il sogno di possedere il cuore della donna amata; più tardi la coscienza di possedere il cuore d’ una donna può bastare ad innamorarvi di lei. Così, nell’ età in cui sembrerebbe che nell’ amore, in cui si cerca soprattutto una gioia soggettiva, l’ inclinazione, per la bellezza d’ una donna dovesse tenere il maggior posto, l’ amore – l’ amore più fisico – può sorgere senza aver avuto alle sue radici il desiderio iniziale.
In quel momento della vita, l’ amore ci ha colpiti ripetute volte; esso non si evolve più da solo, seguendo le sue leggi sconosciute e fatali, dinanzi al nostro cuore stupito e passivo: noi gli veniamo in aiuto, lo falsiamo con la memoria, con la suggestione. Ravvisando uno dei suoi sintomi, ci ricordiamo e facciamo rinascere gli altri. Poiché c’è ben nota la sua canzone, incisa dentro di noi per intero, non ci è necessario che una donna ce ne dica l’ inizio, pieno dell’ ammirazione ispirata dalla bellezza, per trovarne il seguito.
E se ella comincia dalla metà – là dove i cuori s’ avvicinano, siano abbastanza assuefatti a quella musica da raggiungere subito la nostra compagna al passo dov’ essa ci attende.

L’anno precedente, a una serata, (Swann) aveva ascoltato un brano musicale eseguito da piano e violino. In un primo momento aveva gustato soltanto la qualità materiale dei suoni che gli strumenti secernevano. Ed era già stato un grande piacere quando, al di sotto della tenue linea del violino, esile, resistente, densa e direttrice, aveva visto a un tratto cercar d’innalzarsi in un liquido sciabordio la massa della parte per pianoforte, multiforme, indivisibile,  piana e internamente ribollente come l’agitazione color malva dei flutti incantati e bemollizzati dal chiaro di luna. Ma a un certo punto, senza riuscire a distinguere nettamente un contorno, a dare un nome a ciò che gli piaceva, affascinato all’improvviso, aveva cercato di cogliere la frase o l’armonia – nemmeno lui lo sapeva – che passava e che gli aveva aperto più  largamente l’anima, così  come certi effluvi di rose che circolano nell’aria umida della sera hanno la proprietà di dilatare le nostre narici. Proprio perché non conosceva la musica, forse, egli poteva provare un’impressione così confusa, una di quelle impressioni che, d’altronde, sono forse le sole puramente musicali, inestese, interamente originali, irriducibili a qualsiasi altro ordine d’impressioni. Un’impressione di quel genere, che ha la durata di un istante, è per così dire sine materia. Certo le note che noi udiamo in quel momento tendono già,  secondo la loro altezza e quantità, a coprire davanti ai nostri occhi delle superfici di varie dimensioni, a tracciare degli arabeschi, a darci delle sensazioni di larghezza, di tenuità,  di stabilità, di capriccio. Ma le note sono già svanite prima che tali sensazioni siano abbastanza formate dentro di noi per non essere sommerse da quelle risvegliate dalle note successive o perfino simultanee. E questa impressione continuerebbe ad avvolgere nella sua liquidità e nel suo fondu i motivi che a tratti ne emergono, appena distinguibili, per subito riaffondare e sparire, conosciuti soltanto attraverso il piacere particolare che danno, sottratti a ogni possibilità di descriverli, ricordarli, nominarli, ineffabili – se la memoria, simile a un operaio che lavora alla posa di fondamenta durature in mezzo ai flutti, non ci consentisse, fabbricando per noi dei facsimili di quelle frasi fuggitive, di compararle e differenziarle da quelle che seguono. Così, la sensazione deliziosa che Swann aveva provata s’era appena dissolta che già, seduta stante, la sua memoria gliene aveva fornito una trascrizione, sia pure sommaria e provvisoria, che lui aveva potuto tenere sotto gli occhi mentre il pezzo continuava, così che, quando la medesima impressione era all’improvviso ritornata, non era già più inafferrabile. Egli se ne rappresentava l’estensione, i raggruppamenti simmetrici, la grafia, il valore espressivo; aveva davanti a sé quella cosa che non è più musica pura, che è disegno, architettura, pensiero, e che consente di ricordare la musica. Stavolta Swann aveva mentalmente distinto una frase che s’elevava per qualche istante al di sopra delle onde sonore. Subito gli aveva proposto delle voluttà particolari, mai immaginate prima di udirle, e che (ne era certo) nient’altro al mondo avrebbe potuto fargli sentire; e aveva provato per lei come un amore sconosciuto.

Con il suo ritmo lento lo dirigeva – prima qui, poi là, poi altrove – verso una felicità nobile, inintelligibile e precisa. E di colpo, al punto cui era arrivata e da dove egli si apprestava a seguirla, dopo una pausa d’un istante bruscamente cambiava direzione, e con un movimento nuovo, più rapido, sottile, malinconico, dolce e incessante, lo trascinava con sé verso prospettive ignote. Poi disparve. Appassionatamente egli sperò di rivederla una terza volta. E in effetti riapparve,  ma senza più parlargli con chiarezza, causandogli anzi una voluttà meno profonda. Ma, tornato a casa, ebbe bisogno di lei: era come un uomo nella cui vita una passante scorta per un attimo ha insinuato l’immagine di una bellezza nuova che conferisce un più alto valore alla sua sensibilità, senza ch’egli sappia se potrà mai almeno rivedere colei che già ama e di cui ignora persino il nome.

Questo amore per una frase musicale sembrò addirittura, per un momento, dover innescare in Swann la possibilità di una sorta di ringiovanimento. 

Ma ora egli poteva domandare il nome dell’incognita (gli dissero che era l’andante della sonata per pianoforte e violino di Vinteul) la possedeva, l’avrebbe potuta avere presso di sé così spesso come avesse voluto, e tentare di apprendere il suo linguaggio e il suo segreto.

Certo dell’ampiezza di quell’amore, Swann non aveva diretta coscienza. Quando cercava di misurarlo, gli accadeva talvolta che gli apparisse diminuito, quasi ridotto a niente;

Swann considerava i motivi musicali come vere e proprie idee, appartenenti a un altro mondo, a un altro ordine, velate di tenebre, ignote, impenetrabili all’intelligenza, ma non meno perfettamente distinte le une dalle altre, non meno differenziate fra loro per valore e significato.

Quando, dopo la serata dai Verdurin, facendosi eseguire di nuovo la piccola frase, aveva cercato di discernere come, al modo di un profumo, di una carezza, essa lo circuisse, lo avvolgesse, si era reso conto che questa impressione di dolcezza contratta e freddolosa era dovuta all’esiguo scarto fra le cinque note che la componevano e al costante richiamo di due di loro; ma, in realtà, sapeva di ragionare così non sulla frase stessa, ma su semplici valori, sostituiti per comodità della sua intelligenza alla misteriosa entità percepita, prima di conoscere i Verdurin, la sera in cui aveva ascoltato la sonata per la prima volta.

Sapeva che il solo ricordo del pianoforte poteva falsare ulteriormente il suo modo di vedere i fenomeni della musica, che il campo dischiuso al musicista non è una meschina gamma di sette note, ma una tastiera incommensurabile, quasi del tutto ancora sconosciuta, dove qua e là, separati da dense tenebre inesplorate, soltanto alcuni dei milioni di tasti di tenerezza, di passione, di coraggio, di serenità che la compongono, ciascuno diverso dagli altri come un universo rispetto a un altro universo, sono stati scoperti da alcuni grandi artisti che, ridestando in noi il corrispettivo del tema rinvenuto, ci rendono il servigio di mostrarci quale ricchezza, quale varietà celi a nostra insaputa la grande notte impenetrata e scoraggiante della nostra anima che noi scambiamo per un vuoto, per un nulla.

Da quella sera, Swann comprese che i sentimenti che Odette aveva provato per lui non sarebbero mai risorti, che le sue speranze di felicità non si sarebbero più avverate. E nei giorni in cui per caso ella era stata ancora gentile e tenera con lui, se aveva mostrato qualche premura, egli notava quei segni apparenti e menzogneri d’un lieve ritorno a lui con la sollecitudine commossa e scettica, la gioia disperata di chi, nell’assistere un amico giunto ai giorni estremi d’un male incurabile, espone come fatti preziosi: “ieri ha fatto i conti di propria mano e fu lui a rilevare uno sbaglio nell’addizione che avevamo fatto noi; ha mangiao un uovo di gusto, se lo digerisse bene domani si proverà con una costoletta, pur sapendoli spogli di significato alla vigilia d’una morte inevitabile.

Swann, come molti, era di mente pigra e mancava d’inventiva. Sapeva come verità generale che la vita degli esseri umani è piena di contrasti, ma di ogni essere particolare immaginava tutta la parte dell’esistenza ignota a lui, come identica alla parte nota. Immaginava quel che gli era taciuto ad opera di quanto gli dicevano.

Un tempo, avendo spesso pensato con orrore che un giorno avrebbe cessato di amare Odette, egli s’era ripromesso d’essere vigile e appena sentisse che l’amore cominciava a lasciarlo, di aggrapparsi a lui, di trattenerlo. Ma ecco che all’affievolirsi dell’amore corrispondeva l’affievolirsi simultaneo del desiderio di restare innamorato. Non si può cambiare, cioè diventare un’altra persona che non siamo più.

Ma, all’epoca in cui amavo Gilbertecredevo ancora che l’Amore esistesse realmente al di fuori di noi; credevo che permettendoci tutt’al più di allontanare gli ostacoli, esso offrisse is uoi bei in un ordine in cui non vi fosse libertà di mutar nulla.

ma sul momento non potevo apprezzare il valore di quei piaceri nuovi. Essi non eran dati dalla ragzzetta che amavo all’io che la amava, ma dall’altra, da quella con la quale giocavo, all’altro io che non possedeva né il ricordo della vera Gilberte, né il cuore indisponibile che solo avrebbe potuto sapere il pregio di una gioia, essendo il solo che l’avesse considerata.

Diceva infine l’ordine nuovo stracciato dalla lavorante invisibile che, se noi possiamo desiderare che gli atti di una persoa che finora ci ha fatto soffrire non siano sinceri, vi è nella loro successione una chiarezza, e a questa chiarezza megli che a esso, dobbiamo chiedere quali saranno i suoi atti di domani.

Quelle parole nuove il mio amore le udiva: esse lo persuadevano che l’indomani non sarebbe stato diverso da tutti gli altri giorni; che il sentimento di Gilberte per me, già troppo antico perché potesse mutare, era d’indifferenza; che nella mia amicizia con Gilberte, io solo l’amavo.

Si sentiva che il bois non era soltanto un bosco, ma aveva una destinazione estranea alla vita degli alberi: l’esaltazione che vi provavo non era causat soltanto dall’ammirazione per l’autunno ma da un desiderio.

Ma quando scompare una fede, le sopravvive – e sempre più violento per mascherare l’assenza della forza da noi perduta di dare realtà a delle cose nuove – un affetto feticista per quelle antiche che essa aveva animato, come se il divino risiedesse in loro, non in noi, e come se la nostra incredulità attuale avesse una causa contingente, la morte degli Dei.

Grossi uccelli percorrevano velocemente il Bois, come un bosco e, gettando acute strida, si posavano uno dopo l’altro sulle grandi querce che, sotto la loro corona druidica e con maestà dodonèa, parevano proclamare il vuoto inumano della foresta sconsacrata, e m’aiutavano a intendere meglio quale contraddizione vi sia nel cercare nella realtà i quadri della memoria, ai quali mancherebbe sempre l’incanto che proviene loro dalla memoria stessa e dal non essere percepiti dai sensi. La realtà che avevo conosciuta non esisteva più. Bastava il fatto che la signora Swann non giungesse identica nel medesimo istante, perché il viale fosse altra cosa. I luoghi che abbian conosciuti non appartengono solo al mondo dello spazio, nel quale li situiamo per maggiore facilità. Essi sono solamente uno spicchio sottile fra le impressioni contigue che costituivano la nostra vita d’allora; il ricordo d’una certa immagine non è che il rimpianto di un certo minuto; e le case, le strade, i viali, sono fuggitivi, ahimè, come gli anni.

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Trad. Franco Calamandrei, Nicoletta Neri 

All’ombra delle fanciulle in fiore

Incipit: Quando si trattò di avere per la prima volta a pranzo il signor di Norpois, siccome mia madre diceva che era proprio un peccato che il professar Cottard fosse in viaggio e che lei avesse smesso del tutto di frequentare Swann, perché l’uno e l’altro senza dubbio avrebbero interessato l’ex ambasciatore, mio padre rispose che un convitato eminente, un illustre scienziato come Cottard non poteva mai sfigurare in un pranzo, ma Swann, con la sua ostentazione, e quel suo modo di strombazzare le conoscenze più insignificanti, era un volgare sbruffone che il marchese di Norpois avrebbe di sicuro giudicato, secondo la sua espressione, “pestifero”.

Mio padre aveva per il mio genere d’intelligenza un disprezzo corretto dalla tenerezza quanto bastava perché, tirate le somme, il suo sentimento per tutto quello che facevo fosse una cieca indulgenza.

Pochi capiscono il carattere puramente soggettivo di quel fenomeno che è l’amore, e com’esso sia una specie di creazione d’una persona supplementare, distinta da quella che porta lo stesso nome in società, una persona di cui la maggior parte degli elementi sono opera nostra. Perciò pochi sono coloro cui appaiono naturali le proporzioni enormi che finisce con l’assumere per noi un essere che non è lo stesso che essi vedono.»

di Swann conosceva a fondo quei tratti del carattere che il resto della gente ignora o ridicolizza, e di cui solo un’amante, una sorella, possiedono l’immagine fedele e amata; e ci stanno a cuore a tal punto, anche quelli che più vorremmo correggere, che — proprio perché una donna finisce per prenderne un’abitudine indulgente e amichevolmente canzonatrice, simile all’abitudine che ne abbiamo noi stessi e che ne hanno i nostri genitori — le relazioni di vecchia data hanno qualcosa della dolcezza e della forza degli affetti familiari. I legami che ci uniscono a un essere vengono santificati quando questi si pone dal nostro stesso punto di vista per giudicare uno dei nostri difetti.

la felicità venuta da gilberte era una cosa cui avevo costantemente pensato, una cosa tutta fatta di pensieri, era, come diceva Leonardo per la pittura, cosa mentale. Un foglio di carta coperto di caratteri il pensiero non lo assimila subito. Ma, appena ebbi terminato la lettera, pensai ad essa ed essa divenne un oggetto del mio fantasticare, divenne anch’essa una cosa mentale e l’amavo già tanto che ogni cinque minuti dovevo rileggerla, baciarla. Allora, compresi la mia felicità.

Del resto tutti gli avvenimenti che nella vita e nelle sue contrastate situazioni riguardano l’amore, la miglior cosa è non cercare di comprendere, perché in quello che essi hanno già d’inesorabile come d’insperato sembrano retti da leggi magiche piuttosto che razionali.

Che me ne importa di quello che pensano gli altri! È grottesco preoccuparsi degli altri quando si tratta di sentimento. I sentimenti si provano per sé, non per il pubblico. 

Nulla altera le qualità materiali della voce quanto il fatto di contenere il pensiero.

perché la mia intelligenza doveva essere una e forse anzi una sola ne esiste di cui tutti gli uomini sono coabitanti, un’intelligenza sulla quale ognuno, dall’intimo del suo corpo particolare, volge i propri sguardi, come a teatro, dove, se ognuno ha il proprio posto, in compenso c’è un’unica scena. Senza dubbio, le idee che mi piaceva cercar di chiarire non erano quelle che approfondiva di solito Bergotte nei suoi libri. Ma se avevamo, lui e io, la stessa intelligenza a nostra disposizione, egli doveva, sentendomele esprimere, rammentarsele, amarle, sorridere loro, serbando probabilmente, nonostante le mie supposizioni dinanzi al suo occhio interiore una parte d’intelligenza affatto diversa da quella di cui era passato nei suoi libri un ritaglio e secondo la quale avevo immaginato l’intero suo universo mentale… la benevolenza degli spiriti elevati ha come corollario l’incomprensione degli spiriti mediocri.

I tre quarti delle malattie delle persone intelligenti provengono dalla loro intelligenza. Per loro ci vuole almeno un medico che si renda conto di questo… vi consiglio – riprese Bergotte – il dottor du Boulbon che è davvero intelligente. È un grande ammiratore delle vostre opere – gli risposi. Vidi che Bergotte lo sapeva e ne conclusi che gli spiriti fraterni si ricongiungono presto, che di veri amici sconosciuti se ne hanno pochi.

Stavo per passare per una di quelle congiunture difficili di fronte a cui accade in generale di trovarsi a parecchie riprese nella vita ed alle quali, benché non si sia cambiato carattere né natura – la nostra natura che crea lei stessa i nostri amori, e quasi le donne che amiamo, e perfino le loro colpe – ogni volta, vale a dire a ogni età, non si fa mai fronte nella stessa maniera. In quei momenti la nostra vita è divisa e come distribuita in una bilancia su due piatti opposti che la contengono per intero. Nell’uno, v’è il nostro desiderio di non dispiacere, di non apparire troppo umili all’essere che amiamo senza riuscire a comprenderlo, ma che stimiamo più abile lasciare un poco in disparte perché non abbia quel senso di credersi indispensabile che lo allontanerebbe da noi; nell’altro piatto della bilancia v’è una sofferenza – e non già una sofferenza circoscritta e parziale – che, al contrario, potrebbe acquietarsi solo se, rinunciando a piacere a quella donna e a farle credere che possiamo privarci di lei, tornassimo di nuovo a cercarla.
Quando dal piatto su cui è la fierezza si sottrae una piccola dose di volontà che abbiamo avuto la debolezza di lasciar logorare con gli anni, basta aggiungere al piatto dove è il nostro affanno una sofferenza fisica acquisita ed a cui si è permesso di aggravarsi; e, invece della soluzione coraggiosa che sarebbe prevalsa a venti anni, sarà l’altra soluzione, divenuta troppo pesante e senza un contrappeso sufficiente, ad avvilirci a cinquanta. Tanto più che le situazioni, pur ripetendosi, cambiano, ed è probabile che a metà o alla fine della vita, si sia avuta per se stessi la funesta compiacenza di complicare l’amore con una parte di abitudine che l’adolescenza, trattenuta da altri doveri, meno libera di sè, non conosce.

Nulla assicura che la felicità sopravvenuta troppo tardi, quando non se ne può più godere, quando non si ama più, sia proprio la stessa la cui mancanza ci rese tanto infelici in passato. Una sola persona potrebbe deciderlo, il nostro io di allora; non c’è più; e senza dubbio basterebbe che ritornasse perché, identica o no, svanisse la felicità.

Ma in ogni campo il nostro tempo ha la mania di voler mostrare le cose soltanto insieme a ciò che le circonda nella realtà, e di sopprimere così l’essenziale: l’atto dello spirito, che le isolò da essa.

non si poteva parlare di pensiero, a proposito di Françoise. Non sapeva nulla, in quel senso totale in cui non sapere nulla equivale a non capire nulla, salvo che rare verità che il cuore è capace di raggiungere direttamente. Il mondo immenso delle idee non esisteva per lei. Ma d’innanzi alla chiarezza del suo sguardo, alle linee delicate di quel naso e di quelle labbra, dinnanzi a tutte quelle testimonianze assenti di tanti esseri colti presso cui avrebbero significato la distinzione suprema, il nobile distacco d’uno spirito privilegiato, si rimaneva turbati come davanti allo sguardo intelligente e buono di un cane, al quale si sa tuttavia che sono ignote tutte le concezioni degli uomini; e ci si poteva chiedere se non vi siano fra quegli altri umili fratelli, fra i contadini, esseri che sono come gli uomini superiori della società dei semplici di spirito, o che piuttosto, condannati da un ingiusto destino a vivere fra i semplici di spirito, privi di luce, ma tuttavia imparentati alle nature elette più naturalmente, più essenzialmente della maggior parte della gente istruita, sono come membri dispersi, smarriti, privati della ragione, della santa famiglia, parenti, rimasti bambini, degli intelletti più alti ed a cui – come appare nella luminosità impossibile a disconoscere dei loro occhi dove pure non trova nulla a cui applicarsi – per aver talento è mancato solo l’istruzione.

Saint-Loup non era abbastanza intelligente per capire che il valore intellettuale nulla ha a che fare con l’adesione ad una certa formula estetica. 

Se quando si scopre la vera vita degli altri, l’universo reale sotto l’universo apparente, si hanno le stesse sorprese che a visitare una casa dall’aspetto qualsiasi e internamente piena di tesori, di grimaldelli e di cadaveri, non meno stupiti si resta se, in luogo dell’immagine che ci si era fatti di noi stessi grazie a quello che ognuno ce ne diceva, si apprende dal linguaggio usato dagli altri nei nostri confronti, in nostra assenza, quale immagine del tutto diversa portino in sé di noi e della nostra vita. 

“Dimentichi che non era amore, si trattava della figlia”.

“Ma l’importante nella vita non è che cosa si ama – ribatté Charlus in tono competente, perentorio, e quasi tagliente – l’importante è amare. Quel che Madame de Sévigné provava per la figlia può pretendere di rassomigliare alla passione dipinta da Racine in Andromaca o in Fedra con molto più diritto dei banali rapporti che il giovane Sévigné aveva con le sue amanti. Così l’amore di certi mistici per il loro Dio. I confini troppo ristretti che segniamo intorno all’amore derivano solo dalla nostra grande ignoranza della vita.”

Quando le ore della nostra vits si svolgono come su piani troppo diversi, ci si trova a dar troppo di sé a persone che il giorno dopo sembrano senza interesse. Ma ci si sente responsabili di quel che si è detto loro il giorno prima, e si vuol farvi onore.

Ma no – mi risposte – quando un animo è portato al sogno, non bisogna tenerlelo lontano, razionalizzarglielo. Finché distoglierete il vostro animo dai suoi sogni, esso non li conoscerà; sarete il trastullo di mille apparenze, percjé non ne avrete compreso la natura. Se un po’ di sogno è pericoloso, quel che ce ne guarisce non è il sognar meno, ma il sognar di più, è tutto il sogno. Bisogna conoscere interamente i propri sogni per non soffrirne più.

Verrà il giorno in cuim per il logorio del suo cervello, non avrà più, davanti a quei materiali di cui si serviva il suo genio, l’energia per compiere lo sforzo intellettuale che solo può produrre la sua opera, e continuerà nondimeno a ricercarli, felice di trovarsi vicino a loro per un piacere spirituale, esca del lavoro, ch’essi risvegliano in lui; e circondandoli, d’altronde, di una specie di superstizione come se fossero superiori al resto, se in essi consistesse già una buona parte dell’opera d’arte che essi porterebbero in qualche modo già pronta, egli non andrà oltre la frequentazione, l’adorazione dei modelli.

Accade dei piaceri come delle fotografie: quello che si prova accanto all’essere amato non è che una lastra negativa, che si sviluppa più tardi, ritornati a casa, quando si è ritrovata a propria disposizione quella camera oscura interiore il cui ingresso è vietato finché c’è gente.