Amiloidosi: scoperto perché le proteine diventano tossiche

RICERCA – L’amiloidosi è un fenomeno comune a diverse malattie, che consiste nella perdita di struttura da parte di una proteina, che finisce per assumere la forma di fibre allungate che si depositano in ammassi in diverse sedi dell’organismo, provocando vari disturbi, alcuni anche gravi. Fra le malattie in cui è convolto il meccanismo dell’amiloidosi troviamo l’Alzheimer, il Parkinson, la SLA, il morbo di Huntington, e alcune forme di malattia cardiaca come particolari cardiomiopatie. Attualmente sono circa trenta le malattie correlate con i depositi di proteina amiloide, ma purtroppo hanno in comune un unico aspetto: tutte presentano un decorso progressivo e per nessuna di loro esiste una terapia davvero risolutiva.

Oggi però, un team internazionale coordinato dal Prof. Stefano Ricagno dell’Università Statale di Milano e pubblicato su Nature Communications, chiarisce per la prima volta le basi molecolari che scatenano la tossicità di queste proteine in soggetti prima sani, ovvero gli effetti di una mutazione genetica sulla proteina, spiegandone poi la tendenza a formare questi aggregati amiloidi tossici.
Fra le trenta malattie in cui è coinvolta l’amiloidosi lo studio si è focalizzato su una in particolare, un tipo di Amiloidosi sistemica ereditaria, che era stata caratterizzata all’interno di un precedente studio pubblicato sul New England Journal of Medicine dallo stesso team nel 2012.

Nella famiglia francese esaminata, vi erano infatti tre sorelle e un cugino che mostravano sintomi costanti e simili e che peggioravano negli anni, fra cui una scarsa funzionalità intestinale che li fiaccava tutti i giorni da decenni. Studiando il caso i ricercatori si sono resi conto che ognuna delle persone coinvolte era interessata da depositi di proteina amiloide, dove la proteina in questione per mutazione genetica era diventata tossica, provocando la malattia, detta appunto Amiloidosi sistemica ereditaria.

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Un’Europa al rallentatore verso un’alimentazione più sana

APPROFONDIMENTO – La prevalenza di persone in sovrappeso e obese in Europa è aumentata costantemente negli ultimi decenni, fino a raggiungere livelli allarmanti. L’OMS ha stimato che nel 2014 il 58% della popolazione adulta europea era in sovrappeso o obesa. In generale, gli uomini erano più spesso in sovrappeso rispetto alle donne (il 62,5% contro il 53,7%).
In questa direzione, nel 2014 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha elaborato lo European Food and Nutrition Action Plan 2015–2020, con l’obiettivo di spingere i governi a mettere a punto delle strategie di contenimento dell’obesità, promuovendo stili nutrizionali più sani, a partire dalle scuole.

Qual è la direzione

Dal punto di vista della riduzione della mortalità per malattie croniche del 25% entro il 2025, il documento dell’OMS pone come traguardi: nessuna crescita della prevalenza di diabete e obesità entro io 2025; una riduzione del 30% del consumo di sale entro 2025; una riduzione del 10% dell’inattività fisica entro il 2025; e nessuna crescita della prevalenza di bambini sovrappeso entro il 2025.

Secondo l’OMS sono 4 le direzioni su cui lavorare per raggiungere questi traguardi: fare promozione nei contesti dove le persone si nutrono, per esempio nelle mense scolastiche, promuovere una sana alimentazione a partire dall’infanzia e per tutte le fasi della vita, fare in modo che i sistemi sanitari facciano più promozione in questo senso sui media, e non da ultimo mettere in piedi dei sistemi di monitoraggio efficiente per valutare come queste misure impattano effettivamente sulla salute della popolazione.

Siamo ancora troppo lenti

Il risultato però, a tre anni dall’avvio del piano d’azione non è dei più confortanti, come emerge da un rapporto pubblicato sempre dall’OMS in queste settimane. Sono pochi infatti i paesi che attualmente hanno elaborato strategie in questa direzione. Se da una parte sono stati compiuti dei progressi negli ultimi anni nella messa a punto di regimi alimentari più sani nelle scuole per combattere l’obesità infantile, non abbiamo ancora fatto abbastanza riguardo per esempio alle etichette, nel rendere più chiaro che cosa contiene ogni alimento che consumiamo. Inoltre, pochissimi sono i paesi che hanno messo in atto politiche mirate per ridurre la presenza e il consumo di nutrienti ritenuti non salutari come sale, zuccheri e soprattutto acidi grassi trans e insaturi.

Promozione della salute nelle scuole

La buona notizia è che su 49 paesi esaminati l’88% ha elaborato delle linee guida precise per assicurare che il cibo che arriva nelle scuole sia conforme a determinati standard igienici e nutrizionali. Tuttavia, solo in poco più della metà dei paesi si va oltre l’aver stilato dei menu più sani. Circa metà dei paesi offre per esempio corsi su una corretta nutrizione a ragazzi o a insegnanti, oppure linee guida su quanta frutta e verdura o quanti latticini è bene consumare settimanalmente. Solo una scuola su 3 in media offre frutta e verdura fresche. Per non parlare deljunk food: solo il 23% dei paesi esaminati ha eliminato  i distributori automatici dalle scuole, e il 54% di essi prevede la presenza di acqua potabile gratuita.
Anche riguardo all’attività fisica le cose potrebbero andare meglio: solo 7 paesi su 10 offrono corsi di educazione fisica curricolare obbligatoria, e solo una scuola su 4 ha aree verdi dove i bambini possono muoversi liberamente.

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Sostenibilità ambientale: la pagella dell’Italia. Ce la faremo per il 2030?

Ridurre i sussidi per i combustibili fossili e sviluppare stili di vita più consapevoli. Sviluppare nuove tecnologie per produrre energia pulita, ridurre le emissioni di gas serra e la presenza di sostanze tossiche nei corsi d’acqua, riciclare di più, fare in modo che sempre meno persone respirino troppe polveri sottili, a lungo andare così dannose per l’organismo. Sono questi i principali obiettivi dell’Agenda delle Nazioni Unite da raggiungere entro il 2030 per costruire comunità più resilienti dal punto di vista della sostenibilità ambientale.

Secondo quanto riportano i dati raccolti da Eurostat a riguardo, l’Italia non se la cava male per quanto riguarda la produzione di energia pulita e nel riciclaggio, anche se potremmo fare meglio dal punto vista dell’inquinamento dell’aria e per ridurre le emissioni di gas serra.

Produzione di energia da fonti verdi maggiore della media europea…

La buona notizia è che dal 2004 al 2016 la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili (solare, eolico, geotermico) nel nostro paese è aumentata di più di quanto sia cresciuta in Europa, con il risultato che se 10 anni fa eravamo sotto la media europea, oggi – in particolare le cose hanno iniziato ad accelerare dopo il 2011 – siamo sopra la media, con il 17,5% di energia verde prodotta sul totale. Il trend è in crescita specie per il fotovoltaico. Come raccontavamo un paio di mesi fa riportando i dati dell’International Energy Agency (IEA), nel 2022 si prevede che in Italia il 15% dell’energia arriverà solo da da eolico o fotovoltaico.

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Denutrizione e obesità nei dati FAO

APPROFONDIMENTO – Nei giorni scorsi l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha pubblicato delle stime allarmanti: dopo anni di declino, la percentuale di persone denutrite sta ricominciando a salire e riguarda oggi l’11% della popolazione mondiale. Allo stesso tempo sono sempre più importanti i numeri del sovrappeso e dell’obesità, una situazione ben definita dal concetto di “paradosso alimentare”. Ecco i dati FAO su denutrizione e obesità nel rapporto SOFI, The state of food security and nutrition in the world.

Da un estremo all’altro, denutrizione e obesità

Secondo i dati FAO su denutrizione e obesità siamo passati dai 777 milioni di denutriti del 2015 agli 815 milioni del 2016. Nel 2013 erano 775 000 e una grossa fetta (489 milioni) viveva in paesi colpiti da conflitti. Mentre la maggior parte dei paesi del mondo ha ottenuto significativi miglioramenti negli ultimi 25 anni, nel ridurre fame e denutrizione, i progressi nella maggior parte dei paesi colpiti da conflitti sono rimasti stagnanti o sono peggiorati.

Sono 155 milioni i bambini che nel 2015 hanno avuto una crescita rallentata a causa di una nutrizione (122 milioni in paesi in guerra) e 51 milioni quelli gravemente denutriti. Secondo le stime delle Nazioni Unite, per nutrire gli abitanti della Terra nel 2050 (due miliardi in più rispetto a oggi) sarà necessario incrementare del 50% la produzione di cibo a livello globale. Oltre a distribuirla correttamente.

Ma nel mondo ci sono anche 640 milioni di adulti obesi e 40,6 milioni di bambini sovrappeso. L’obesità nel mondo sta aumentando a ritmi incalzanti: il problema è più grave in Nord America, Europa e Oceania, dove il 28% degli adulti è classificato come obeso. Si scende al 7% in Asia e all’11% in Africa.

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