Accertamenti sanitari per invalidità civile: enormi differenze nei tempi d’attesa

APPROFONDIMENTO – La legge 80 del marzo 2006 stabilisce che gli accertamenti sanitari per invalidità civile e legge 104/1992 vanno espletati entro quindici giorni dalla domanda dell’interessato. Di fatto però non è così, o almeno non lo è ovunque in Italia: le cose cambiano a seconda della zona. Ci sono province in cui l’iter per il riconoscimento dell’invalidità per malati oncologici è più articolato, perché prevede un primo passaggio tramite accertamento della ASL e un secondo accertamento dell’INPS, mentre in altre regioni è direttamente l’INPS occuparsi delle richieste, accorciando notevolmente i tempi di attesa.

Secondo quanto emerge dall’ultimo rapporto Annuale della FAVO (Federazione delle Associazioni di Volontariato Oncologico) i tempi medi della risposta sanitaria dove il primo accertamento è effettuato dalle ASL e un secondo da INPS rispetto alla legge 80 sono 68 giorni, cioè oltre due mesi, mentre nelle aree dove è direttamente INPS a occuparsene ci vogliono in media 48 giorni.

Rispetto alla legge 80, nelle province dove si prevede il doppio passaggio i tempi di attesa nel 2017 sono stati mediamente di 133 giorni, mentre in quelle dove la verifica veniva espletata solo da INPS 48 giorni. Il confronto all’interno delle stesse regioni, fra le aree dove si prevede il doppio passaggio e quelle dove è direttamente l’INPS a occuparsene mostra enormi disparità: 94 giorni contro 48.

Le differenze regionali sono elevate. Le regioni dove le cose vanno peggio sono la Campania e ilLazio, dove ci vogliono rispettivamente 124 e 112 giorni nelle province che prevedono il doppio passaggio per ricevere una risposta in relazione a una richiesta riferita alla legge 80. Le regioni dove i tempi sono più brevi sono l’Umbria e il Piemonte, dove si aspettano “solo” 42 e 44 giorni.

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8 oncologi su 10 costretti almeno una volta rimandare un intervento per questioni di budget

APPROFONDIMENTO – In questa decima edizione del suo rapporto annuale, la FAVO (Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) ha proposto il primo sondaggio rivolto a 70 medici oncologi e a 74 chirurghi oncologici per inquadrare il rapporto fra la scarsità di risorse e le scelte terapeutiche in oncologia, anche dal punto di vista etico.

L’obiettivo è soprattutto cercare di individuare le problematiche legate all’allocazione di risorse: budget di dipartimento o di unità operativa complessa (UOC).

Quando il budget finanziario influenza le decisioni

L’80% degli intervistati dichiara di essersi trovato in difficoltà rispetto alle scelte da compiere in termini di trattamento terapeutico. La causa? Il budget finanziario a disposizione, che li ha costretti a rimandare uno o più trattamenti terapeutici all’anno successivo. L’11% ha affermato che si tratta di una condizione vissuta spesso, il 60% circa qualche volta e il 10% raramente. Quasi la metà degli intervistati ha riconosciuto che si è trattato di difficoltà che hanno coinvolto questioni di etica professionale.

Solo il 40% di chirurghi e medici coinvolti, tuttavia, ha comunicato il problema al paziente e l’11% soltanto alle famiglie. Nel complesso, solo 16 specialisti su 100 dichiarano che nella propria regione non ci sono problemi di equità nell’accesso alle terapie e agli interventi oncologici.

Di contro, pur avendo indicato di non aver rimandato interventi all’anno successivo per mancanza di budget, quasi la metà dei rispondenti (45,2%) ha affermato comunque che è capitato di dover lavorare al di sotto degli standard qualitativi auspicabili, per motivi di esaurimento di budget. Per la metà dei rispondenti questo genere di situazione è occorsa per il 5-10% dell’attività annuale ma un altro 13% degli specialisti si è trovato in questa situazione fra il 10 e il 20% dell’anno.

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Fumatori italiani in calo, ma non dappertutto

APPROFONDIMENTO – Oggi è il World No Tobacco Day, la giornata mondiale senza tabacco promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Come sono cambiati negli ultimi anni i numeri dei fumatori in Italia?

L’obiettivo del nostro Piano Nazionale Prevenzione 2014-2018 è ridurre del 10% il numero dei fumatori entro il 2018 e possiamo dire che l’Italia va nella direzione giusta. Secondo i dati di Osservasalute 2017, nel 2013 era fumatore il 20,9% della popolazione italiana con più di 14 anni, mentre nel 2016 siamo scesi al 19,8%. Un calo del 5% che fa ben sperare: se procediamo così, nel 2018 il numero di fumatori in Italia sarà calato di un decimo rispetto al 2013.

I numeri dei fumatori in Italia

Guardando all’ultimo decennio, vediamo che tra 2008 e 2016 la percentuale di fumatori in Italia con più di 14 anni è passata dal 22,2% al 19,8%. Le regioni dove i fumatori sono diminuiti maggiormente sono Puglia, Calabria e Veneto, mentre la percentuale è calata di molto poco in Campania e Molise.

In tre regioni – Valle d’Aosta, Umbria e Liguria – dal 2008 al 2016 la percentuale di fumatori è invece salita. In Liguria dello 0,5%, in Umbria di un punto percentuale e in Valle d’Aosta addirittura si è passati dal 17,4% al 19,8%.

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Malati terminali: l’assistenza realmente garantita, regione per regione

APPROFONDIMENTO – Nei giorni scorsi è stato pubblicato l’ultimo rapporto annuale della FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) che fa il punto sulle criticità dei servizi per il malato oncologico in Italia, compresi quelli per le cure palliative, che rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e che pertanto devono essere erogate secondo “criteri di qualità, appropriatezza ed efficienza”.

Il punto di partenza è che il rapporto fra costi e benefici delle cure terminali ospedaliere è sempre troppo elevato: i costi sono infatti alti e i benefici per i pazienti e per le loro famiglie sono relativamente pochi. Si stima infatti che l’1% degli italiani assorba circa il 20% dell’intera spesa sanitaria nell’ultimo anno di vita.

Centrali sono le cure palliative, non sempre garantite, sia a livello di hospice che di assistenza domiciliare, dato testimoniato dal fatto che il tasso dei decessi in ospedale è ancora molto elevato. Già nel 2007 il Decreto Ministeriale 43 aveva posto l’obiettivo di garantire l’accesso alle cure palliative ad almeno il 65% dei malati oncologici. A 10 anni di distanza siamo intorno al 30%.

A livello di Hospice le differenze regionali sono ampie, sia in termini di presenza di servizi, che di prestazioni erogate. Se complessivamente la “buona notizia” è che dal 2012 al 2016 il numero di posti letto e di strutture con hospice è leggermente aumentato a livello nazionale, ci sono regioni in cui ancora questo servizio non è garantito per tutti. In Calabria per esempio si contano nel 2016 solo 0,51 posti letto in hospice all’interno di strutture ospedaliere per 100 mila abitanti. In Sardegna, quella con il tasso più alto di strutture, ce ne sono 12 per 100 mila abitanti, e in Lombardia, la seconda in classifica, 7,9 per 100 mila.

Un Rapporto al Parlamento del Ministero della Salute del 2014 sullo stato di attuazione della legge 38 del 15/3/2010 sull’accesso alle cure palliative mostra che nel 2013 sono stati assistiti 40.040 pazienti presso il proprio domicilio, di cui 34.184 con patologia oncologica. I ricoverati in hospice sono stati 27.812, pari al 5% del totale delle persone decedute nello stesso anno. Tale rapporto sale al 9% se si considerano i 15.456 pazienti ricoverati in hospice nel 2013 e deceduti a causa di tumore, rispetto ad un totale di 168.791 pazienti deceduti in quell’anno a seguito di patologia oncologica.

Anche il tipo di prestazione erogata varia moltissimo, per esempio in materia di sedazione terminale palliativa. Ci sono regioni come il Veneto e la Provincia Autonoma di Trento dove la metà degli hospice la garantiscono, altre come la Campania e la Calabria dove a garantirla non è meno del 2% delle strutture. In media al sud questo diritto è garantito meno che al nord.

Ma si riscontrano differenze profonde anche nella terapia di gestione del dolore, con percentuali che vanno dall’8% dell’Emilia Romagna al 97% del Molise, di strutture che la garantiscono.

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