Zecche e salute: come evitare conseguenze pericolose

SALUTE- Secondo una ricerca danese pubblicata sul British Medical Journal, aver avuto nel corso della propria vita una diagnosi verificata di neuroborreliosi di Lyme non influisce sull’aspettativa di vita e sulle condizioni di salute future. È però emersa un’altra associazione: un rischio triplicato di sviluppare tumori della pelle ematologici, doppio di sviluppare tumori della pelle non melanoma.

Tra i pazienti dello studio diagnosticati tra il 1986 e il 2016, la mortalità tra quelli con neuroborreliosi di Lyme non era superiore rispetto alla popolazione generale. Nei cinque anni dopo la diagnosi, queste persone non si sono rivolte a un ospedale molto più spesso rispetto alla popolazione generale.

Tuttavia, questo non significa che una diagnosi di neuroborreliosi – e più in generale di malattia di Lyme – non porti con sé il rischio di conseguenze. Che, se non viene trattata correttamente, possono essere anche gravi.

Malattia di Lyme e neuroborreliosi

Il genere Borrelia comprende 37 specie. Tra queste, 12 possono trasmettere la malattia di Lyme o altre borreliosi. Isolata nel 1982 da Burgdorfer e Barbour, la Borrelia è stata riconosciuta come l’agente responsabile della malattia di Lyme, che era già stata identificata come entità patologica nel 1975, nella contea di Old Lyme in Connecticut, dalla quale prende il nome. La principale responsabile è la zecca, che può essere infetta e diventare vettore.

Una volta punti da una zecca infetta si può manifestare 1) nessuna infezione 2) un’infezione subclinica con sieroconversione oppure 3) il noto Eritema Migrante. Questo eritema ha una forma caratteristica che ricorda un “tiro al bersaglio” con un punto rosso al centro e un bordo circolare molto pronunciato; tende a ingrandirsi con il passare dei giorni, sparendo per poi ripresentarsi in altre parti del corpo. A volte è associato a un’infiammazione dei linfonodi anche lontana dall’area interessata.

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Maggiori disturbi mentali nelle società meno eque

A fine giugno uscirà in inglese “The Inner Level. How More Equal Societies Reduce Stress, Restore Sanity and Improve Everyone’s Wellbeing” (come società più eque possono ridurre lo stress e migliorare il benessere di tutti) scritto da due colonne portanti a livello mondiale nella ricerca sulle disuguaglianze sociali nella salute e dei determinanti sociali della salute: Richard Wilnkinson e Kate Pickett.

Perché l’incidenza della malattia mentale nel Regno Unito è doppia rispetto a quella in Germania? Perché gli americani sono tre volte più propensi degli olandesi a sviluppare problemi di gioco? Perché il benessere dei bambini è molto peggiore in Nuova Zelanda rispetto al Giappone?

La tesi di fondo dei due autori è che la misura del benessere mentale di una società non dipende dal PIL o dal PIL medio pro capite, e quindi dal potere d’acquisto medio della popolazione, ma dal livello di disuguaglianza economica e quindi di opportunità che permea una società.2019

Da buoni epidemiologi parlano dati alla mano. Oggi fra i paesi ricchi, le società dove il benessere psicologico è peggiore sono proprio le società più disuguali (nei termini del coefficiente di Gini): Stati Uniti e Regno Unito su tutti. Al contrario, le società più eque come il Giappone o i paesi scandinavi sono quelle che presentano tassi inferiori di disturbi mentali.

Non è un caso – affermano gli autori – che con il passare dei decenni si registri una sempre maggiore prevalenza di disturbi mentali come l’ansia, nonostante le società siano diventate sempre più ricche. Non sono le generazioni a essere diventate via via sempre meno capaci di far fronte alle difficoltà della vita, come viene spesso raccontato, ma è l’ineguaglianza a creare una maggiore competizione sociale, che a sua volta favorisce l’aumento di ansia e stress, e quindi una maggiore incidenza di malattie mentali, insoddisfazione e risentimento. E questo – continuano gli autori -porta all’ampliamento di abuso di droghe, alcol e dipendenze come il gioco d’azzardo – che a loro volta generano ulteriore stress e ansia.

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Migranti: i veri numeri dei controlli sanitari alla frontiera

Il 93,3% dei migranti irregolari che sono sbarcati sulle coste italiane nel 2017 è stato sottoposto a osservazione sanitaria: 111.361 persone controllate su 119.369 (dato UNHCR ). Nel 2016 era stato controllato il 94,5% dei migranti, nel 2015 l’86,5% e nel 2014 l’83,3%. Ma il dato principale è che ancora una volta tra le condizioni osservate all’arrivo, troviamo al primo posto le parassitosi cutanee, come scabbia e pediculosi, che altro non sono che condizioni legate alla promiscuità e alla scarsa igiene sia nei luoghi di partenza che durante il viaggio. Oltre alla disidratazione, alle sindromi febbrili non accompagnate da altri sintomi e alle congiuntiviti, le condizioni osservate nei migranti riguardano frequentemente traumatismi, ustioni chimiche, ferite da armi da fuoco e intossicazioni per esposizione a vapori tossici nelle stive. Ma soprattutto esiti traumatici e psichiatrici, connessi a torture e violenze intenzionali, subite o nel Paese di origine o nel percorso migratorio, che si traducono in depressione, disturbi di adattamento,disordini post-traumatici da stress e stati d’ansia.

Sono questi i dati che emergono dalla Relazione sulle attività svolte dagli USMAF-SASN del Ministero della Salute nell’anno 2017 , che chiariscono ancora una volta che non bisogna avere paura del migrante che arriva sulle nostre coste.

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Nativi e non nativi italiani. Gli immigrati non sono troppi ma troppo poveri

Che gli immigrati, intra ed extra UE presentino i medesimi tassi di occupazione degli italiani ma che guadagnino meno a parità di mansione e titolo di studio lo rende noto anche il secondo rapporto annuale “Immigrant Integration in Europe and Italy” dell’Osservatorio sulle Migrazioni Centro Studi Luca d’Agliano di Milano e del Collegio Carlo Alberto di Torino, che utilizza i dati dell’ultima edizione della European Labour Force Survey (2016). Fra la popolazione compresa tra i 25 e i 64 i tassi di occupazione in Italia sono grosso modo gli stessi: nel 2017 è occupato il 65% dei nativi e il 64% degli immigrati. Una situazione tutto sommato positiva rispetto alla media dell’Unione Europea, dove gli immigrati hanno un tasso di occupazione di 7,2 punti percentuali inferiore a quella dei nativi.

Il divario occupazionale rispetto ai nativi è specialmente ampio nei paesi del nord e del centro Europa, come Olanda e Svezia (-17 punti percentuali), Germania (-16 p.p) o Francia (-15 p.p.), mentre tende a essere inferiore nei paesi del sud d’Europa come l’Italia (-0.7 p.p.).
Vanno precisati tuttavia due aspetti: primo, che l’Italia ha uno dei tassi di occupazione dei nativi più bassi all’interno dei paesi UE, per cui gli immigrati non hanno una probabilità di occupazione elevata in termini assoluti, ma solo rispetto ai nativi. Secondo, che tra il 2009 e il 2017, la probabilità di occupazione dei nativi è cresciuta di 1.5 punti percentuali, mente è diminuita di circa quattro punti percentuali per gli immigrati.
Complessivamente in Italia fra il 2009 e il 2017, il numero di immigrati residenti è passato da 4,5 a 5,9 milioni, cioè un aumento del 30.9% e la grande maggioranza degli immigrati è residente in Italia più di cinque anni. Oggi i nati all’estero rappresentano quasi il 10% della popolazione italiana, contro il 13,3% di Italia e Regno Unito e l’11,3% della Francia. Più della metà di loro proviene da un altro paese Europeo (EU e non) e il 21% da paesi europei fuori dall’UE.
Ovviamente, non si può parlare genericamente di “immigrati”, ma è necessario distinguere le diverse situazioni. Il rapporto separa per esempio gli immigrati provenienti dall’Unione Europea, da quelli provenienti dai paesi europei non UE (per esempio l’Albania, la Serbia, la Bielorussia e l’Ucraina) e da quelli fuori Europa. Ebbene, a ben vedere sono gli immigrati dei paesi UE-15 a mostrare il tasso di occupazione più basso, mentre gli immigrati dei paesi dell’est Europa (UE) hanno quello più alto.

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