I lavoratori più anziani sono più produttivi dei più giovani?

La maggiore longevità nel settore occupazionale è un onere o un dividendo? Secondo quanto emerge da una ricerca condotta dall’International Longevity Center nel Regno Unito  che ha coinvolto 35 paesi utilizzando i dati raccolti dall’OCSE, chi invecchia in buona salute sarebbe addirittura più produttivo rispetto ai colleghi più giovani.
Con l’aumento dell’età media l’aspettativa di vita in salute dei lavoratori aumenterebbe infatti anche la loro efficienza sul lavoro. Un aumento sia in termini di produttività oraria, che per lavoratore che pro capite, che si tradurrebbe in un beneficio economico per tutta la comunità. Il condizionale è d’obbligo, anche perché non è chiaro dall’articolo se oltre alla comunità, anche i diretti interessati beneficino del fatto di continuare a lavorare intens(iv)amente mentre gli anni passano.

Il fattore più potente attraverso il quale l’aspettativa di vita può generare un aumento della produzione è l’istruzione: a parità di altre condizioni, vivere di più aumenta il rendimento degli investimenti fatti per la propria formazione. Purtroppo però non sempre è così. Uno dei vantaggi più tangibili di vivere e lavorare più a lungo è la conservazione delle capacità e delle conoscenze, ma serve una formazione continua, che in Italia non è la prassi.

Continua su Il Sole 24 Ore

Antidepressivi e ansiolitici: quanto costa l’ansia agli italiani?

Le benzodiazepine, una classe particolare di psicofarmaci, ha rappresentato nel 2017 la prima voce di spesa fra i farmaci di classe C, cioè a carico del cittadino: 348 milioni di euro spesi. Spendiamo per il trattamento dell’ansia più di quanto spendiamo per curare la disfunzione erettile, al secondo posto con 255 milioni di euro e di quanto spendiamo in contraccezione (preservativi esclusi), cioè 250 milioni di euro.
L’ultimo rapporto OSMED di AIFA pubblicato a luglio ha contato nel 2017 47,9 DDD/1000 ab die (dosi assunte per 1000 abitanti ogni giorno), di cui 25 DDD di benzodiazepine con funzione ansiolitica, 18 DDD con funzione ipnotica e 4,3 sedativa. Si tratta di un consumo in crescita negli ultimi anni. Fra le sostanze che vanno per la maggiore, con 13 DDD/1000 ab die primeggia come consumo il lormetazepam (noto con il nome commerciale di Minias), impiegato esclusivamente per i disturbi dell’addormentamento e della continuità del sonno su base ansiosa. A seguire con 10 DDD/1000 ab die troviamo il lorazepam (noto con il nome commerciale di Tavor o Control), prescritto contro ansia e insonnia. Infine, al terzo posto si trova con 8,7 DDD/1000 ab die l’alprazolam (noto con i nomi commerciali di Xanax, Frontal, Valeans o anche come farmaco equivalente).

Continua su Il Sole 24 Ore

Chi sono le 29enni italiane? Studiano di più, niente social ma lavorano meno

Studiano di più dei coetanei maschi, ma meno della metà lavora, hanno meno dell’età media al primo figlio, che è 31 anni, e non sono così connesse come le colleghe europee: questo il profilo delle donne italiane di 29 anni, secondo quanto emerge dai dati messi insieme da Eurostat. I dati sono stati pubblicati in questi giorni attraverso un divertente tool interattivo che permette di interrogare il database Eurostat su diverse questioni (famiglia, lavoro, studio, tempo libero, internet) a seconda dell’età dei giovani dai 20 ai 29 anni, anno per anno.

Il primo punto da sottolineare è che lavorativamente, le 29 enni italiane hanno un titolo di studio più elevato rispetto ai coetanei uomini (il 32,9% di loro è laureato contro il 21% dei maschi), ma le 29 enni che lavorano sono molto meno rispetto ai maschi della stessa età. Siamo comunque meno laureate rispetto alla media europea, dove ha conseguito un titolo di studio universitario il 43,5% delle 29 enni. Il paese con la percentuale più bassa di 29 enni laureate l’Europa è la Romania, con il 28,7% delle 29 enni laureate. Possiamo dire che in generale le 29 enni italiane hanno studiato più dei coetanei maschi, anche prima della laurea: il 19% di loro ha solamente un titolo studio educazione primaria (cioè la terza media), contro il 24,5% dei maschi della stessa età, anche se la media europea è più bassa: il 13,9% .

Eppure, solo il 47% di loro lavora, il tasso più basso d’Europa, mentre fra gli uomini la percentuale è del 60%. E fra le ragazze che hanno un lavoro, il 58% ha un contratto temporaneo, come il 66% dei coetanei maschi. Le 29 enni italiane lavorano di meno rispetto alle colleghe straniere (la media europea è del 69,2%) ma nel nostro paese fra le impiegate la percentuale di contratti di lavoro temporaneo è più bassa della media europea. Facendo due conti risulta che il 19,7%, cioè una 29 enne su 5 lavora e ha un contratto di lavoro non a termine. Un altro 27,2% lavora ma con contratto precario. Il restante 53% delle 29 enni italiane non lavora.

Continua su Il Sole 24 Ore

L’Africa corre ma non pianifica: una lezione dalle epidemie di ebola

APPROFONDIMENTO – Analizzare l’andamento delle epidemie nel tempo ci dice molto sulla qualità del “progresso” che stiamo portando in Africa Centrale. Nel corso dei decenni abbiamo affinato la capacità di curare alcune malattie o prevenirle grazie ai vaccini, ma i dati ci mostrano che in alcuni casi abbiamo peggiorato la situazione.

La corsa all’urbanizzazione e alla costruzione di infrastrutture stradali non è stata accompagnata da un potenziamento di quelle sanitarie, per un reale ed equo accesso ai servizi. L’Africa centrale sta vivendo il più veloce del mondo tasso di urbanizzazione, con il 50% della popolazione che prevede di vivere nelle grandi città entro il 2030.

Luoghi storicamente rurali come Mbandaka e Goma, nella Repubblica Democratica del Congo (DRC), stanno diventando città da un milione di abitanti. Ma dove ancora oggi l’aspettativa di vita è di appena 59 anni per i maschi e di 62 anni per le femmine, con l’11% dei decessi dovuti a diarrea. Secondo un rapporto dell’OMS, nel 2015 il 42% dei congolesi viveva nelle città ma sette su 10 non avevano accesso ai servizi igienici di base. (Qui a pagina 62)

Continua su Oggiscienza