Eritrea: ecco perché chi ci riesce scappa

APPROFONDIMENTO – L’Eritrea è uno dei principali paesi di provenienza dei migranti che arrivano in Italia, quasi sempre via Libia. Da gennaio a fine agosto 2018 gli eritrei arrivati in Italia sono stati 3.027 sul totale dei 20.184 arrivi (dati Ministero dell’Interno).

Mentre c’è chi continua a urlare di riportarli indietro, nel giugno del 2018 la relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’Eritrea Sheila B. Keetharuth riferiva al Consiglio per i Diritti Umani che “non ci può essere nessuna soluzione sostenibile per i flussi di rifugiati fino a quando il governo non si conforma ai suoi obblighi in materia di diritti umani”.

Per non parlare di chi nemmeno ci arriva in Libia, coloro – si stima si tratti di oltre il 10% della popolazione eritrea – che in fuga dal paese si ritrovano a vivere nei campi della vicina Etiopia o in Sudan, fenomeno a cui si assiste da 20 anni, da quando iniziò la guerra fra Eritrea ed Etiopia, conclusa realmente solo nel luglio 2018.

La guerra è finita, ma non basta

È vero, non c’è più la guerra in Eritrea, almeno non come la immaginiamo noi. Ma non basta la pace per garantire diritti. L’Eritrea, seppur sotto il nome di “Repubblica” sin dalla sua indipendenza dall’Etiopia nel 1991, è di fatto una dittatura. Con un presidente, Isaias Afewerki, in carica ininterrottamente da 25 anni e che ha stabilito che non è possibile ottenere un visto per espatriare legalmente. Con buona pace di chi chiede che gli eritrei “viaggino pure in aereo come noi”.

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Nel 2068 Milano sopra 32 gradi per 45 giorni. A Roma più caldo

Un 30 enne di oggi nato e cresciuto a Milano, a 80 anni avrà visto passare il numero di giorni dove la temperatura supera i 32 gradi centigradi da una settimana a un mese e mezzo l’anno. Nel 2068 Milano supererà quota 32 gradi per 45 giorni, oggi per 22 giorni, mentre nel 1988 era un evento decisamente raro: 8 giorni l’anno.
A Roma sarà leggermente più caldo, con quasi due mesi dove si supereranno i 32 gradi nel 2068, il doppio rispetto a oggi e oltre quattro volte quello che accadeva nel 1988. A Caserta, la città più calda d’Italia, trent’anni fa si superavano i 32 gradi 44 giorni l’anno, oggi 68 e fra 50 anni 86.

Questo è quello che ci racconta un’analisi a livello mondiale condotta per il The New York Times  dal Climate Impact Lab, un gruppo di scienziati del clima, economisti e analisti di dati del Rhodium Group, dell’Università di Chicago, della Rutgers University e dell’Università di Berkeley, in California. Le proiezioni sono basate sulle promesse di riduzione delle emissioni di gas serra sottoscritte con l’accordo di Parigi, anche se la maggior parte dei paesi non sembra al momento in grado di soddisfare tali impegni. In ogni caso, le mappe mostrano chiaramente che anche se le cose dovessero andare come promesso, il futuro sarà comunque più caldo del presente, anche se si tratterà comunque di un aumento più contenuto rispetto agli ultimi 30 anni.
Fra le altre cose il problema delle “ondate di calore” sarà dunque una questione tutt’altro che secondaria fra 50 anni per il 30 enne di oggi.

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Vivere senza stomaco dopo un tumore

VITE PAZIENTI – “Dall’esterno viene da pensare che sia impossibile vivere senza stomaco, e invece fortunatamente non è così. Il nostro socio più anziano, Salvatore, ha più di 80 anni e vive senza stomaco da anni suonando la sua fisarmonica, così come il nostro segretario Gianluigi. Il problema è che si tratta di una vita faticosa, dove il mangiare e il digerire diventano attività intorno cui ruotano le nostre giornate.

Nonostante ciò, il percorso di cura spesso non prevede la presenza di un nutrizionista in grado di seguire il paziente dall’intervento in poi, in grado di guidarlo in questa fase di così profondo cambiamento. Se vuoi il nutrizionista lo devi cercare in autonomia, a volte pagandolo di tasca propria, spesse volte imparando a conoscere il tuo nuovo corpo insieme a lui”.

Parla velocemente Claudia, con il suo caldo accento emiliano, mentre mi racconta della sua nuova vita cominciata dieci anni fa dopo una gastrectomia totale dello stomaco in seguito a un tumore. Claudia è di corsa, sono le dieci di mattina e sta ultimando i preparativi per iniziare il nuovo anno scolastico. Lei è insegnante ed è anche la presidente dell’associazione nazionale Vivere Senza Stomaco si può Onlus.

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Part-time e asilo nido: spesso alle donne non conviene lavorare

Secondo quanto era emerso da un rapporto dell’Ispettorato nazionale del lavoro del 2017, delle 30 mila donne che si sono licenziate nel 2016 il 5 per cento (1500 donne) l’aveva fatto per i costi troppo elevati nella gestione dei figli, a cui si aggiunge un altro 20 per cento (6000 donne) che si è licenziato perché non aveva modo di portare il bambino all’asilo nido per mancanza di posti. Oggi solo il 55 per cento delle madri italiane lavora, il 7 per cento è in cerca di lavoro e mentre il 36 per cento è inattiva. Fra coloro che lavorano, il 40 per cento ha un contratto part-time e per quasi la metà dei casi non si è trattato di una scelta volontaria ( Dati Istat )

Nel primo trimestre 2018 ( dati Istat ) in Italia lavorano 6 donne su 10 fra i 35 e i 44 anni, ma le differenze geografiche sono fortissime: lavora il 74 per cento delle donne al nord, il 66 per cento nelle regioni del centro e solo il 40 per cento nel meridione. Toccare il tema complesso del lavoro femminile è scoperchiare un vaso di Pandora, ma forse si può cominciare chiedendosi se in Italia oggi a una giovane madre che lavora “nell’esecutivo” convenga davvero lavorare part-time rispetto a non lavorare proprio, quando di mezzo c’è una retta del nido. Anche alla luce del fatto che in media una donna guadagna il 12 per cento in meno di un collega uomo a parità di mansione, e senza dimenticare che quando finisce il nido inizia il salasso dei centri estivi .

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