L’HIV in Africa, 30 anni dopo

APPROFONDIMENTO – Giampietro Pellizzer è un medico infettivologo, prestato in più occasioni a Medici con l’Africa Cuamm, uno di quelli che l’AIDS l’ha visto “nascere”, dalla fine degli anni Ottanta, e mettere in ginocchio un continente.

Due decenni di studio, progetti, strategie e negoziazioni con le realtà locali lo hanno convinto di una cosa: la principale sfida che dobbiamo affrontare per sconfiggere definitivamente l’HIV è ancora oggi strutturare delle strategie per portare i servizi alle persone, non solo aspettare le persone nei centri sanitari.

È il punto di partenza per porre le basi di una strategia di controllo concreta della malattia: convincere le persone a fare il test per l’HIV. Il primo degli obiettivi della strategia 90-90-90 delle Nazioni Unite per sconfiggere l’AIDS è fare in modo che entro il 2020 almeno il 90% della persone con HIV abbia fatto lo screening.

Ma siamo ben lontani da questo obiettivo. “In Tanzania il 5% della popolazione è sieropositivo ma solo il 70-80% dei sieropositivi conosce il proprio stato perché si è sottoposto al test” racconta Pellizzer a OggiScienza.

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Le due Italie su donne, aborto e contraccezione

APPROFONDIMENTO – Sulla salute riproduttiva delle donne e in particolare su come gestire l’aborto ci sono ancora oggi due Italie. C’è un’Italia che parla delle donne e alle donne, cercando di portare la discussione oltre la Legge 194, per garantire non solo la possibilità di aborto, ma un aborto sicuro per tutte; e c’è un’Italia che parla sulle donne, stabilendo quali siano i doveri del corpo della Donna per lo Stato. L’ultimo esempio viene da Verona, dove nei giorni scorsi è stata approvata da parte del consiglio comunale una mozione della Lega Nord, ma sottoscritta anche da esponenti del Partito Democratico, che dà il via libera al finanziamento pubblico ad associazioni cattoliche che portano avanti iniziative contro le interruzioni volontarie di gravidanza.

A Roma negli stessi giorni c’era l’altra Italia, che oltre al pane si spinge a chiedere anche le rose. Il 28 settembre, nella Giornata internazionale per l’aborto libero e sicuro, la Rete Nazionale Molto+di194 ha organizzato alla Camera dei Deputati la conferenza “Non tornare indietro: molto più di 194!” (il video è disponibile qui), che chiede a gran voce una presa di posizione netta da parte delle Istituzioni Sanitarie Nazionali su aborto e contraccezione gratuita. Il Ministero però stando a quanto si apprende è stato in silenzio, sia riguardo alle oltre 63.000 firme raccolte dal Comitato per la Contraccezione Gratuita e Responsabile tra dicembre e febbraio scorsi, sia sulla richiesta di interlocuzione formulata dalla Rete sulla possibilità di deospedalizzare l’aborto farmacologico e di estendere il limite del ricorso a 63 giorni, come prescrive l’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), contro i 49 giorni fissato dalle linee guida nazionali. L’aspetto paradossale è infatti che nel bugiardino del farmaco approvato da AIFA sono indicati 63 giorni di riferimento, e non 49.

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L’obbligo di non trascurare nuove realtà: il dramma dei migranti

Dal 2014 a oggi sono giunti nelle coste Euro- pee di Italia, Spagna e Grecia 1,8 milioni di persone mi- granti. L’equivalente di circa un quarto della popolazione londinese. A questi si aggiungono 16 mila morti in mare in quattro anni. Eppure, c’è chi ancora parla di invasione, facendone un’arma per la propaganda politica, e l’ambito sanitario è fra i più strumentalizzati. È la stessa politica nazionalista italiana, infatti, la prima a divulgare notizie false sulle condizioni di salute delle persone che arrivano in Europa, cavalcando l’onda lunga della paura da una parte del diverso e dall’altra del contagio. Eppure i dati raccontano una storia tutta diversa: chi arriva qui non porta vulnerabilità a noi autoctoni: chi arriva qui è vulne- rabile, e come tale va protetto. Non ci sono evidenze di focolai di malattie infettive, e in ogni caso i controlli alla frontiera sono effettuati a tappeto e in grado di individua- re chiunque non sia in buona salute prima che sbarchi. Non si può dire lo stesso della malattia mentale. Stupri, torture, omicidi visti con i propri occhi: questo è quello che si porta dietro chi riesce ad arrivare vivo in Italia dalla Libia. È da qui, e non dal ri uto di dare accoglienza, che dobbiamo partire per allinearci con il monito delle Nazioni Unite da qui al 2030: no one left behind, che nessuno sia lasciato indietro.

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No, le madri sole non se la passano bene. Sono doppiamente a rischio di povertà

In Europa oggi è come se una donna lavorasse gratis a gennaio e a febbraio, ogni anno, rispetto a un collega uomo. Le donne dovrebbero lavorare infatti 59 giorni in più all’anno per ricevere lo stesso stipendio di un maschio a parità di mansione, perché per ogni euro di stipendio di un uomo, una lavoratrice guadagna solo 84 centesimi.

Questo emerge da un rapporto di Oxfam fresco di pubblicazione, che – si badi – si basa prevalentemente su dati e testimonianze raccolti in Italia, Francia, Spagna e Regno Unito. Sappiamo bene infatti che parlare di “paesi ricchi” e “paesi poveri” è un modo frettoloso di trattare la questione. Il nocciolo è quanta disuguaglianza vi è all’interno di un paese, in questo caso quante donne invisibili si alzano ogni mattina per andare al lavoro sottopagate e vivendo una vita a rischio di povertà.

In Italia il 12% delle donne che lavora è a rischio povertà, numero che ci colloca al quarto posto in Europa e fra i paesi dove questo problema sta crescendo rapidamente. Si chiamano in inglese “low-paid workers”, lavoratori sottopagati: sono quelli che in Italia guadagnano 8,3 euro l’ora, in Francia 10 euro, in Spagna 6,6 euro e in Gran Bretagna 9,9 euro l’ora. Nel caso delle donne il meccanismo perverso è semplice: essere sottopagate e lavorare di meno, più il peso di tutte le attività di cura della famiglia, intendendo spesso anche gli anziani, porta molte di loro a essere lavoratrici sì, ma a rischio di povertà. In Europa due terzi delle madri single è in questa condizione, denuncia Oxfam.

Centrale è il problema del part-time involontario: a livello europeo sono almeno il doppio le donne che sono state costrette a “scegliere”un part-time involontario rispetto agli uomini. In Francia per esempio nel 2017 le donne rappresentano il 75,8% del totale dei lavoratori part-time involontari. Tendenze simili si riscontrano in Italia, con il 69,5% delle donne part-time involontarie, in Spagna (69,79%) e nel Regno Unito (59,5%).

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