Ripartire dalla scuola: lo dicono tutti gli analisti politici che si rispettano. Eppure i nuovi “Sciuscià”, i ragazzini italiani che non si sentono in diritto di appartenere al mondo dell’istruzione sono ancora tanti, troppi. I dati Eurostat mostrano che l’Italia è oggi quarta fra i paesi europei per quota di giovani che lasciano prematuramente gli studi. Nonostante siamo migliorati negli ultimi anni, la distanza con paesi come la Germania, la Gran Bretagna e la Francia è ancora elevata: il 14% dei 18-24 enni italiani non porta a termine un percorso di studi anche professionale dopo la scuola media. Questo gruppo rappresentava il 20% dieci anni fa, ma nei paesi sopra nominati oggi non si va oltre il 10%.
Nei giorni scorsi Istat ha pubblicato la Banca dati degli indicatori territoriali per le politiche di sviluppo , che ci permette di dettagliare questa situazione a livello regionale e di correlare questi dati con i numeri dei minori che vivono in condizioni di povertà ed esclusione sociale.
Sì perché la correlazione c’è, eccome.
Una malattia professionale costa 200 mila euro l’anno. Prevenirla molto meno
Secondo recenti stime del Centro Studi della Fondazione Ergo, mediamente fra costi assicurativi e previdenziali una malattia professionale costa all’Italia oltre 200 mila euro, un costo che complessivamente rappresenta circa lo 0,5% del PIL.
Una notizia forse positiva per l’Italia che riguarda il 2017 viene dai dati Inail, secondo i quali si sarebbe registrata nell’ultimo anno un’inversione di tendenza, cioè una diminuzione del numero di denunce pari al 3,5%, un calo dovuto prevalentemente alle minori denunce in Agricoltura: -10,2%. L’aspetto interessante, secondo gli esperti di Ergo, è che le denunce sono calate nonostante l’occupazione sia aumentata, cosa mai accaduta negli ultimi anni, forse per una maggiore sensibilità delle aziende ad attuare misure di prevenzione.
La maggior parte delle denunce del settore industria e servizi, il 44%, riguarda il sistema muscolo-scheletrico: 20 mila protocollate solo nel 2017, il 20% in più rispetto al 2011, anche se leggermente in calo rispetto al 2016. Il resto delle denunce, ulteriori 26 mila, sono cresciute del 18% rispetto al 2011. Dal 2011 al 2017 l’Inail si è visto pervenire 132 mila denunce per malattie dell’apparato muscolo-scheletrico e oltre 170 mila per altre malattie.
Screening preventivi, in Italia si fanno ancora troppo poco
SALUTE – Dal 2009 a oggi, in Italia, non ci sono stati passi in avanti importanti sulla prevenzione dei tumori attraverso i programmi di screening. Eppure è a tutti gli effetti la prima forma di cura. Va comunicato di più e va comunicato meglio, ma come riuscirci?
Oggi fra le donne il tumore alla mammella è al primo posto per mortalità in ambito oncologico, in tutte le fasce di età. Un terzo delle donne morte di cancro sotto i 50 anni deve dare la colpa a questo tumore, così come un quarto di quelle dai 50 ai 69 anni. Il cancro al colon-retto è invece al terzo posto fra le under 70 e al secondo fra le più anziane, mentre il tumore all’utero è al quarto posto come mortalità fra le donne più giovani.
Considerando l’intera popolazione, ed escludendo i carcinomi della cute, le sedi tumorali più frequenti sono appunto la mammella e il colon-retto (entrambi con il 14% dei tumori, cioè una diagnosi su sette).
Al tempo stesso l’87% delle donne è viva a cinque anni dalla diagnosi di tumore mammario, e il 70% a 5 anni da una diagnosi di tumore alla cervice uterina o al colon-retto. Complessivamente le donne hanno una sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi per qualsiasi tipo di tumore del 63%, migliore rispetto a quella degli uomini (54%), e in gran parte questa differenza è legata al fatto che nelle donne il tumore più frequente è quello appunto della mammella, caratterizzato, se preso per tempo, da una buona possibilità di totale guarigione.
Emergenza maltempo: Dolomiti bellunesi in ginocchio
CRONACA – In molti lo stanno dicendo, su blog e sui social network: in questi giorni di emergenza nazionale ci sono zone non raccontate, lasciate in disparte dall’informazione a livello nazionale, ed è un errore. Non solo di principio, perché senza renderci conto – o forse sì – continuiamo ad alimentare come giornalisti un’ottica urbanocentrica, dove la provincia non fa né clic né tendenza. Soprattutto un errore dal punto di vista dell’educazione alla gestione del rischio idrogeologico.
Parlo della (mia) provincia di Belluno, che con la modestia che è propria di una certa montagna sta mostrando come si fa fronte tutti insieme all’emergenza, risolvendo i problemi in breve tempo e coinvolgendo la popolazione per prevenire il rischio.
Dal 24 ottobre a oggi la Provincia di Belluno ha affrontato due problemi serissimi. Prima è arrivato un incendio che ha sfigurato i boschi dell’Agordino – complice probabilmente un albero caduto sui tralicci – dove turisti da tutta Italia vengono a passare le vacanze in estate e in inverno. Non a fine ottobre, in effetti. E viene da chiedersi se forse non sia questo uno dei motivi impliciti di uno scarso interesse dei media. A fine ottobre in alta montagna ci sono solo quattro montanari.
L’incendio ha travolto paesi interi, centinaia di persone sono rimaste senza casa, e lei, la Natura, è stata senza dubbio la più ferita. Non ci sono state vittime, anche perché nessuno ha osato fare passi falsi. Bisogna avere timore della Montagna quando è fragile per evitare di dover intonare una volta di troppo un canto a quel “dio del cielo, signore delle cime” che tutti conosciamo.
Ma non ci sono stati danni a persone anche perché da subito le istituzioni hanno operato in modo impeccabile, nonostante il vento devastante rendesse molto difficili le operazioni di spegnimento delle fiamme, impedendo di scaricare dall’alto acqua con gli elicotteri, in difficoltà anche ad alzarsi in volo. E il blackout che è seguito non ha aiutato.