Parti cesarei diminuiti in vent’anni solo in Piemonte e Basilicata. Cosa vuole dire?

Solo due regioni italiane, Piemonte e Basilicata, hanno ridotto il numero di parti cesarei negli ultimi vent’anni. Il Piemonte in particolare nel 1998 era la prima regione italiana per percentuale di cesarei sul totale dei parti, con il 50% di interventi. Nelle restanti regioni italiane non solo il numero di cesarei sul totale è aumentato, ma è ben oltre i livelli consigliati dalle autorità competenti. Lo racconta l’ampio rapporto OASI 2018 redatto da Bocconi e CERGAS e pubblicato in questi giorni.

La percentuale di parti cesarei sul totale dei parti costituisce un indicatore utilizzato dal Comitato ministeriale dei Livelli Essenziali di Assistenza per il monitoraggio dell’efficienza e appropriatezza dei LEA. La percentuale a livello regionale è valutata soddisfacente dal Comitato LEA se corrisponde a un valore inferiore al 30% dei parti totali.L’Organizzazione Mondiale della Sanità è ancora più severa. Già nel 1985 fissava una soglia massima di 15 parti cesarei su 100 per periodo. Oggi solo alcune regioni rientrano negli standard ministeriali con meno di un terzo dei parti che si svolge tramite il cesareo e nessuna soddisfa le ambiziose soglie dell’OMS. In particolare tutte le regioni del Nord, ad eccezione della Liguria, rispettano l’indicazione ministeriale, mentre il centro sud, tranne Toscana e Umbria, non rispetta la soglia fissata da ministero. In Campania addirittura sei donne su dieci che hanno partorito nel 2016 hanno vissuto il cesareo, in Sicilia quattro su dieci.

Continua su Il sole 24 Ore

Una domanda per il 2019

pnd.jpg
Picasso, Sulla spiaggia

Ogni anno il 31 dicembre scatta il momento in cui spuntano come talpe i post su facebook e su Instagram sui bilanci personali dell’anno che sta per terminare. Il più delle volte si tratta di considerazioni sulla propria persona. Valutare l’anno in base a ciò che io ho ottenuto.

Ciò premesso per dire da subito che questa mini riflessione non ha nulla di personale, e per questo la condivido.

Questa mattina mentre pulivo a fondo casa (anche questo ha un suo valore simbolico a fine anno, se vogliamo) ascoltavo la puntata di ieri di Uomini e Profeti su Radio 3, con Vito Mancuso, che io apprezzo molto. (La trovate qui). Si parlava di Bellezza e del suo valore salvifico, a partire dall’arcinota citazione da Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”. Affermazione che però, come precisa Philippe Daverio in diverse sue lezioni, non si riferisce all’accezione della bellezza come ‘pulchritudo’ ma come ‘armonia’ pitagorica.

Che barba, si può dire. Volare troppo in alto da dimenticarsi di guardare a terra. A un certo punto però viene citata Hannah Arendt e la domanda sul perché dobbiamo fare il bene anche quando non conviene. Tac, ci siamo: penso che sia questa la domanda che è bene portarci nel 2019. Una domanda antichissima, dato che già Aristotele si interroga su  una possibile risposta. Eppure, leggendo i giornali ogni giorno e occupandomi nel mio piccolo di informazione, mi par di notare che noi giornalisti, noi politici, noi cittadini, non diamo abbastanza spazio a questa domanda. Nonostante la risposta che decidiamo di darvi finisca per determinare il nostro modo di fare informazione, di raccontare le cose. E quindi di vivere. Penso ovviamente alla direzione che parte dell’Italia, la parte più corposa, sta prendendo sul fenomeno dell’immigrazione e dell’accoglienza. Torno sempre lì, lo so, ma trovo sia il quid della nostra epoca.

Aristotele per esempio si era risposto che il fondamento dell’etica è fisico (cioè dobbiamo fare il bene perché esso è connaturato nel nostro essere, fa parte dell’ordine del mondo. Una volta conosciuto il Bene non possiamo non farlo). La tradizione Cristiana – per fare un altro esempio – aveva posto il fondamento dell’etica nella metafisica (dobbiamo fare il bene perché ce lo chiede Dio con la Rivelazione). E ancora, la modernità illuminista propone di fondare l’etica sulla politica, sulla giurisdizione (devo fare il bene perché è la legge che me lo impone). Per Hannah Arendt nessuna di queste risposte è sufficiente: il fondamento dell’etica è estetico:

“Il problema sta tutto nel decidere con chi voglio stare insieme, senza basarmi su norme e regole oggettive di comportamento.” scrive Arendt nelle Lezioni sulla Filosofia Morale. “Con chi desideriamo stare insieme? Le nostre decisioni dipendono dalla scelta dei nostri compagni, con cui desideriamo passare il resto dei nostri giorni”. Una scelta – chiosa Mancuso – che dipende unicamente dal gusto, dalla “sintonia”.

Mi pare che noi oggi non abbiamo chiara la risposta alla domanda sul perché dobbiamo fare il bene anche se non conviene. In realtà – come dicevo – trovo che il primo problema è che non ci poniamo nemmeno abbastanza la domanda, dando per scontato – anche noi giornalisti nel porre la faccenda – di dover “convincere” che bisogna accogliere, perché ci conviene. “Abbiamo bisogno di braccia in più”, “ci sono lavori che gli italiani non vogliono più fare”, “abbiamo bisogno di qualcuno che paghi le nostre pensioni”.

Io non sono una filosofa, per carità, ma mi pare che anche la visione “illuminista” che fonda l’etica sulla legge, ci porterà poco lontano. Forse, assumendo che il bene si fonda sulla sintonia estetica, e quindi lavorando noi giornalisti in primis (dato che la politica non lo farà a breve) sul racconto del bello dell’altro, accanto ovviamente al brutto che pure c’è, può, molto lentamente, farci andare nel 2019 nella direzione più giusta.

Anche se magari non ci conviene.

Update: Oggi, 1 gennaio, ascolto il discorso di ieri del Presidente Mattarella, che riassume bene il nocciolo che qui ho provato a mettere per iscritto.

“È l’immagine dell’Italia positiva che deve prevalere”.

 

Perché gestire il diabete di un figlio è un lavoro

VITE PAZIENTI – Maia è fortunata. È nata in una famiglia che ha gli strumenti per comprendere la sua neonata malattia, il diabete di tipo 1, e per gestirla in maniera efficace. Il diabete è una patologia complessa, specie per un bambino. È una condizione che ti cambia la vita, ma spesso non abbastanza.

“In molti, semplicemente, quando va bene riescono a prendere tutti i farmaci che devono. Ma sono poche le famiglie che rivoluzionano la propria alimentazione intorno alla nuova condizione del figlio o della figlia”, mi racconta Marina Cingolani. Lei è traquesti genitori e cura con estrema attenzione l’alimentazione di Mai. “Senza privazioni”, precisa, “solo evitando cibi che a lungo andare sono nocivi per mia figlia, come alimenti che contengono molti zuccheri”.

Continua su Oggiscienza

Retribuzioni: i nuovi rapporti di lavoro sono sempre meno pagati. I numeri

Una nota rilasciata da Istat qualche giorno fa sulle retribuzioni orarie nel settore privato sottolinea due aspetti importanti. Primo, nel 2016 i nuovi rapporti di lavoro sono risultati meno pagati rispetto a quelli già in essere, con una retribuzione oraria pari a 9,99 euro, più bassa del 18,4% rispetto a quella dei rapporti esistenti, pari a 12,25 euro l’ora. Il valore mediano della retribuzione media, ovvero quello situato a metà della distribuzione, è pari a 11,06 euro nel 2014 e a 11,21 euro nel 2015 e nel 2016. Una crescita dunque tutto sommato inesistente, soprattutto se la confrontiamo con la retribuzione oraria media che è cresciuta dal 2014 al 2015 (da 13,80 euro a 14,01 euro) ma si è abbassata fra il 2015 e il 2016, raggiungendo nell’ultimo anno i 13,97 euro orari.

Questo nonostante la quota dei cosiddetti low pay jobs, cioè i lavori sottopagati, sia ufficialmente scesa dal 2014 al 2016, anche se a Sud si rimane ancora sopra il 10%. Diciamo “ufficialmente” perché Istat considera per ovvie ragioni solo i rapporti di lavoro regolari.

Continua su Il Sole 24 Ore