Alla carne artificiale manca la ricerca di base

Stando a sentire gli industriali che vi si stanno dedicando – per esempio Mosa Meat, la start-up olandese che produce hamburger in laboratorio – la possibilità di produrre carne artificialmente, in laboratorio, liberando gli animali da questa mannaia, è sempre più concreta. Il parere dei ricercatori è invece più cauto: permangono ancora troppi ostacoli tecnici dovuti alla mancanza di un’adeguata ricerca di base, che è conseguenza di investimenti troppo scarsi da parte del mondo accademico e delle istituzioni. Negli ultimi due anni, le start-up di “clean meat” hanno raccolto decine di milioni di dollari da miliardari come Bill Gates e Richard Branson e dai giganti dell’agricoltura Cargill e Tyson. Eppure, nonostante il crescente interesse commerciale i critici sostengono che l’industria non ha molte delle competenze scientifiche e ingegneristiche necessarie per produrre carne artificiale davvero di qualità a prezzi di mercato. C’è poi l’eterno problema di questi casi: i progressi fatti dalle ditte commerciali sono spesso protetti come segreti commerciali.

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Gender gap o confidence gap? Tutta colpa dell’effetto Hermione Granger

I giorni scorsi il New York Times ha pubblicato un articolo provocatorio dal titolo “Perché le ragazze battono i ragazzi a scuola ma perdono terreno in ufficio ”. L’autrice, Lisa Damour, psicologa, si interroga da tempo sulle ragioni di questo fenomeno, proponendo una possibile risposta: oltre ai motivi che ben conosciamo – scarso supporto alla maternità, gender pay gap – un ruolo lo gioca il cosiddetto “confidence gap”, un gap di fiducia in se stesse. In sostanza secondo l’autrice oggi la scuola è ancora una fabbrica di fiducia per i nostri figli, e una fucina di competenze per le nostre figlie.
Viene automatico andare a vedere che cosa dicono i dati a riguardo. La fonte più utile in Italia è Almadiploma, che in effetti evidenzia un gap di genere, almeno nelle scuole superiori, apparentemente a favore delle ragazze, quanto a risultati scolastici. Il 10% delle femmine è uscito dalla scuola media nel 2018 con un voto pari a 10 o 10 e lode, contro il 7% dei maschi. Il 25% con un voto di 9, contro il 19% dei maschi. Al contrario, il 9% delle ragazze ha ottenuto un voto appena sufficiente (6/10) e il 25% un voto pari a 7/10, contro rispettivamente il 13,7% e il 30% dei ragazzi. Lo stesso trend si riscontra nel voto di diploma. L’8,3% dei maschi ha ottenuto il minimo sindacale, cioè 60/100, il doppio delle ragazze, e il 31,7% un voto inferiore a 70/100, contro il 22% delle ragazze. I centini invece sono per la maggior parte donne: l’8,3% delle diplomate contro il 5,6% dei diplomati.

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Quali sono le grandi paure del mondo? L’Europa pare indecisa

Nel complesso il cambiamento climatico è ancora la principale paurafra i 26 paesi considerati nel sondaggio di Pew Research pubblicato in questi giorni. Il 67% degli intervistati dichiara di avere coscienza del fatto che è questa la principale minaccia che dobbiamo affrontare, anche se non distanzia di molto gli altri due principali timori: l’ISIS (che preoccupa il 62% degli intervistati nel mondo) e i cyberattacchi da parte di altri paesi, che preoccupano il il 61% dei partecipanti al sondaggio. Quest’ultima paura è in grande crescita: solo in un anno la percentuale di chi ha sottolineato questo aspetto è aumentata del 7%.

La buona notizia è che dal 2013 abbiamo registrato un aumento significativo di persone che percepiscono l’urgenza di fare qualcosa contro il cambiamento climatico. È diminuita invece la quota di persone che percepisce come minaccia l’ISIS (siamo passati dal 66% del 2017 al 62% del 2018).
Sicuramente la posizione politica ha un suo peso, anche in Europa. I sostenitori di alcuni partiti populisti di destra sono meno preoccupati degli altri del cambiamento climatico. In Germania per esempio chi dichiara un’opinione favorevole di Alternative for Germany (AfD) mostra una probabilità di 28 punti percentuali più bassa di affermare che il cambiamento climatico sia una grave minaccia per il proprio paese rispetto a chi non supporta quella parte politica. Differenze importanti su questo tema emergono anche tra sostenitori e non di UKIP nel Regno Unito, del Fronte Nazionale francese, del Partito per la Libertà (PVV) nei Paesi Bassi.
Viceversa, chi ha una posizione politica più a destra sia in Europa che in Nord America è maggiormente preoccupato per l’ISIS: differenze di oltre 20 punti percentuali nei Paesi Bassi, in Canada, negli Stati Uniti e in Svezia.

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È ora di ribellarci al tempo

SALUTE – “Perché ci ribelliamo” è il titolo emblematico che Victor Montori, medico presso la nota Mayo Clinic americana, ha scelto per il suo nuovo libro, uscito in queste settimane a cura de Il Pensiero Scientifico Editore. L’idea di fondo, innovativa, di Montori è che senza fare la rivoluzione non è più possibile pensare a una cura che sia davvero attenta e premurosa – per citare il sottotitolo – verso il paziente. Chiaramente Montori non si riferisce alla messa a soqquadro del sistema sanitario, ma a una necessaria ricalibrazione delle tempistiche per decostruire l’”industrializzazione della medicina”, che implica sempre meno tempo da dedicare al paziente e sempre di più per alimentare il sistema, che giustamente si fa via via più informatizzato, e che trasforma piano piano, in modo impercettibile, il medico o l’infermiere in utenti.

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