Quello che abbiamo fatto in 25 anni contro l’epilessia non basta

Un’ampia revisione sistematica su 195 paesi, pubblicata su The Lancet, mostra che l’epilessia è ancora una causa importante di disabilità e mortalità, specie nei paesi più poveri del mondo. Questo nonostante tra il 1990 e il 2016 sia diminuito il carico di malattia, burden of disease, ovvero una misura dello scarto tra lo stato di salute effettivo di una popolazione e quello atteso – in cui tutta la popolazione raggiunge l’aspettativa di vita prevista senza i più importanti problemi di salute -.

Questi cambiamenti non sono tanto il risultato di una differenza nella prevalenza dell’epilessia, quando della riduzione del tasso di mortalità e della gravità della malattia. Il basso tasso di mortalità nei paesi ad alto SDI (Status Socio Economico) ci fa capire che le tante morti per epilessia idiopatica nei paesi a basso reddito sono evitabili.

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Quanto investono sulla difesa dell’ambiente le aziende italiane?

Nel complesso il trend rilevato da Istat nell’ultima nota è positivo: nel 2016 la stima degli investimenti realizzati delle imprese industriali per la protezione dell’ambiente è risultata pari a 1.437 milioni di euro, un +2,3% rispetto al 2015.

Tuttavia questa crescita è stata in realtà positiva solo per le imprese di piccola e media dimensione che hanno registrato un +12,9% sull’anno precedente, per un totale di 36 milioni di euro spesi. Le grandi imprese – con oltre 250 dipendenti – invece hanno investito di meno in questa direzione nell’ultimo anno: 1.123 milioni di euro, quattro milioni in meno dell’anno precedente.

Rimane comunque saldo il fatto che in termini assoluti la quota più consistente degli investimenti proviene dalle aziende di grandi dimensioni. Le imprese con oltre 250 addetti investono in sostenibilità ambientale il 6,7% dei propri investimenti, contro l’1,6% (1,5% nel 2015) delle imprese più piccole. L’intensità degli investimenti per addetto dipende ancora una volta dalla dimensione aziendale. Si passa infatti dai 110 euro per addetto nelle imprese di piccola e media dimensione (erano 98 euro nel 2015) ai 1.171 euro in quelle con oltre 250 addetti (contro i 1.194 euro pro capite nel 2015).

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Impulsività decisionale e Parkinson: nessun effetto negativo dopo la stimolazione cerebrale profonda

Da Trieste arriva una buona notizia: sottoporsi da malati di Parkinson a un intervento di stimolazione cerebrale profonda (Deep Brain Stimulation – DBS) del nucleo subtalamico non sempre porta a essere più impulsivi nelle proprie scelte, esponendo se stessi a maggiori situazioni di rischio. Ricerche precedenti avevano evidenziato che questo intervento può esporre i pazienti a cambiamenti nel comportamento e nei processi decisionali, attraverso ossessioni o atteggiamenti compulsivi, come la tendenza ad assumere rischi ingiustificati nel gioco o a non saper resistere alle tentazioni del cibo.

Davanti alla famosa domanda: ‘meglio un uovo oggi o una gallina domani?’ le persone operate mostrano un trend di comportamento simile non solo agli altri malati non trattati con DBS, ma anche alle persone sane. La ricerca è stata condotta da un’equipe guidata da Marilena Aiello, neuroscienziata, e da Raffaella Rumiati, direttrice del Laboratorio Neuroscienze e Società della SISSA in collaborazione con gli “Ospedali Riuniti” di Trieste e l’Azienda Ospedaliera Universitaria “Santa Maria della Misericordia” di Udine. È stata pubblicata su Journal of Neurology.

L’operazione di DBS consiste nell’introduzione di un elettrodo che stimola il nucleo subtalamico – un’area del cervello che nei malati di Parkinson mostra un’attività eccessiva – e lo silenzia, riducendo i sintomi della malattia.

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Abbattere lo spreco alimentare con la circular economy

Si stima che lo spreco di cibo a monte nella grande distribuzione in Italia, cioè già da mettere in conto nel momento stesso in cui un prodotto sale su un camion per essere distribuito, vari dal 40% al 60%. Come dire che su dieci mele appena raccolte, sappiamo già che mediamente la metà non sarà venduta. In filiere di altro tipo, come le cosiddette filiere corte o acquistando direttamente dai produttori senza intermediari, lo spreco si riduce al 5% al 10%. Un bel salto. Ampliando lo sguardo, la FAO stima che oltre un terzo del cibo prodotto al mondo vada perso.

Il grosso problema dello spreco alimentare

Le parole usate anche in questo ambito hanno il loro peso. Finalmente nel 2017 è stata varata la Legge 166 sullo spreco alimentare che ha sostituito la Legge 155/2003 detta “del buon samaritano”, regolamentando per la prima volta la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici non più commerciabili, a fini di solidarietà sociale. La nuova legge ha sostituito soprattutto il termine rifiuto, passando a parlare di eccedenza come valore, in linea con le logiche della Circular Economy.

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