Un anno senza precedenti che per essere compreso richiederà tempo, dati e studio. Come regalo di Natale ci siamo chiesti quali sono i cinque libri da leggere per migliorare nel nostro lavoro, quali sono le domande a cui dobbiamo prepararci a rispondere, in quale direzione puntare il canocchiale. Abbiamo scelto cinque libri più uno, per rilassarci. Buona lettura.
Ciascuno di noi consiglia 5 libri che sono utili per il suo lavoro + 1 per lo spirito. Roba vecchia, roba nuova, roba usata, roba blu. Quando Andrea Gianotti torna dalla corsa manda anche i suoi. Intanto i miei, quelli di Riccardo Saporiti e Luca Tremolada.
In molti (non scienziati, ma giornalisti o “pensatori”) cominciano a snobbare la parola “resilienza”, come sempre accade quando un concetto arriva talmente sulla bocca di tutti da essere quasi di moda. Ma ciò non toglie che il concetto di resilienza sia fondamentale in politica e in sanità pubblica. È un modo di considerare i problemi, di settare gli obiettivi di nuove politiche di modo che i sistemi siano sufficientemente elastici perché nessuno rimanga troppo indietro. È uno sguardo e, più se ne parla, più rientra piano piano nelle visioni del mondo di tutti, meglio è. Per esempio, quando ragioniamo di salute materno-infantile e di Covid-19.
La rivista scientifica The Lancet ha pubblicato in questi giorniun lungo articolo che chiede un’analisi delle conseguenze a breve, medio e lungo termine di questa pandemia sulla salute di mamme e bambini, esaminando cosa è accaduto dopo i precedenti shock socioeconomici.
Cosa è accaduto dopo la crisi del 2008
La crisi finanziaria globale del 2008 per esempio, si è fatta sentire parecchio sulla qualità della salute materno-infantile sia nei paesi più ricchi che in quelli a basso reddito (la classificazione 2020-21 dei paesi in base al reddito nazionale si trovasul sito web della World Bank). In alcuni paesi a basso e medio reddito una riduzione del
Il 3 dicembre 2020 a per la prima volta sono cambiati i dati sul numero di entrate in terapia intensiva per COVID-19. “Ma non li avevamo già?” No, avevamo il totale dei ricoverati ogni giorno, cioè il risultato fra le entrate giornaliere, le uscite giornaliere (nel bene e nel male) e chi era in terapia intensiva anche ieri, e c’è anche oggi. Come abbiamo detto in più occasioni però, avere la somma senza gli addendi è un risultato parziale, perché non ci dice come davvero stanno i sistemi sanitari regionali, e in particolare se il carico è tale da permettere alle strutture di seguire al meglio i malati, come medici e infermieri desidererebbero. Un esempio di fraintendimento che ne deriva: i salti di gioia mediatici di chi legge un -20 terapie intensive senza chiedersi se le persone siano uscite vive o morte, e quante ne siano entrate. Un -20 può significare molte cose:
– che non è entrato nessuno di nuovo e che 20 persone sono uscite vive perché stavano meglio; – che non è entrato nessuno di nuovo e che 20 persone sono decedute; – tutte le combinazioni possibili dei numeri fra entrati e usciti dalle TI. Per esempio che 1 persona è entrata e 21 sono uscite, o che 10 pazienti sono entrati e 30 usciti, o che 100 persone sono entrate e 120 sono uscite (vive o morte).
Le combinazioni sono un numero non infinito, avendo il dato dei contagi e dei decessi, ma comunque tante, ovviamente alcune più probabili di altre. Abbiamo fatto tutta questa noiosa premessa per dire che al momento non avendo avuto i dati sui flussi di entrate e uscite, non avevamo gli strumenti precisi per capire quanto bene o quanto male stavano andando le cose nelle varie regioni, anche se l’aumento quotidiano dei decessi qualche orientamento che lo dava.
La novità – avere cioè i dati di chi è entrato in terapia intensiva in un dato giorno (e quindi avere il dato di chi è uscito, dato che basta fare la sottrazione fra le due colonne della tabella) – è un bel passo in avanti, e pure noi menagrami di Infodata, mai contenti, siamo lieti di questa conquista.
Ma non basta. Speriamo di avere presto i dati su dove sono morti i pazienti: se in terapia intensiva, o nei reparti cosiddetti “non critici”, dove comunque la mortalità c’è eccome e basta leggere i bollettini giornalieri di alcune ASL che autonomamente condividono questo dato insieme all’età dei deceduti (come fa per esempio la ULSS 1 Dolomiti ) , o addirittura a casa. Sono scenari diversi, che ci dicono cose diverse.
Quella del 5 dicembre sulle montagne bellunesi è la sera più magica dell’anno: i paesi preparano piccoli falò per strade e piazze, e ogni famiglia lascia fuori dalla porta paglia e carote per l’asinello e vino e biscotti per San Nicolò (con una c, alla veneta). I bambini vanno a dormire presto, nell’attesa dell’arrivo del Vescovo che passa con il suo carretto a portare i regali per le case. Nel tempo si è confuso esteticamente con Babbo Natale, tanto che ricordo che da bambina lo disegnavamo con le fattezze di Santa Klaus. In realtà la tradizione è un’altra, e la storia altra cosa ancora. Ora vi beccate il pippone. San Nicolò è San Nicola, un vescovo, e come tale si presenta: con la mitra (non il mitra, la mitra, il copricapo). Sulle Dolomiti crediamo che abiti in cima a qualche montagna, e che la notte del 5 dicembre scenda con il suo asinello e con un carretto pieno di regali (oggi che far regali è facile), e di Scarobole (carrube), stracaganasse (castagne secche) e mandarini (ieri, nei ricordi di genitori e nonni). Ogni paese ha elaborato la sua tradizione: se a Longarone San Nicolò è scortato dai suoi “accompagnatori”, a Cortina è seguito dai Krampus, diavoletti dall’aspetto spaventoso. Sicuramente ci sono tradizioni di altri paesi bellunesi che non conosco. Storicamente invece il culto di San Nicolò deriva da quello di Nicola di Myra, vescovo di Myra, nell’attuale Turchia, vissuto 300 anni dopo Cristo. Si ipotizza che abbia partecipato addirittura al Concilio di Nicea, nel 325 dC, quello dove si stabilì la prima versione del “Credo”, che in termini precisi di definisce “Simbolo apostolico”. Bon basta, che se parto con la storia medievale vado avanti ore e l’unico lettore che rimane è Marco Perale ;).
san Nicolò a Longarone nel 2018 –
Ieri sera è stato triste perché, come è ovvio, non c’è stato nessun falò nelle piazze, nessuna attesa sulle strade per vedere spuntare l’asinello. Almeno a Longarone. A Castel invece, trattandosi di un paese piccolo con pochi bambini, San Nicolò è passato a bussare porta per porta, senza entrare e con tutti i crismi sanitari. Solo per salutare, e mi dicono che i bambini erano felici. Ieri sera ripensavo ai tanti falò della mia vita, anche a quello dell’anno scorso dove la Pro Loco aveva preparato panini con Pastin e vino per i genitori che aspettavano. Quanta festa, quanta magia, quanta spensieratezza, pur ognuno con i propri problemi.
SS51 fra Longarone e Zoldo, ieri sera
Ha fatto anche tanta fatica, stanotte, San Nicolò. Per il bellunese è stata un’altra notte difficile, a causa del maltempo, giusto per ribadire i contenuti che avevo condiviso ieri su Facebook, la lettera di una bellunese a Selvaggia Lucarelli sul vivere in Montagna. Anche ieri frane grosse, un ponte crollato, smottamenti, paesi isolati… La Val di Zoldo sarà isolata – leggo dalla pagina Facebook del sindaco – per una settimana. L’unica via d’accesso è il passo Staulanza, cioè da Agordo, ma servono gomme da neve serie. Questa situazione ha indotto la nostra provincia a interdire l’accesso ai turisti in alcuni comuni del territorio. Non venite per favore, lasciate libere le strade. La ULSS Dolomiti ha dovuto anche interrompere da ieri a domani le attività di esecuzione tamponi in drive in, per non far spostare nessuno. Il vecchio detto “an bisest, an funest” calza a pennello in questo 2020. Speriamo avesse ragione Sofocle, quando scrive nell’Antigone che “Nulla di grande entra nella vita dei mortali senza una maledizione”.
Per il resto, i miei soliti consigli di lettura EP per selezionare qualcosa senza essere fagocitati dal caos informativo. Prima che mi dimentichi, stasera a Che Tempo che Fa c’è Eric Topol, da non perdere. È Direttore dello Scripps Research Translational Institute e tra i 10 ricercatori più citati al mondo nella medicina. Un influente “giusto” dell’innovazione in medicina. Come consigli direi “La difficile scelta del giusto vaccino” pubblicato da EticaEconomia e per chi legge l’inglese, l’editoriale di Fiona Godlee su BMJ “La lezione persa sul Tamiflu“. Riporto anche il testo del post di Luca De Fiore che come al solito è uno dei pochi a metterci la faccia e toccarla piano: «se desiderassimo migliorare la comunicazione da parte di chi ci governa e dei medici che parlano in tv, dovremmo obbligarli a leggere due ore al giorno quello che scrivono le persone serie.» Sempre Luca scrive un post utile dal titolo “Piano vaccinale covid-19: strategico senza strategia“. “Strategico senza strategia” potrebbe essere il titolo di un libro sulla faccenda italica, quando sarà passato sufficiente tempo da aver senso tirare le somme in un libro. Ma mi fermo qui, che già faccio fatica a trattenermi negli ultimi giorni dal commentare alcuni recenti sviluppi che meriterebbero almeno un ricalibramento politico. Bon mi fermo qua.
Un consiglio non di scienza, ma che mi sento di dare riguarda il tema della Patrimoniale, come arma (giusta) insieme ad altre per provare a contrastare la polarizzazione della ricchezza. Questo articolo di Giacomo Gabbuti (ricercatore a Oxford) su Jacobin, è ottimo. Se volete vedere qualche dato sull’Italia, qui una sintesi di cose che negli anni abbiamo messo in fila su Infodata.
Sto rileggendo quanto ho scritto finora, e noto che oggi non riesco a essere ironica, non mi viene da ridere, neanche da sorridere. Succede anche questo, e non ha senso mostrarsi per ciò che non si è, nemmeno in post come questo. Sono nostalgica oggi, vorrei una parentesi da questo lungo inverno, e invece bisogna tenere duro. Riguardo le foto di un anno fa come gli anziani che ricordano i tempi andati. Dante lo scrive benissimo nel canto di Paolo e Francesca. «Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.»
Vediamo se San Nicolò ha portato qualcosa anche a me.