Italia: 5006 casi di morbillo nel 2017, nel 2016 erano 862

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SALUTE – Già lo scorso ottobre mostravamo come il nostro paese fosse al quinto posto nel mondo per numero di casi di morbillo, e al terzo in Europa dopo Romania e Ucraina. Oggi che abbiamo i dati completi per il 2017 (pubblicati sia dall’OMS che da ECDC) possiamo finalmente fare il punto: con 5006 casi confermati e 4 morti siamo il secondo paese in Europa per numero assoluto dopo la Romania (5006 casi contro 5562 e 4 morti, di cui 3 sotto i 10 anni di età, contro 19 in Romania), e quarti come tasso di incidenza con 83,7 casi per milione di abitanti. Un boom rispetto al 2016, dove avevamo avuto 13 casi per milione di abitanti. Per fare un paragone, paesi come Germania, Francia, Regno Unito e Spagna hanno contato rispettivamente 927 , 520, 282 e 152 casi nell’anno appena trascorso. In questi giorni sono arrivati inoltre i dati relativi a gennaio 2018 pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità: dal 1 al 31 gennaio 2018, 12 regioni hanno segnalato al Sistema nazionale di sorveglianza integrata morbillo e rosolia 164 casi di morbillo, inclusi 2 decessi.  Il 40% ha sviluppato almeno una complicanza, mentre oltre la metà è stato ricoverato.

Si tratta comunque di un trend in crescita che si conferma in tutta Europa: nel 2017 si è registrato un numero di casi di morbillo quattro volte superiore rispetto all’anno precedente: 21 315 persone colpite e 35 morti, dopo il minimo storico di 5273 casi nel 2016. In generale, un paese su quattro è colpito da un’epidemia di morbillo (15 paesi su 53). Nel nostro paese parliamo di una differenza enorme: 862 casi nel 2016 contro i 5006 del 2017.

Il dato positivo per l’Italia però c’è: negli ultimi mesi del 2017 l’incidenza è andata calando in maniera evidente. Se a marzo un caso di morbillo su 3 in Europa era italiano, a dicembre lo era solo il 3,3% dei casi.

Ciononostante i 4 morti ci sono stati, così come complicanze fra chi è stato colpito. L’ultimo bollettino su morbillo e rosolia dell’Istituto Superiore di Sanità segnala che il 35,8% dei casi ha riportato almeno una complicanza. Quella più frequente è stata la diarrea, riportata nel 15,9% dei casi, ma si sono stati segnalati 378 casi di polmonite (7,6%) e 2 casi di encefalite. Altre complicanze riportate includono casi di stomatite (730 casi), cheratocongiuntivite (496 casi) ed epatite (444 casi).

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Servizi per l’infanzia: in Italia solo 1 bambino su 10 li usa

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Il problema della disoccupazione femminile da record e del gender pay gap in Italia passa anche per la possibilità di avere servizi di accudimento dei figli in orario extrascolastico a prezzi sostenibili per tutte le famiglie. In questo senso il dato preoccupante che emerge da recentissimi dati Eurostat è però che nel nostro paese il 91,7% delle famiglie italiane non utilizza alcun servizio di questo tipo, contro una media europea è del 61,3%.
In Europa il 39% dei bambini con meno di 12 anni riceve questi servizi, e per due su 3 bambini che li usano il servizio la famiglia li paga, mentre un bambino su 3 riceve il servizio gratuitamente per ragioni economiche. In Italia queste percentuali sono rispettivamente del 4,9% (chi paga il servizio) e 3,9 (chi usufruisce ma non paga). Senza paragonarci al solito Nord Europa che in questo ha da decenni un sistema completamente diverso dal nostro (In Danimarca solo il 14% dei bambini non usa questi servizi) in Francia, Germania e Regno Unito a non usarli è rispettivamente il 59%, il 36% e il 35% dei bambini.

I dati Eurostat provengono dall’EU-Statistics on Income and Living Conditions (EU-SILC) database per il 2016 sulla distribuzione del reddito, la povertà e le condizioni di vita. Con “formal childcare” Eurostat si riferisce a qualsiasi tipo di assistenza organizzata o controllata da una struttura pubblica o privata. Ciò significa che sono inclusi per esempio i babysitter qualificati organizzati e controllati da una struttura, anche se sono pagati direttamente dai genitori, ma non quelli che vengono “assunti” direttamente dalle famiglie.

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Le illusioni perdute dei dottori di ricerca

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Secondo quanto emerge da un recente rapporto di Almalaurea, i dottori di ricerca italiani non sembrano essere molto soddisfatti della propria condizione attuale, specie quanto a possibilità di carriera. Solo poco più della metà (il 58%) di chi ha risposto al questionario (2.409 dottori di ricerca del 2016 provenienti da 15 atenei italiani) ha dichiarato che se potesse tornare indietro intraprenderebbe lo stesso percorso di studi. Un altro 25% si iscriverebbe a un dottorato simile all’estero (una persona su 3 fra quelli che durante il dottorato hanno effettivamente svolto un periodo all’estero), mentre 8 ragazzi su 100 cambierebbero decisamente strada.

Perdita di interesse? Offerta didattica scadente? No, obiettività sulla difficoltà di fare carriera in Italia o per lo meno di continuare il proprio percorso qui. Tre dati sono interessanti a questo proposito: il fatto che il 54% dei rispondenti abbia dichiarato che la possibilità di carriera è fra priorità per la scelta professionale post-dottorato, il fatto che nella valutazione che i dottori hanno dato alla propria esperienza, la voce “prospettive di carriera” è quella che ha ottenuto di gran lunga il punteggio più basso (5,8 su 10); e infine che solo il 21% in media dei dottori proverà a intraprendere la carriera accademica in Italia, cioè fare ricerca nel pubblico.

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Non fare figli non è una colpa, essere sottopagate sì

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In molti si sono indignati nei giorni scorsi all’uscita di alcuni dati Istat che hanno sottolineato un nuovo record per l’anno appena trascorso: quasi la metà delle donne fra i 18 e i 49 anni, cioè in età potenzialmente fertile, non ha dei figli.

Non serve dirlo, il tono con il quale la notizia è stata diffusa sui media è stato ancora una volta di sgomento giudicante: troppe donne oggi preferiscono posticipare la maternità per poter consolidare la propria posizione lavorativa dopo anni di studio, di specializzazione. Un posticipare che “spesso si traduce in una rinuncia”, ha scritto qualche esperto. Senza considerare che i figli non li fanno solo le donne ma le coppie, nella maggior parte dei casi.

Ancora una volta il messaggio fra le righe è che queste donne sono colpevoli di non aver fatto tutto ciò che avrebbero potuto fare, invece di cogliere l’occasione per parlare di lavoro e del fatto che oggi una donna con meno di 30 anni che inizia un percorso professionale da professionista guadagna il 10% in meno di un suo collega uomo. Gap che fra i 30 e i 40 anni – che per la donna non sono solo gli anni cruciali per la maternità ma anche per l’avviamento di una professione – diventa del 27%. Oggi in Italia una professionista di 35 anni guadagna un terzo in meno rispetto al suo collega di scrivania. Fra i 40 e i 50 anni il gap è ancora del 23%.

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