Chi legge abitualmente le principali riviste scientifiche o segue profili che si occupano di questo tema non può non aver notato che nell’ultimo anno il numero di articoli dedicati a come l’IA sta impattando sulla modalità attraverso la quale la ricerca pubblica i propri risultati è cresciuto in maniera evidente.
Tech society
🔥 Ho aperto una newsletter in podcast su Substack che ti invito a esplorare
Intanto GRAZIE perché ricevi questa email significa che sei fra gli iscritti a questo blog.
La proposta che ti faccio è di seguirmi sul mio nuovo profilo Substack che si chiama Cose che non scrivo, perché d’ora in avanti ci saranno molte più cose di là che qui, anche se il blog continuerà a essere il mio archivio. Se non sai che cos’è Substack, in sostanza si tratta di una piattaforma dove si può fare blogging, mandare newsletter ma che funziona come un social network. Anzi, a detta di molti è già la piazza più interessante della rete.
Che cosa troverai su Cose che non scrivo.

Chi di voi fa questo bellissimo lavoro sa che su cento lavori scientifici interessanti che leggiamo e approfondiamo settimanalmente, solo una minuscola manciata diventano articoli pubblicati su giornali e riviste. Io sono fortunata: scrivo per delle realtà che mi danno spazio e fiducia, con persone dalle quali continuo a imparare.
Purtroppo, giocoforza, molte delle cose che vorrei raccontare restano fuori dai miei pezzi. ‘Cose che non scrivo’ è dunque uno spazio dove parlo (letteralmente, essendo un podcast) di tutto questo “altro”, con considerazioni più approfondite di quelle che posso accennare in un post.
Non troverete breaking news ma un luogo per fermarvi, riflettere con calma e collegare i punti. Mi piace pensare che ascoltando vi immaginiate seduti qui nel mio studio, davanti alla finestra aperta su un paesaggio mattutino dolomitico. Sì, con l’enrosadira, proprio come appare nel logo del podcast 🙂
Ecco cosa puoi fare:
🎙️ ASCOLTA QUI la mini presentazione del servizio con tutto quello che include il pacchetto abbonamento (non solo podcast ma anche incontri e una certa proposta speciale che mi sta balenando in mente…)]
🎙️ASCOLTA QUI la prima puntata, che essendo la prima è gratuita, fuori abbonamento: Che cosa dobbiamo pensare della nuova piramide alimentare americana?
L’ho appena lanciato. La rete è ancora piccola piccola, ma se anche solo una parte di voi che mi seguite attivamente si iscriverà o lo invierà a persone potenzialmente interessate sarà un buon inizio.
Se hai suggerimenti, sono i benvenuti.
Grazie di cuore, come sempre!
Cristina
Siamo il paese ricco che si fida meno degli altri
Quanto ci fidiamo, davvero, gli uni degli altri? Secondo una nuova rilevazione internazionale condotta su 25 paesi dal noto Pew Research Center americano, le risposte cambiano profondamente a seconda di dove viviamo, di quanto guadagniamo, dell’istruzione e dell’età.
In Italia, la percezione dominante non è ottimistica: sono di più italiani che tendono a pensare che “non ci si possa fidare della maggior parte delle persone” rispetto a quelli che sostengono il contrario. Secondo dati recenti, circa il 55% degli adulti italiani dichiara che la fiducia negli altri non è scontata, con differenze significative tra Nord e Sud del Paese, tra chi ha un livello di istruzione più alto e chi più basso, e tra giovani e anziani.
Per tre persone su dieci la disinformazione non è un grosso problema. Ed è questo il problema
Secondo i dati dell’ultimo sondaggio del Pew Research Center, condotto nella primavera del 2025 circa sette italiani su dieci considerano la disinformazione online la principale minaccia. Seguono la paura per il cambiamento climatico e per il terrorismo.
Sembra impossibile ma in media ci fanno apparentemente più paura la disinformazione e il cambiamento climatico del terrorismo, delle malattie infettive, della situazione economica. Lo stesso vale nel complesso negli altri 24 paesi esaminati dal sondaggio, fra i quali Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Corea del Sud, Paesi Bassi, Polonia e Svezia: la preoccupazione per le notizie false supera quella per qualsiasi altra questione.
Sembra un dato positivo, ma forse dovremmo ribaltarlo. Il problema è quel 30% di cittadini, uno su tre, che non vede la disinformazione come una minaccia.