Sopravvivenza dopo un tumore: come leggere i dati

In molti probabilmente dopo una diagnosi di tumore, o anche solo davanti alla possibilità di esserne colpiti si sono messi a cercare informazioni sul web sul tasso di sopravvivenza dei pazienti colpiti. Chi lo ha fatto avrà appreso che l’indicatore universale utilizzato è la percentuale di persone vive a 5 e a 10 anni dalla diagnosi. Si scopre quindi un una buona notizia: i trend temporali ci indicano che nel periodo 2003-2014 anche la mortalità continua a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi. Lo racconta l’ultimo rapporto annuale AIOM “I Numero del cancro in Italia”, che contiene i dati dei vari Registri Tumori a livello regionale. Apprendiamo che complessivamente le donne hanno una sopravvivenza a 5 anni del 63%, contro il 54% degli uomini. Un vantaggio in gran parte dovuto al fatto che il tumore della mammella, la neoplasia più frequente nelle donne, ha solitamente una buona prognosi.

Ma che cosa significa questo in pratica? Qual è la reale probabilità di morte per cancro per ognuno di noi? La risposta più onesta è “dipende”: dall’età, dal sesso, ma soprattutto dalla presenza di malattie croniche concomitanti.

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I tempi di pagamento delle Pa: le regioni più virtuose, i ritardi e una buona notizia

Per quanto riguarda la pubblica amministrazione, nel 2018 l’80% degli importi fatturati è stato regolarmente saldato, con tempi medi migliori rispetto agli anni passati.
Il dato preliminare fornito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze parla di 26,9 miliardi di euro di fatture residue scadute e non pagate su 148,6 miliardi di euro effettivamente liquidabili (ossia al netto della quota IVA e degli importi sospesi e non liquidabili) al 31 dicembre 2018. Nel 2018 sono state registrate oltre 28 milioni di fatture ricevute, e non respinte, dalle pubbliche amministrazioni, per un importo totale pari a 163,3 miliardi di euro, di cui 148,6 miliardi effettivamente liquidabili (ossia al netto della quota IVA e degli importi sospesi e non liquidabili). Le fatture pagate rappresentano invece un importo pari a 120,7 miliardi di euro, che corrisponde all’81% del totale.

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Come sta la ricerca in Italia? Male ma non malissimo. Ecco quanto e dove abbiamo speso per l’innovazione

La lancetta ha superato la metà del quadrante: nel 2017 sia la principale fonte di finanziamento che di spesa in Ricerca e Sviluppo intra-muros (cioè svolta dalle imprese con proprio personale e con proprie attrezzature) nel nostro paese è il settore privato. Su quasi 23,8 miliardi di euro stimati come spesa per R&S intra-muros, imprese e no profit contribuiscono per il 55,2% come finanziamento (13,1 miliardi di euro) e per il 62% (15,2 miliardi di euro, 14,8 miliardi solo dalle imprese) come spesa. Per fare un confronto: nel 2017 le università hanno speso 5,6 miliardi di euro, le istituzioni pubbliche 2,9 miliardi.

Sono i dati contenuti nell’ultimo rapporto di Istat “La Ricerca e Sviluppo in Italia” pubblicato a settembre 2019.

Per quanto riguarda il finanziamento, ai privati seguono le istituzioni pubbliche con il 32,3% della spesa (7,7 miliardi) e i finanziatori stranieri, che partecipano all’11,7% della spesa (2,8 miliardi). Si riducono gli investimenti sostenuti da imprese italiane, compensati da un aumento dei finanziamenti esteri. In ogni caso l’82% della spesa delle aziende è autofinanziamento, così come l’85% di quella delle istituzioni pubbliche.

La spesa in ricerca privata risulta trainata dalle aziende, che segnano un 5,3% di più di investimenti sul 2016, a fronte di una flessione fra la spesa delle aziende no profit. L’incremento – precisa Istat – è dovuto prevalentemente all’aumento del numero di imprese che hanno svolto attività di R&S intra-muros nel corso del 2017 piuttosto che all’aumento della spesa sostenuta dalle imprese storicamente attive in questo campo.

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Gli smartphone e i social stanno cambiando le interazioni sociali nelle economie emergenti?

Gli smartphone e i social media stanno cambiando le interazioni sociali nelle economie emergenti? Un sondaggio condotto da Pew Research Center su 28.122 adulti di 11 nazioni sparse per quattro continenti, ha rilevato che in tutti i paesi esaminati, coloro che usano gli smartphone – e in particolare quelli che usano i social media – hanno maggiori probabilità rispetto a quelli che usano telefoni meno sofisticati o che non hanno affatto telefoni, di interagire regolarmente con persone di diversi gruppi religiosi, opinioni politiche, etnia e livello socio economico.

In ogni modo l’81% (si tratta di un valore mediano) degli utenti di social media afferma di possedere o condividere uno smartphone.

Il 57% degli utenti  messicani riferisce per esempio di interagire frequentemente o occasionalmente con persone di altre religioni, rispetto al 38% registrato fra coloro che non usano lo smartphone: una differenza di ben 19 punti percentuali. In India il 70% di chi possiede uno smartphone è portato a interagire con persone di un altro credo, contro il 53% di chi non utilizza questo strumento. In Kenia le percentuali sono rispettivamente del 60% e del 43%.

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